Scuola, università, didattica a distanza: cosa c’è da salvare

Gli esiti degli esami di maturità sono stati vissuti da molti come una specie di regalo agli studenti. L’esame solo orale, la decisione di non bocciare sostanzialmente nessuno, l’aumentato numero di ‘centini’ (gli studenti che hanno ottenuto il massimo dei voti) rischierebbero così di costituire un handicap per il loro futuro universitario.

Il ragionamento in realtà andrebbe meglio circostanziato. È senza dubbio vero che un lockdown mal gestito, sostanzialmente affidato alle sole capacità e disponibilità dei docenti (e delle famiglie), ha lasciato indietro molti: quelli che stavano in scuole o avevano docenti che non si sono attrezzati e non erano capaci di fare didattica a distanza, i moltissimi che non avevano i mezzi materiali (computer personale, banda sufficiente) o culturali (famiglie che sostenevano e aiutavano i figli) per seguire i programmi. Questo è un dramma che lascerà cicatrici pesanti sul prosieguo degli studi di soggetti spesso già deboli, in termini di capitale sociale e culturale.

Ma le cose sono state diverse man mano che saliva l’età degli studenti. Gli impedimenti materiali di alcuni sono rimasti: la capacità di cogliere le opportunità didattiche è tuttavia proporzionale alla maturità degli studenti. Già alle superiori la capacità di seguire le lezioni ha potuto consentire un apprendimento abbastanza efficace, nonostante tutto. Certo, l’esame solo orale di per sé produce mediamente voti più alti: come so anche per esperienza personale, avendo fatto, a seconda del numero di iscritti agli appelli, esami orali o scritti a studenti della medesima materia. Se ho un numero fisso di domande, a cui a ciascuna corrisponde un punteggio, l’errore scritto produce un calo immediato del voto (pensiamo a un test di matematica): nell’orale invece si tende a favorire la capacità di ragionamento dello studente. Certo, dipende dalle materie, ma certamente in quelle umanistiche (talvolta anche in quelle legate alle scienze hard), la valutazione può essere più completa nell’orale: pur nella consapevolezza che c’è sempre, in ogni valutazione, un inevitabile elemento soggettivo (ma c’è anche nell’apparente oggettività dello scritto, o persino di un quiz a risposte chiuse).

Aggiungo tuttavia una riflessione: che, certo, si applica a studenti adulti. Lo scorso semestre, non potendo fare lezione in presenza, ho scelto la cosiddetta modalità asincrona: invece di utilizzare piattaforme come zoom, ho videoregistrato le mie lezioni e le ho caricate sul sito dell’università, per un totale di quasi una cinquantina di video. Bene: quest’anno ho avuto i risultati degli esami migliori di sempre. Sia nella capacità creativa di chi ha scelto (come è possibile nel mio esame) l’elaborazione di un testo, un video o altro, sia in chi ha fatto il tradizionale colloquio orale, seppure a distanza. Un risultato controdeduttivo, anche un po’ sorprendente e che non contribuisce all’amor proprio, per un docente che si reputa bravo e ottiene buone valutazioni dai propri studenti.

Me lo spiego con diversi fattori. Il maggiore tempo a disposizione degli studenti, per quelli che l’hanno saputo usare bene: chiusi in casa, non avevano molto altro da fare. La continuità di attenzione che consente il video rispetto alla lezione in presenza: se, da studente, mi distraggo o voglio fare una pausa, interrompo, mi faccio un caffè e poi ricomincio – in più posso rivedere ciò che mi ha interessato maggiormente o al contrario non ho ben compreso (ho video che sono stati visti di più, e persino discussi con altri, cosa che non si può fare a lezione). Infine, mi sembra, la vicinanza, via schermo, del volto del docente (e dello studente, all’esame) produce una paradossale intimità e familiarità: vero, attraverso uno schermo, ma i nostri volti sono a venti centimetri l’uno dall’altro. Se si riesce a creare contatto, e fiducia, si è insomma paradossalmente vicini, e capaci di trasmettere molto, anche attraverso il linguaggio non verbale. Alla fine di un corso, lo studente finisce per conoscere abbastanza a fondo il docente, e ciò che ha detto: persino più che in presenza.

Non vuole essere, il mio, un panegirico della didattica a distanza. Al contrario, non vedo l’ora di tornare in presenza. Perché si è persa comunque la dimensione della socialità, da cui pure si apprende moltissimo, è parte fondamentale dell’esperienza didattica e maieutica, ed è tanto più importante quanto più scende l’età dello studente. Ma forse è il caso di leggere anche l’esperienza che abbiamo forzosamente dovuto fare con occhi diversi. Abbiamo scoperto anche cose che non ci aspettavamo. E di cui dovremo imparare a tenere conto.

 

Rivalutare la didattica a distanza, in “Corriere della sera – Corriere veneto”, 28 luglio 2020, editoriale, p.1