Perché è giusto rinviare le elezioni. E che effetti avrà.

Il rinvio delle elezioni regionali, insieme a quello del referendum sulla riduzione dei parlamentari, ormai è dato per acquisito. Se ne parlerà in autunno: e qualcuno pensa addirittura alla primavera prossima, con una proroga, del tutto eccezionale, di un anno. È giusto così. Anche riuscendo ad uscire dall’emergenza in qualche settimana – e purtroppo è più un auspicio che una previsione – le elezioni si sarebbero svolte in un contesto che avrebbe falsato la loro dinamica.
La ragione principale è quella, ben nota alla politica, che la presenza di un nemico esterno (di solito è un nemico a cui dichiarare guerra, ma un virus risponde ugualmente benissimo allo scopo) ha come effetto di far ottenere consenso al potere in carica: da Tucidide (nella Guerra del Peloponneso) a Machiavelli (nel Principe) fino a Carl Schmitt e, nella pratica, a quasi tutti i presidenti americani anche recenti, di fronte al bisogno (all’emergenza) di combattere un pericolo esterno si crea una maggiore unità, che fa perdere di rilievo alle divisioni politiche interne. Una ragione subordinata è che – votando a ridosso della auspicata conclusione dell’emergenza – si sarebbe finito per parlare solo di come la si è gestita: più del passato che del futuro.
Il rinvio delle elezioni rimanda tuttavia a due tipi di riflessione: una negativa per il gioco politico, e in definitiva per la democrazia, e una positiva. La prima è che, in un momento come questo, nessuno ritiene seriamente importante andare a elezioni, e la sospensione appare come una cosa naturale e anzi doverosa. Che è un po’ come dire che la democrazia è un bene di lusso: un qualcosa che serve in periodi di relativo benessere e di ordinaria amministrazione, ma diventa inutile o controproducente in periodi di emergenza. In un Paese che già da tempo coltiva tentazioni da “uomo forte” e pulsioni vagamente autoritarie e anti-democratiche, questo dovrebbe diventare materia di riflessione da parte di chi invece pensa che la democrazia (con i suoi corollari: dalla libera stampa all’autonomia della sfera economica, fino all’esistenza di un ceto riflessivo e di una discussione pubblica) sia una condizione irrinunciabile per il vivere civile. Capire perché succede, trarne utili deduzioni sulla funzione stessa della democrazia oggi, è un ragionamento che chi ne ha a cuore l’essenza dovrebbe utilmente fare.
La conseguenza positiva del rinvio sta invece in un elemento pragmatico. Ad emergenza finita, e a freddo, potremo usare testa e cuore, ragionamenti ed emozioni, per votare non solo facendo riferimento ad appartenenze ideologiche o a fragili personalismi (fragili per la sostanza dei leader che ne sono oggetto, non per la loro importanza in politica), o ancora a vaghe parole d’ordine, che più che evocare nascondono i problemi (dall’identità all’ambiente), ma per litigare e scontrarci su qualcosa di concreto: le ricette per ricostruire un paesaggio (economico innanzitutto) che scopriremo devastato molto al di là della nostra attuale percezione. Avremo centinaia di migliaia di famiglie in difficoltà, un tessuto sociale complessivamente molto impoverito, diseguaglianze accresciute, un gigantesco contenzioso, istituzioni indebolite, una gerarchia di priorità da rivedere completamente, il bisogno quindi di riforme assai più strutturali delle superficiali diatribe che hanno caratterizzato il conflitto politico recente. Sarà l’occasione per mostrare modelli diversi di soluzione, basati su princìpi radicalmente diversi: e quindi l’occasione di una scelta profonda, che deciderà davvero e concretamente del futuro – anche della nostra regione. Non basterà più, per dire, evocare il desiderio di autonomia: bisognerà dire, finalmente nel concreto, che cosa davvero si può e si vuole fare con essa, in base a quali obiettivi e priorità. Bene quindi il rinvio. L’incognita è se gli attuali partiti sapranno presentarsi all’appuntamento preparati: preparando, per cominciare, una classe dirigente adeguata alla sfida della ricostruzione.
Voto: i sì al rinvio, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 15 marzo 2020, p.1, editoriale