Paradossi dell’autonomismo. Il Trentino alla conquista del Veneto

Quante volte l’abbiamo sentito dire, in Veneto: “facciamo come il Trentino-Alto Adige”. Dimenticando che lo statuto speciale delle cinque regioni che ce l’hanno è sancito dall’articolo 116 della costituzione, non se lo sono autoattribuito. Poi, nei territori di confine tra l’una e l’altra regione, lo slogan si è trasformato, ed è diventato: “andiamo in Trentino”. A colpi di referendum locali: celebrati, e quasi sempre vinti, incluso a Cortina, il gioiello della corona, anche se l’obiettivo non è mai stato centrato. Come noto, solo il comune di Sappada ci è riuscito, nel 2017, lo stesso anno della celebrazione del referendum per l’autonomia in Veneto (e Lombardia), impiegandoci peraltro quasi un decennio: e finito in un’altra regione a statuto speciale, il Friuli. Certo, tutti sceglievano in autonomia e per l’autonomia: anche se la sensazione che hanno dato non era tanto quella di voler essere padroni a casa propria, quanto quella di scegliersi un padrone più ricco e forse più generoso. A parole, tutti per l’autonomia per nobili motivi. Nei fatti, spesso, per comprensibilissime ma meno altisonanti questioni di portafoglio. E infatti, come sempre, c’è tanta discussione sul “cosa” (passare a un’altra regione, avere più risorse): molto meno sul “per fare cosa”.

Ora a tornare alla carica sono alcuni esponenti dello storico partito dell’autonomismo (talvolta del separatismo) altoatesino, la SVP, e il governo della regione che più spesso (almeno per metà: la provincia di Bolzano) ha minacciato di andarsene altrove: in Austria. E la storia si ripete. In forme appena diverse. Con le medesime contraddizioni. In fondo, è una nemesi meritata e non tanto sorprendente. Nella regione, il Veneto, che più ha investito sulla retorica dell’autonomia, dove per decenni è bastato dirla, evocarla, per creare rendite politiche di lungo periodo nonostante gli scarsi successi concreti, dove si è sempre evocato, per l’appunto, il “cosa”, spiegando con molto meno approfondimento (e spesso con nessuna contezza), il “come”, “per fare cosa”, con quale preparazione e quale classe dirigente all’uopo formata, pezzi di Veneto, con la stessa logica, si attivano per raggiungerla, ma altrove, con l’appoggio di altri potenti. Che non hanno necessariamente a cuore il benessere di queste aree più di quanto ce l’abbiano i padroni da cui dipendono ora, ma offrono di più, e al limite si propongono con maggiore forza, anche se siamo ancora lontani da una applicazione in scala minore delle modalità trumpiane oggi di attualità sullo scacchiere geopolitico globale. Qui non è neanche un Risiko, quello a cui si sta giocando: semmai una specie di Monopoli, dove la posta in gioco è costruire un albergo in più in Parco della Vittoria, evitando il destino marginale di Vicolo Corto. Forse perché, anche in questo caso, c’è il desiderio dell’autonomia, ma si vede meno l’emergere di una cultura dell’autonomia, con radici profonde, visibile magari altrove, dalla Catalunya alla Scozia, fino – per stare all’attualità – alla Groenlandia. Qualcosa che dia sostanza a recriminazioni che in mancanza d’altro e più solido nutrimento rischiano di rimanere piccole faide di provincia. Fa eccezione, forse, la potenziale riunificazione delle popolazioni ladine. Che a questo punto, più conseguentemente, potrebbero chiedere, sulla base degli stessi presupposti, una propria autonomia, tanto dal Veneto quanto dal Trentino. Giocare con i confini è un gioco senza fine, dato che tutti, ma proprio tutti, sono artificiali, storicamente mobili, precari, in definitiva insensati. Tanto che la partita vera sarebbe costruire logiche che li superino, non che li riproducano in scala sempre più piccola.

Forse, se davvero volessimo pensare in grande, più che ragionare sullo spostamento qui o là, in una regione o nell’altra, dell’uno o dell’altro paese, dovremmo ripensare lo stesso istituto regionale, incluso il senso attuale delle regioni a statuto speciale, per come il loro sviluppo si è configurato (e non pensiamo solo ai vicini Trentino e Friuli: pensiamo a cosa è diventata l’autonomia regionale in Sicilia, come caso estremo, ma anche in Val d’Aosta, per non evocare solo un facile – nella retorica del Nord – bersaglio meridionale). Altrimenti resterà sempre il loro vantaggio competitivo, anche in termini di attrattività per i paesi al di là del loro confine. E, magari, ripensare il regionalismo nel contesto e in prospettiva europea, più che in quello italiano. Questa sì che sarebbe una richiesta seria, per una causa che varrebbe la pena dibattere e animatamente discutere, e su cui far confliggere proposte diverse di ripensamento. Ma, possiamo metterci la mano sul fuoco, non accadrà. Problema troppo vero, e serio. Meglio discutere di piccole cose, tenendo basso il profilo. Piccolo cabotaggio senza grandi ambizioni.

 

La caccia ai comuni di confine, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 17 gennaio 2026, editoriale, pp. 1-4