Dietro la benda. Insegnamento e valutazione

La foto della ragazza bendata mentre viene interrogata da un’insegnante durante una lezione a distanza è ovviamente indifendibile. Ma per spiegare perché, vorrei provare ad allargare lo sguardo.

L’insegnamento, come la vita in famiglia, e qualsiasi gruppo o società, si basa su un patto fiduciario: se la fiducia non c’è, il patto non regge. Non si possono minare i presupposti del patto, postulando che le persone vogliano tradirlo: in questo caso il patto va ridefinito nei suoi presupposti, o non regge (e infatti è pieno di famiglie, gruppi e classi disfunzionali – pensate alle coppie che si basano sula paura dell’altrui tradimento!). Ma sappiamo tutti che in ogni classe, famiglia, gruppo, impresa o società c’è qualcuno che effettivamente tradisce la fiducia, cioè il patto, una volta o l’altra. A tutti noi, anche solo come genitori o figli, è capitato di farlo o di vederlo fare (basta una piccola bugia). Come comportarsi in questi casi?

Additare al pubblico ludibrio è naturalmente la cosa più inefficace e meno educativa, anche se è una risposta abbastanza istintiva, e questo dovrebbe dirci qualcosa sull’arretratezza complessiva delle nostre competenze relazionali. Anche perché creerebbe un problema comunque. Immaginiamo, nel caso, che la ragazza non sappia rispondere: sarebbe smascherata; ma se rispondesse correttamente, sarebbe smascherata la mancanza di fiducia (il tradimento del patto) dell’insegnante. Un errore educativo in ogni caso.

Comincerei dalle risposte pratiche. Quando uno studente legge (cioè copia) durante un’interrogazione – a me è capitato durante gli esami universitari a distanza – nella gran parte dei casi si vede benissimo: di più, si sente. Basta un minimo di accortezza: se non lo si capisce, è un problema basilare di professionalità e prima ancora di sensibilità. Se non si riesce a intervenire, anche solo con domande trasversali, approfondimenti o, come mi è capitato di fare (ma io ho di fronte dei maggiorenni, che tratto come adulti), con qualche ironica allusione che l’interessato comprende benissimo (o assumendosi le proprie responsabilità e dicendolo esplicitamente), pure è un problema di professionalità. Basta pensarci come genitori in contesto simile per capire che la soluzione non è la benda, tanto meno la pubblica umiliazione: se lo sappiamo come genitori, perché non riusciamo a farlo in contesti lavorativi? Temo che in questo caso non aiuterebbero nemmeno i comunissimi software antiplagio, o i programmi che dal cellulare posizionato lateralmente consentono di vedere sia lo studente che il suo schermo di computer, che si usano in alcuni esami universitari scritti. Nella scuola basta un po’ di minima professionalità, e la capacità banale di riformulare le questioni: tanto più che c’è sempre l’arma della valutazione, che può tener conto dell’eventuale copiatura.

Credo sia un problema che ci si deve porre insieme, insegnanti e studenti. Anche perché pure questi ultimi, che giustamente si indignano per metodi primitivi di controllo, sanno benissimo che il problema esiste, visto che in molte classi ci sono scambi di sms e gruppi whatsapp – o anche tecnologie più raffinate – creati allo scopo. Un’equa valutazione è nel loro interesse: il non coinvolgerli nell’analisi e nella soluzione del problema è esso stesso un problema, un modo di intendere la scuola – e la vita – ormai tremendamente inefficiente, oltre che sbagliato. La risposta non sarà in ogni caso più controlli, magari un microdrone sulla testa di ogni studente, ma un diverso patto educativo e fiduciario (questo anche nella didattica in presenza, incidentalmente – e a qualunque età: si può e si deve fare fin dalle elementari).

Ci sono tuttavia alcuni problemi strutturali da porre. L’età media degli insegnanti è di 55 anni (la più alta d’Europa) nelle scuole di ogni ordine e grado – se gli strumenti acquisiti sono vecchi di decenni e nel frattempo non c’è stata formazione pedagogica e metodologica adeguata, non se ne esce. Inoltre la didattica a distanza ha le sue specificità rispetto a quella in presenza – e la porteremo con noi a lungo: è semplicemente inaudito che dopo un anno abbondante la maggior parte dei docenti non abbia ricevuto alcuna formazione specifica – della cui mancanza sono responsabili tutti i livelli decisionali, dal ministero ai distretti passando per le regioni. Infine: l’immagine da cui siamo partiti esiste perché siamo nell’era dei social, a cui la didattica a distanza, come tutto, è sottoposta. Bisogna saperlo e tenerne conto. E anche a questo bisogna essere formati. Ma questo aprirebbe un altro capitolo.

 

Cosa c’è dietro a quella benda, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 14 aprile 2021, editoriale, p.1