Le primarie cambiano la politica. Se ci si crede

Le primarie cambiano la politica, in “Mattino” Padova, “Tribuna” Treviso, “Nuova” Venezia, “Corriere delle Alpi”, 14 dicembre 2012, p.1
Le primarie per la scelta dei parlamentari indette dal segretario Bersani costituiscono una formidabile accelerazione del quadro politico nel suo insieme, non solo un fatto interno al PD. Per la prima volta in queste elezioni – ma con una legittimazione democratica e una trasparenza ben superiori rispetto alle ‘parlamentarie’ del Movimento 5 stelle – gli elettori di un partito potranno scegliersi i propri candidati. L’occasione è tanto più importante dato che il sistema elettorale, che questo parlamento non ha saputo o voluto cambiare, questa possibilità, molto sentita dal corpo elettorale, la nega.
La scelta è innovativa – e vantaggiosa per Bersani – per più motivi. Contribuisce a selezionare meglio il ceto dirigente del partito, coinvolgendone le energie e le iniziative di base, molto attive fin dalla nascita del Partito Democratico, ma altrettanto penalizzate a livello di rappresentanza politica. Produce un effetto di trascinamento rispetto alla successiva scadenza elettorale, come già dimostra la crescita di circa dieci punti del consenso intorno al PD dopo le primarie per la premiership, grazie in particolare al duello tra Bersani e Renzi. Consente anche di liberarsi, in maniera indolore, della zavorra costituita da quella parte di eletti che costituiscono un sostanziale blocco conservatore all’interno del PD: più interessato alla propria sopravvivenza politica che al progetto complessivo. Consente infine di coinvolgere, almeno in parte, un’opposizione interna presente in vari ambiti, ma che ha acquisito una plastica visibilità nel 40% di consensi raccolto da Renzi al ballottaggio. Proprio la scelta delle primarie, da sempre invocate dalle frange più critiche del PD e spesso in opposizione al segretario, costituisce una loro vittoria; ma anche un loro depotenziamento, togliendo loro la più forte arma critica rispetto alla gestione passata del partito. Peraltro il fatto di svolgerle in un brevissimo lasso di tempo – necessitata dalla scelta di Berlusconi di togliere la fiducia al governo, anticipando le elezioni – avvantaggia maggiormente i candidati interni, appoggiati dalle strutture del partito, e costituisce quindi in qualche modo una concessione controllata.
Resta il fatto che la scelta costituisce un segnale di apertura enorme da parte di Bersani, che può così legittimamente intestarsi il ruolo di innovatore, dopo che nella campagna per le primarie da lui appena vinta era sembrato più chiuso intorno a un ruolo di conservazione interna, o così era stato spesso descritto.
Di questa scelta beneficerà, elettoralmente, il PD (e ne avrebbe beneficiato il PDL, se le avesse svolte): ma anche il sistema politico nel suo complesso. Perché lo legittima, e legittimandolo lo rafforza. E perché costituisce un argine, almeno parziale, all’astensionismo. Per dirla con le categorie di Hirschman, è la voice (il diritto di ‘voce’, di opinione, anche dissenziente) che sola può efficacemente contrastare l’exit (l’abbandono, l’uscita dal sistema, il non voto appunto). In questo senso, a prescindere dal loro esito e dal livello di partecipazione che mobiliteranno (anche per il periodo infelice, quello delle vacanze natalizie, e la stanchezza di un elettorato già ‘usurato’ dalla mobilitazione per le primarie appena trascorse), costituiscono fin d’ora un successo. E un esempio: anche per altri, in future occasioni. Le primarie, una volta introdotte in un sistema, il paesaggio politico lo cambiano sul serio.
p.s. Se sono fatte bene. Se sono aperte. Se consentono ai candidati esterni agli apparati di partecipare sul serio. Se danno tempo ai candidati di farsi conoscere. Se si aprono all’intero corpo elettorale.