Dopo Barcellona: Il nichilismo islamico contemporaneo e i suoi obiettivi

Non è finita. Anche se siamo in periodo di vacanza, e pensavamo ad altro. Non poteva esserlo. Non lo sarà, a breve. Anche se l’ISIS fosse sconfitto sul suo terreno, in Iraq e in Siria, l’ideologia che lo sorregge, questa inquietante forma di nichilismo islamico contemporaneo, che ne è al contempo l’incubatrice e il prodotto, non finirà. Perché le disragioni su cui si fonda sono tuttora in circolazione, con immutata capacità propagandistica: non hanno ancora esaurito, per riprendere quanto si diceva della Rivoluzione d’Ottobre, la loro terribile spinta propulsiva. Che funge da motivazione – per quanto sia possibile parlare di motivazioni, di fronte a gesti che non possono ottenere altro scopo che il terrore fine a se stesso. E da detonatore di un esplosivo ideologico che è ampiamente in circolazione.
L’unica, modestissima consolazione, che non è tale per chi ne è direttamente coinvolto, è che piangiamo morti uccisi altrove. Come Valeria Solesin, ieri, al Bataclan di Parigi. E, oggi, Luca Russo e Bruno Gulotta, a Barcellona.
L’Italia per ora è stata risparmiata. Perché abbiamo una seconda generazione di dimensioni più ridotte, e meno incattivita e alienata di quella di molti paesi a più antica immigrazione. Perché il grosso della presenza immigrata (e quindi islamica) nel nostro paese è diffuso sul territorio, nelle città medie e piccole, dove c’è più controllo sociale, e non si sono formate vere e proprie banlieues, separate dalla realtà circostante e in conflitto con essa. Perché, paradossalmente, abbiamo promesso poco (per esempio, non una cittadinanza risultata solo formale e non sostanziale, come in molti paesi europei), e quindi non abbiamo illuso nessuno. Perché le leadership islamiche italiane hanno orientato l’impegno politico delle proprie frange militanti su altri obiettivi, come il conflitto israelo-palestinese. Perché il rapporto con le istituzioni (dalla chiesa cattolica alle forze di polizia) è mediamente buono, e favorisce l’integrazione e la collaborazione. Perché la repressione, dalle indagini di polizia alle inchieste giudiziarie fino alle espulsioni preventive, ha dato i suoi frutti. E, anche, in termini geopolitici, perché siamo poco impegnati a combattere sul terreno dei paesi islamici: altre sono le potenze occidentali all’origine di quello che per molto mondo islamico è un attacco all’islam, dall’Afghanistan all’Iraq, passando per la Libia e la stessa guerra all’ISIS. Altri sono i paesi con atteggiamento da colono: gli USA, la Gran Bretagna, la Francia, tra gli altri, più di altri.
Ma anche la Spagna è dopotutto in una situazione analoga alla nostra, anche come tipo e periodo di immigrazione (recente), proprio come noi, e diversamente dal centro e nord Europa: eppure l’attentato lì c’è stato, e non era il primo. La strage della stazione di Atocha, a Madrid, nel marzo 2004, è stata una di quelle più sanguinose nella storia del terrorismo islamico in occidente.
Del resto, se è vero che in Italia non è successo ancora nulla, è pur vero che pochi mesi fa, in marzo, è stato sventato un attentato – e non era il primo – al ponte di Rialto, a Venezia. E peraltro l’ISIS da tempo invita a fare attentati nel modo che abbiamo visto a Barcellona, a Nizza, a Berlino, a Londra e altrove nell’ultimo anno, e nelle sue riviste, come Dabiq e Rumiyah, citava recentemente, in maniera esplicita, come obiettivi, proprio al-Andalus (l’Andalusia – estensivamente si può intendere la Spagna), dove ci sono stati i primi califfati storici in territorio europeo al tempo della dominazione islamica, e la stessa Venezia; oltre che, più in generale, ovunque l’occidente sia vulnerabile, meglio se e quando si illude di vivere un momento di festa, di divertimento.
Nessuno è al sicuro, quindi. Come ai tempi del terrorismo politico in Italia, non basta non essere estremisti di destra o di sinistra per non essere coinvolti. Anche allora si moriva da innocenti, e da estranei al conflitto politico: nelle piazze, sui treni, nelle sparatorie di strada. D’altronde, se bastano quattro amici (anche se bisogna uscire dalla narrazione del lupo solitario: un elemento organizzativo forte è presente, anche se probabilmente non eterodiretto dallo Stato Islamico), e un furgoncino preso a nolo, e se ci si radicalizza e ci si esalta nutrendosi di video su internet, non serve alcuna professionalità reale: uccidere è alla portata di chiunque se ne inventi le motivazioni, abbia un cellulare in mano e quattro soldi in tasca, e niente da perdere nella vita.
Disragioni globali del male, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 19 agosto 2016, editoriale, p.1