La nostra estate autarchica. Il futuro del turismo in Italia

Il Covid – evento globale per eccellenza – ha avuto come contraccolpo di rendere di nuovo reale ciò che la globalizzazione aveva tentato di superare e smaterializzare: i confini. E non si tratta di parole d’ordine ideologiche, frutto di un sovranismo di ritorno; ma della ricerca – fisica, corporea – di un qualcosa che possiamo considerare spazio intimo, rassicurante: casa, e i suoi immediati dintorni. Quella che in inglese si chiama non a caso homeland, e che in italiano più che allo spazio tende a riferirsi alle relazioni primarie, domestiche: come nel concetto di patria, e ancora più di madrepatria, che richiama le relazioni fondative di ciascuno di noi.

Siamo stati obbligati a rimanere a casa a lungo, forzosamente: e a riscoprirla, nel bene e nel male. È significativo tuttavia che, adesso che ci possiamo muovere, tendiamo a farlo senza troppi strappi, rimanendo nella casa più ampia rappresentata dagli ambienti familiari, e in primo luogo tra chi parla la nostra lingua, e possiamo quindi riconoscere come affine, di cui ci sembra di poterci fidare.

Non è solo una questione economica: anche se le ragioni di portafoglio pesano, per una parte enorme di italiani (i non garantiti), le cui tasche si sono svuotate più o meno significativamente in questi mesi. Temiamo che non sia nemmeno, principalmente – anche se l’argomento esiste – una questione di solidarietà, di altruismo: voler aiutare chi è rimasto colpito dalla crisi, in un “prima gli italiani”, anche questo, non ideologico, ma di cuore, forse di pancia. È proprio una questione di senso di sicurezza, e di familiarità. L’idea che non vorremmo – se dovesse succedere qualcosa – essere troppo lontani da casa, dai nostri affetti, e anche dal nostro sistema sanitario nazionale, che abbiamo imparato a rivalutare. Qualcuno ha già vissuto questo strappo nel periodo del lockdown: gli altri vogliono evitarselo d’istinto.

E così tornano le vacanze vicino a casa, possibilmente a portata d’automobile, che per gli italiani è sempre stata associata alla sicurezza prima ancora che alla libertà: una piccola casa mobile, uno spazio familiare che fa parte dei ricordi e del vissuto di ciascuno.

Non è una sensazione che vivono solo gli italiani. Tutte le previsioni ci dicono che quella che negli anni scorsi sembrava una spinta alla mobilità inesorabile e perfino nevrotica, che ogni anno infrangeva i record dell’anno precedente su viaggi d’affari, turismo e voli aerei transnazionali, ha subìto una battuta d’arresto che non sarà di breve momento. Anche perché pure la corporate money, che per non poche aziende rappresentava una delle prime poste di bilancio, e che ha dato origine a un pezzo di mercato della mobilità importante e ricco in tutte le città globali, subirà una contrazione significativa, ora che molte imprese hanno capìto che una parte significativa dei contatti personali e delle riunioni di lavoro è sostituibile da un investimento sullo smart working e il lavoro a distanza. Il Covid ci ha costretto a un salto tecnologico da cui non torneremo indietro, anche in questo.

L’Italia, paese a forte vocazione turistica, naturalmente ci perde più di quanto ci possa guadagnare dalle vacanze italiane di un popolo molto vocato all’esterofilia anche in materia di viaggi. Guadagniamo turismo autoctono: ma ne perdiamo molto di più dall’estero. Il settore sarà quindi soggetto a una contrazione. Ma anche a una trasformazione, che potrà essere subìta o guidata. E qui entrerà in gioco la capacità di resilienza degli imprenditori del settore, e loro capacità di investire nei turismi specialistici, capaci di attrarre nuove figure e di allungare la stagione della ricettività.

La botta sarà pesante per il settore, ma anche utile a vederne le debolezze, che erano già presenti e strutturali, ma rese meno visibili dai successi del passato, dovuti spesso più alle trasformazioni globali (banalmente, l’aumento dei turisti e della mobilità mondiale) che a capacità attrattiva propria. Per troppi anni nel Nordest – in particolare in Veneto, prima regione turistica d’Italia – ci si è cullati sui successi (l’aumento annuale delle percentuali di turisti), come se fossero effetto della propria bravura. Il confronto con aree simili – che crescevano più di noi, lasciandoci comparativamente indietro – avrebbe dovuto suggerirci invece che le persone non avevano un irrefrenabile desiderio di venire in Italia perché erano meglio servite, ma solo perché abbiamo cose che altri non hanno: ciò che non è stato merito degli operatori del settore, ma di una storia, di una cultura e di un paesaggio che poco è stato fatto per valorizzare.

Il Covid non ha fatto che mostrare le debolezze strutturali del mondo di prima, aggravandole. Ma non potremo uscire dall’emergenza occupandoci di essa. È alla struttura antecedente e alle sue fragilità che bisogna guardare, sanandole, e ripartire da lì.

 

La nostra estate autarchica e il ritorno dei confini, in “Corriere della sera – Corriere Imprese Nordest”, 20 luglio 2020, editoriale, p.1