Che cosa significa “ripresa”: in economia e altrove

Ri-prendere: prendere di nuovo, un’altra volta. Ri-occupare o ri-conquistare: un luogo, una città. Ricominciare, dopo un periodo di pausa, un rallentamento. Dare nuova vita, riproducendo il reale in altro modo: come in una ripresa cinematografica, capace di mantenere nella durata, nel tempo, e ripetere, ciò che per sua caratteristica sarebbe effimero, evanescente, irripetibile. Poi c’è il riprendersi da: una malattia (che a sua volta può riprendere, ricominciare), una dipendenza, un dolore, uno scoramento, una difficoltà, un lutto, un abbandono, una situazione negativa, una crisi, non solo economica. E naturalmente la ripresa come la intendiamo oggi nel linguaggio d’impresa: del mercato, finanziaria, occupazionale, con l’economia che ricomincia a girare veloce, a produrre, a consumare, dopo un periodo di stagnazione, o di regresso, come avvenuto – drammaticamente, in proporzioni che hanno impressionato, oltre che per la loro entità, per la loro imprevedibilità – a seguito della pandemia, e delle misure prese per contrastarla.

La parola “ripresa” ha dunque tanti significati: e quelli con cui la utilizziamo normalmente in economia sono forse i meno interessanti – anche per l’economia. Oggi, dopo la crisi che abbiamo attraversato, e anche in previsione di quelle future, che per gli stessi motivi o per ragioni analoghe – ci avvertono gli scienziati – già si manifestano sul nostro orizzonte, ci è utile fare tesoro anche di altre sfumature della ripresa.

Quando eravamo meno ricchi e consumisti si riprendeva un abito per farlo durare di più, aggiustando un orlo, ricucendo uno strappo, una slabbratura, modificandolo quanto necessario per farlo stare decentemente su un corpo diverso: quando passavano di padre in figlio o da un fratello all’altro e da una sorella all’altra. E lo si faceva a più riprese… Una ripresa, a teatro, è una messa in scena ulteriore: una riproposizione in altro tempo di ciò che quando è stato prodotto non è stato magari còlto nella sua importanza. Nello sport, nel calcio ad esempio, la ripresa è il secondo tempo, quello decisivo, in cui davvero si vede come andrà a finire; e nel pugilato ogni tempo, perché – con una similitudine molto pertinente per descrivere il mondo e le economie d’oggi – ogni tempo è decisivo, e può far finire l’incontro, anche drammaticamente, per KO.

Riprendere fiato, animo, coraggio, forza: è una qualità – oggi diremmo resiliente – che dobbiamo avere per non arrenderci alle difficoltà e ai fallimenti. Vuol dire anche ritornare a una situazione precedente, di normalità: si riprende un figlio dopo la scuola, dopo un’interruzione vacanziera, un periodo altrove, anche solo un pomeriggio a casa di amici. Si riprende una conversazione, o una trattativa: che ricomincia dopo una pausa che può essere un utile, necessario, talvolta indispensabile momento di riflessione e sedimentazione.

Riprendere è anche compiere un atto forte, assertivo, in caso di bisogno: riprendere il comando, ad esempio (come è successo anche a più di un capitano d’industria – ne abbiamo anche in Veneto degli esempi illustri – se dopo un abbandono meditato e la transizione prevista le cose non andavano come sperato). E più in generale è l’atto forte, non di rado generoso, e come tale ancora più forte, di tornare su una decisione passata, revocandola: riprendere una persona in famiglia, dopo un litigio o una separazione che l’ha esclusa, o un collaboratore o un dipendente al lavoro, dopo un licenziamento o un dissapore professionale. Alle volte è giusto, utile, opportuno, chiarificatore, anche simbolicamente, riprendere nel senso di prendere indietro: riprendersi ciò che è stato dato, prestato, un regalo non piaciuto o non meditato, la fiducia concessa alla persona sbagliata – non a caso in passato capitava di dire che ci si riprendeva (si toglieva) il saluto a chi non lo meritava più…

Ma è anche la capacità di un nuovo scatto, di cui oggi c’è bisogno: non a caso di un’auto si dice che ha una buona ripresa se accelera velocemente. E, infine, riprendere è anche ammonire, castigare, o meglio spiegare (nel processo educativo, a un bambino; sul lavoro, a un collaboratore o a un sottoposto), dove ha sbagliato, di modo che gli sia di monito per il futuro.

Quante cose nascoste in una parola così piccola…

 

Quante riprese ci attendono. E più di tutto ci serve lo scatto, in “Corriere della sera – Corriere Imprese Nordest”, rubrica ‘La parola chiave’, 8 febbraio 2021, pp. 1-3