La politica estera come bullismo. E la nostra (in)coscienza
Se un nostro amico, per colpire un contadino malvagio che tratta male la sua famiglia, bruciasse i suoi campi di grano, affamando così i suoi familiari innocenti, ma rendendo anche, per conseguenza, meno disponibile il pane nei villaggi vicini, facendone salire enormemente i prezzi, che cosa penseremmo? Gli daremmo man forte? Lo ringrazieremmo per quello che ha fatto? O lo condanneremmo e gli chiederemmo i danni? Soprattutto se scoprissimo che le ragioni del suo attacco sono meno filantropiche di quel che ci ha raccontato?
Ecco, ci sembra che quanto sta accadendo oggi con l’attacco israelo-statunitense all’Iran assomigli un po’ a questo esempio. Il regime è sicuramente cattivo nei confronti del suo popolo, e minaccioso nei confronti di altri. Ma non sembra che sia per motivi umanitari che il nostro amico, e nostro alleato – gli Stati Uniti, in parte per nome e conto di un altro nostro amico, Israele – lo ha attaccato: tanto che ha detto che gli basta sostituire il padre cattivo con un patrigno (nella realtà, un figlio della guida suprema, peraltro dichiaratamente più radicale del padre, e non diverso nelle idee e nei metodi) per essere contento. Nel frattempo, la famiglia – il popolo iraniano – soffre più di prima, i danni economici e ecologici ai villaggi vicini (gli altri paesi dell’area) sono già ingentissimi, i prezzi dell’energia rischiano di salire oltre ogni sostenibilità, facendo pagare un prezzo enorme anche a paesi e villaggi molto più lontani (noi, e il mondo intero), alle loro imprese, che poi vuol dire ai lavoratori, alle loro famiglie, alle loro speranze, alle loro vite. Staremo tutti peggio, per colpa di questo conflitto, peraltro nemmeno dichiarato. E noi, gli amici – l’Europa – cosa facciamo? Dobbiamo stare zitti? Far finta di non vedere? O dovremmo protestare, dire che non è questo il metodo, e agire di conseguenza, proponendone altri, ma soprattutto smettendola di rimanere ossequienti con i nostri amici? In fondo, nella vita reale, lo sappiamo, che gli amici sono tali solo quando ci dicono quello che davvero pensano su di noi e sulle nostre azioni. Perché in politica tutto ciò non lo applichiamo?
Eppure, è questo che ci serve: una operazione verità e onestà. Su noi stessi e le nostre parole e azioni (finora mancate clamorosamente entrambe). Ma anche su quelle altrui. Dopo tutto, i nostri amici sono stati e sono ancora gli Stati Uniti e Israele, come paesi, non i loro provvisori governanti Trump e Netanyahu. Prima o poi, loro non conteranno più nulla. Mentre i popoli che governano, e noi, dovremo contare e scontare per molti anni i danni che hanno fatto e che continuano a fare. Possibile non si sia, come Europa e come Italia, davvero capaci di dire nulla e fare ancora meno? A meno di accettare la triste condizione non di amici, e nemmeno di alleati, ma di sottoposti, acquiescenti e servili. Tutto quello che non insegneremmo mai ai nostri figli di essere. Ma che noi siamo, oggi. Sotto gli occhi anche dei nostri figli: che ci giudicano, al pari delle nostre coscienze.
Siamo amici di un bullo. O di due. O meglio di due che una volta erano amici sinceri, ma poi crescendo sono diventati altra cosa: arroganti, presuntuosi, violenti. A cui non interessa veramente né la nostra opinione né il nostro destino, che in passato avevano a cuore. Come nei film che ci piace vedere, ambientati nei college, possiamo scegliere: diventare la loro corte, i loro spalleggiatori, silenti e ignavi o peggio attivamente complici. Oppure stare dalla parte delle vittime, dei bullizzati: avere uno scatto di dignità, di resipiscenza, di orgoglio, di rivendicazione dei nostri valori e delle nostre azioni passate. E farci valere, o almeno farci sentire. Quello, appunto, che ci piacerebbe insegnare ai nostri figli. Ma che non stiamo più facendo noi.
Se il nostro amico è un bullo. Noi, Trump, Israele, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 29 aprile 2026, editoriale, pp. 1-3



