Veneto: La follia del bilinguismo per legge

Premessa. Il veneto, inteso come lingua, lo si tramanda di padre in figlio, e anche da padre non veneto a figlio nato in Veneto: a testimonianza del fatto che è una lingua forte, come ci insegnano glottologi e linguisti – il dialetto percentualmente più diffuso in Italia. Già questo dovrebbe insegnarci qualcosa: se si tramanda anche ai nuovi venuti, e a differenza di altri è parlato non solo dai ceti popolari ma anche dalle classi colte, pur senza essere insegnato a scuola, è perché non ne ha bisogno. A che serve allora un patentino veneto e una legge sul bilinguismo? Passi per il doppio nome sui cartelli dei comuni (che già non serve a molto, ma a volte è sufficiente a spostare qualche voto). Ma se si dovesse mettere in questione insegnamento, pubblica amministrazione, lingua veneta negli atti pubblici, riserva di posti di lavoro nel pubblico impiego, telegiornali e quant’altro, oltre a coprirci di ridicolo ci creeremmo problemi a non finire. E, incidentalmente, introdurremmo una discriminazione nei confronti dei non venetizzati (non solo gli immigrati, pure il dieci per cento della popolazione, ma i moltissimi residenti provenienti da altre regioni, e persino i veneti che il veneto non lo parlano e non lo vogliono parlare, che esistono, sono molti, e rischierebbero di diventare a loro volta una minoranza da tutelare).
Gli stessi proponenti stanno facendo macchina indietro. Alcuni sindaci dei comuni che hanno proposto la legge, che dovrebbe andare in aula il 29 novembre, ammettono che la loro era solo una provocazione. E peraltro, possiamo farci dettare l’agenda da Resana, Grantorto, Santa Lucia di Piave e Segusino (che in totale contano 25.000 abitanti, più o meno lo 0,5% della popolazione regionale) senza consultare i sindaci (e, ancor meglio, le popolazioni) degli altri 572 comuni della regione?
Non è tutto. Contattati personalmente, sia consiglieri di opposizione (del Movimento 5 Stelle) che della stessa maggioranza (Lega inclusa), che hanno votato a favore in commissione, hanno ammesso che non sapevano nemmeno cosa stavano votando, che non ne avevano capito le implicazioni.
Soprattutto, si tratta di una legge contro il parere dei veneti stessi, a giudicare dalle reazioni che ha suscitato. La Lega abbia il coraggio di fermarsi a riflettere, di consultare le organizzazioni venete, gli imprenditori veneti, le categorie venete, gli insegnanti veneti, le parrocchie venete, i giornali veneti, le università venete (dovremo aprire anche corsi e dottorati in dialetto, quando le università sono giudicate in base al loro grado di internazionalizzazione e di corsi in inglese?), l’associazionismo veneto, gli studenti veneti (visto che li condanniamo a portare un peso che noi non abbiamo portato, accollandogli una materia in più alla quale sono perfettamente disinteressati). E vedere se lo vogliono: o se, con questa iniziativa, la giunta regionale non si sta mettendo contro i suoi stessi cittadini.
Se va bene, sarebbe solo uno di spreco di denaro pubblico (di “schei”, se si preferisce), molta burocrazia in più, di cui certo non abbiamo bisogno, e l’accontentare una clientela interna alla Lega a spese del contribuente, col rilascio di fantomatici patentini. Se va male sarebbe una valanga di sprechi, il caos nelle scuole e nella pubblica amministrazione (prima bisognerebbe insegnarla, la padronanza del dialetto, scritta in particolare: oggi è ultraminoritaria), e di assurdi burocratico-amministrativi, tali da chiamare in causa la Corte dei conti e una futura procedura per danno erariale nei confronti della Regione.
Per ora è solo la dimostrazione che la distanza tra la regione reale e le sue istituzioni è in questo caso certamente superiore a quella con Roma. E tutto per carezzare il pelo del venetismo deteriore, e guadagnare qualche punto al prossimo futuro inutile referendum sull’autonomia…
Chiariamolo. Non è un ritorno al passato, la tradizione non c’entra: in passato tutto questo non c’era. E’ un portarci altrove: dove non è utile né necessario andare, e anzi precisamente altrove rispetto a dove dovremmo e anche vorremmo andare.
Idea da fermare. Ecco perché, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 19 novembre 2016, editoriale, p.1