Matrimoni gay, adozioni, diritti transgender: l’evoluzione della società, le contraddizioni della politica

Per una volta il Nordest detta l’agenda – grazie alla cronaca, non per una specifica volontà politica – nel campo dei diritti. Con tre casi distinti, ma collegabili in un unico ragionamento.

Il primo è la notizia che due sindaci friulani di centrodestra – uno di Fratelli d’Italia l’altro della Lega – convoleranno felicemente a nozze. La notizia non è che siano entrambi uomini: la cosa ormai è acquisita e irrilevante. Né che possano farlo grazie a una legge a cui i loro partiti hanno votato contro: è lecito, e anzi meritorio, cambiare idea, e evolvere. Di più: la loro testimonianza, nei loro ambienti, avrà effetti positivi, e porterà a un maggiore riconoscimento dei diritti dei gay e delle lesbiche e a una minore omofobia per tutti, a cominciare dai loro partiti di appartenenza: per cui sbaglia, e di molto, chi, da parte progressista, li critica o peggio li irride. Detto questo, spiace che, invece di riconoscere un dissenso con la propria parte politica, e positivamente rivendicarlo (il che è una qualità rara e preziosa, in un ambiente, la politica, composto in buona parte da yesmen e yeswomen capaci solo di obbedire, spesso servilmente, perché è il modo migliore per garantirsi una carriera), si sentano in dovere di accompagnare la loro scelta con una riaffermazione del valore della famiglia tradizionale, e la sottolineatura di una opinione contraria alle adozioni da parte di genitori dello stesso sesso. Argomento, questo, che ci introduce al secondo punto.

Il tribunale dei minori di Venezia ha rimesso alla Consulta il giudizio su una possibile eccezione di incostituzionalità riguardante la legge sulle adozioni, che le consente solo alle coppie sposate, e non a quelle unite civilmente, come solo possono essere le coppie dello stesso sesso: il che produce “effetti irragionevoli, discriminanti e ingiustificati”. Anche perché, paradosso nel paradosso, anche i single possono adottare, ovviamente a prescindere dal loro orientamento sessuale: per cui, per ipotesi, se i due coniugi uniti civilmente divorziassero, potrebbero adottate un bimbo a testa, e poi regolarmente ri-registrare la loro unione. Ciò che, senza aspettare il pronunciamento della Corte, appare non solo irragionevole e palesemente discriminatorio, ma anche contrario al buon senso e all’interesse dei bambini che potrebbero avere una famiglia.

Il terzo caso riguarda una donna transgender bulgara che vive in Veneto. E che ha ottenuto dalla Corte di giustizia dell’Unione Europea il riconoscimento del diritto a vedersi consegnato dalla Bulgaria – paese che, insieme a Ungheria e Slovacchia, non riconosce il cambio di sesso – un passaporto corrispondente alla sua attuale identità sessuale, acquisita in Italia. Il motivo è che la sua negazione cozza contro un principio fondamentale dell’Unione, di cui noi italiani facciamo ampio uso dati i nostri tassi di emigrazione, che è quello della libera circolazione, uno dei punti cardine a fondamento dei trattati. Si tratta, tuttavia, anche della conferma implicita, oggi rimessa in discussione da varie forze politiche, del fatto in sé: ovvero che il cambio di sesso è un diritto individuale, che come tale deve essere riconosciuto.

Sono casi diversi, quelli qui analizzati. Che tuttavia ci mostrano, per così dire in progressione, che ciò che in passato era considerato irricevibile è oggi progressivamente diventato senso comune. Come mostrano proprio le unioni civili omosessuali da cui siamo partiti: che suscitavano lo stesso grado di riprovazione che suscitano oggi, negli stessi ambienti, l’affermazione di genere e il cambio di sesso all’anagrafe. Del resto, sempre negli stessi ambienti (e anche altrove, a onor del vero), suscitavano riprovazione gli stessi diritti delle donne, a cominciare dal voto e dall’accesso alle professioni dette maschili: e si tratta delle stesse correnti politiche che oggi esprimono la presidente del consiglio. Il prossimo passo? Unioni regolari e riconosciute tra persone transgender e persone che non lo sono, eterosessuali o omosessuali, anche negli ambienti che per principio le rifiutano (diciamo, per brevità a destra), esistono già. Prima o poi verranno alla luce, e sanciranno un dato acquisito. Come il matrimonio tra i due sindaci da cui siamo partiti. Ai quali facciamo i nostri migliori auguri.

 

Dai sindaci sposi alle adozioni, lo strano Nordest dei diritti, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 21 marzo 2026, editoriale, pp. 1-9