Profughi che non vogliamo, lavoratori che non ci sono. Tutto si tiene…

Da un lato, a qualche centinaio di chilometri da qui, abbiamo poche migliaia di profughi, usati come strumento di politica estera e interna, picchiati, feriti, morti assiderati, nell’indifferenza dei più e nella conseguente inazione delle cancellerie europee, incluso il governo italiano.

Dall’altro abbiamo la certezza che, volendo, con un minimo di organizzazione e di formazione, queste persone troverebbero lavoro e collocazione tutte quante nel solo Veneto, al massimo allargando un poco l’area di riferimento al di là dei confini regionali, verso Lombardia o Emilia-Romagna – figuriamoci in un’Unione Europea di 450 milioni di abitanti.

È una provocazione, la mia, perché mette insieme argomenti apparentemente diversi, e trattati come tali: una crisi (e una vergogna) umanitaria, e un problema di occupazione e lavoro. Ma è una provocazione voluta, perché i problemi sono davvero collegati, e basterebbe la volontà di approfondirli per accorgersene.

Un quarto di secolo di studi e ricerche sui fenomeni migratori mi ha insegnato che non capiamo una barca con cento immigrati che galleggia precariamente nel Mediterraneo, o i profughi rimpallati tra i confini dei paesi dell’Est Europa, se guardiamo solo la barca in questione, o i confini suddetti. Per capire di cosa si tratta veramente, bisogna guardare al contempo più da lontano e ancora più vicino: guardare cosa succede in Africa o in Medio Oriente e in Europa, a Bruxelles o a casa nostra (dal punto di vista demografico, economico, sociale, politico, ambientale…), ed entrare nella testa e nei sogni di quei migranti, e nella vita di chi si ritroverà ad avere a che fare con loro, lavorativamente e umanamente, persone e imprese.

Non si capiscono infatti le migrazioni se non le intrecciamo ad altre forme di mobilità: delle informazioni, del denaro, delle merci, e le tante mobilità umane (per turismo, studio, lavoro, cultura, oggi magari per smart working, ecc.) che caratterizzano l’attuale modello di sviluppo. Ma ugualmente non si capiscono le migrazioni, in ingresso e in uscita, se non le colleghiamo ad altri fenomeni, a cominciare dalla demografia, per continuare con le trasformazioni nel mercato del lavoro, il livello di istruzione, e altro ancora. Le migrazioni non avvengono nel vuoto: sono un pezzo di trasformazioni più ampie, al contempo causa ed effetto di un cambiamento globale in corso. Basta un esempio, per capirci: siamo all’interno di un calo demografico devastante, che ci porta ad essere il paese più vecchio d’Europa, attualmente con un rapporto tra lavoratori attivi e pensionati che è di 3 a 2, ma che diventerà intorno al 2040 (dopodomani…) di 1 a 1, con una perdita annua media di popolazione che è di oltre duecentomila persone (una città come Padova – e quattrocentomila, una città come Bologna, nell’anno del Covid). Ammesso e non concesso che attuassimo domani le migliori politiche familiste del mondo, e le finanziassimo adeguatamente, queste avrebbero effetto sul mercato del lavoro tra vent’anni: nel frattempo, visto che già oggi abbiamo enormi carenze di manodopera, e tra meno di dieci anni potremmo avere oltre sei milioni di anziani non autosufficienti, che cosa facciamo? Rinunciamo a posti di lavoro e ricchezza prodotta, utile per mantenere anche chi non la produce più, pur di non accettare immigrati?

Non solo, le emigrazioni sono oggi in numero equivalente o superiore alle immigrazioni: non c’è nessuna invasione in corso – semmai, un’evasione. Siamo la regione con più emigranti, e con più emigranti istruiti, dopo la Lombardia, ma l’unica ad avere un saldo netto negativo, per quel che riguarda i laureati, perché le uscite, a differenza di quanto avviene in Lombardia ed Emilia, non sono compensate dagli arrivi di laureati dal sud e dall’estero.

Tutto questo ci mostra quanto demografia, lavoro, emigrazione e immigrazione siano collegati. E finalmente hanno cominciato a dirlo a chiare lettere anche imprenditori del calibro di Leopoldo Destro, Massimo Finco, Marco Stevanato, Mario Moretti Polegato, Laura Dalla Vecchia, Andrea Tomat e altri: ponendo senza tabù, anche alla politica, il tema dell’immigrazione come priorità, e non come slogan giocato al contrario per acquisire consenso. Senza immigrazione ci sarà meno lavoro e meno ricchezza per tutti: e il prezzo lo pagheranno le imprese, dunque l’occupabilità degli italiani, in particolare dei giovani. Chi è contro l’immigrazione – regolata e regolamentata: questo si dovrebbe volere – di oggi, è contro il lavoro e la ricchezza di domani. L’incapacità di volerlo capire manifesta ottusità ideologica: niente di più e niente di meglio.

 

Cosa saremo senza immigrati, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 28 novembre 2021, editoriale, p.1