Abitare le disuguaglianze: la città come specchio e laboratorio sociale

Intervista per “Architetti Notizie”, Padova, 03 2025

 

L’Appunto, a cura di Paolo Simonetto

 

 

Abitare le disuguaglianze: la città come specchio e laboratorio sociale

Intervista al sociologo Stefano Allievi su come le città riflettano e producano tensioni sociali, e sul ruolo che architetti e urbanisti possono avere nel ripensare spazi più inclusivi e umani.

Le città non sono solo insiemi di edifici. Sono organismi vivi, fatti di relazioni, incontri, energie e anche contrasti. Raccontano chi siamo, come viviamo insieme e quali possibilità offriamo a chi le abita. Strade, quartieri e confini, a volte invisibili, segnano differenze di reddito, cultura e opportunità. E la forma stessa dello spazio urbano può favorire l’incontro oppure alimentare le distanze.

Per questo, architettura e urbanistica comportano sempre una responsabilità. Disegnare lo spazio significa scegliere come vogliamo convivere e quale idea di città vogliamo costruire. In un tempo segnato da migrazioni globali, cambiamenti sociali e nuove sfide legate alle disuguaglianze, diventa sempre più importante interrogarsi sul ruolo etico e politico di chi progetta i luoghi in cui viviamo.

Per una rivista come la nostra, che sceglie di guardare oltre la tecnica, è fondamentale ascoltare voci capaci di offrirci prospettive diverse. Tra queste, quella di Stefano Allievi occupa un posto particolare. Sociologo e docente all’Università di Padova, da anni studia le trasformazioni sociali, il fenomeno migratorio, le dinamiche dell’identità e la metamorfosi delle nostre città. Il suo pensiero, libero dai confini rigidi tra le discipline, ci aiuta a vedere lo spazio urbano non solo come forma, ma come luogo dove si intrecciano relazioni, poteri e possibilità.

Con lui abbiamo voluto parlare di città e di differenze, ma anche del ruolo che architetti e urbanisti possono avere nel disegnare spazi più inclusivi, capaci non soltanto di rispondere a bisogni funzionali, ma di generare legami, senso di comunità e futuro.

 

 

Paolo Simonetto_Professore, quando parla di città, dice spesso che riflettono la società. Secondo lei, cosa ci dicono oggi le nostre città sulle disuguaglianze che le attraversano?

 

Stefano Allievi_Gli spazi urbani raccontano moltissimo delle disuguaglianze che attraversano la società contemporanea: ne sono lo specchio, ma anche un amplificatore. Viviamo in un mondo sempre più urbanizzato, e sempre più diseguale, in cui la cultura, i linguaggi e gli immaginari si formano in ambiente metropolitano e si diffondono ovunque, anche oltre i confini fisici delle grandi aree urbane. Le differenze sociali oggi si leggono nei quartieri, nei modi dell’abitare, persino nei luoghi pubblici. Esistono forme di segregazione economica, etnica o generazionale: intere zone abitate prevalentemente da anziani, famiglie giovani o comunità specifiche. Nei centri minori queste fratture si percepiscono meno, ma non per questo sono assenti: il benessere è più diffuso e discreto, non per forza più equo. Le metropoli restano comunque il luogo in cui si definiscono le priorità culturali e simboliche. Sono loro a orientare il dibattito pubblico, a decidere cosa diventa visibile o di successo. Anche quando un fenomeno nasce in provincia, è sempre lo sguardo urbano a consacrarlo. È questo, forse, il motivo del loro fascino: continuano a rappresentare l’orizzonte di riferimento della modernità.

 

PS_Spesso si parla di paura dello spazio pubblico, la paura dell’altro, dello straniero, di chi è diverso. Quanto pensa che questa paura influenzi davvero come usiamo le nostre città e cosa potrebbero fare architetti e urbanisti per aiutare a superarla?

 

SA_La paura incide profondamente sul modo in cui viviamo e costruiamo gli spazi urbani. È diventata un prodotto che si vende bene, economicamente e politicamente. La sicurezza è spesso ridotta a sorveglianza, a una gara di telecamere, come se il controllo potesse sostituire la fiducia. Ma così facendo si alimenta proprio ciò che si vorrebbe combattere: la paura stessa.

Il punto è che le nostre insicurezze reali sono altrove: riguardano il lavoro, la famiglia, il futuro, non la microcriminalità. Tuttavia, lo straniero diventa il capro espiatorio su cui proiettare queste ansie. E questo produce segregazione, svalutazione dei quartieri e, soprattutto, disintegrazione del tessuto sociale.

Per invertire la rotta serve ripensare lo spazio come luogo di relazione. Oggi metà dei nuclei familiari è composta da una sola persona: viviamo una povertà relazionale enorme. Architetti e urbanisti possono e devono intervenire su questo, progettando spazi che favoriscano incontri e comunità: co-housing, coworking, luoghi condivisi che ricostruiscano legami. La sicurezza vera nasce da qui, dalle relazioni, non dal controllo.

 

PS_Lei definisce la città come un laboratorio sociale. Crede che oggi sia ancora possibile usare lo spazio urbano per provare a cambiare le cose? Oppure pensiamo solo a farci i soldi e lasciare tutto com’è?

 

SA_Usare lo spazio urbano per cambiare le cose è possibile, ma manca una vera cultura del cambiamento. Non servono solo innovazioni tecniche, serve una mentalità aperta, capace di mettere in relazione competenze diverse e di imparare da ciò che altrove funziona. In Italia, invece, prevale l’improvvisazione, la chiusura, una certa autosufficienza amministrativa che non dialoga con il sapere disponibile.

Una città-laboratorio presuppone la partecipazione di tutti, esperti e cittadini, studenti e pensionati, architetti e amministratori, perché ogni punto di vista contribuisce a generare soluzioni nuove. Lo spazio, infatti, decide la qualità delle relazioni: un’aula o una piazza progettata in modo rigido produce un pensiero altrettanto rigido.

Serve più coraggio nell’immaginare luoghi flessibili, aperti, condivisi: hub culturali, spazi di incontro, ambienti dove si sperimenta e si apprende insieme. La lentezza e l’ascolto, in questo senso, non sono un ostacolo, ma una condizione del cambiamento. È il tempo delle relazioni che genera innovazione, non la fretta del risultato.

 

 

PS_La gentrificazione è davvero una riqualificazione urbana, o piuttosto un processo di espulsione sociale mascherato?

SA_Direi che è proprio così: un processo di espulsione sociale mascherato da riqualificazione. Oggi basta una sola app, come Airbnb, per cambiare la geografia urbana, spostare popolazioni, alterare l’uso della città. È una gentrificazione diffusa, che non riguarda solo i quartieri centrali ma il modo stesso in cui abitiamo. Il problema non è il fenomeno in sé, ma l’assenza di governo. Come per l’immigrazione o l’overturismo, ciò che manca è la volontà di pianificare. Abbiamo dati, studi, previsioni demografiche chiarissime, ma preferiamo ignorarle. Così lasciamo che siano i fenomeni a governarci, invece di assumerci la responsabilità di orientarli. Le conoscenze ci sono, le competenze anche: ciò che manca è una visione capace di collegare i processi, demografia, lavoro, istruzione, abitare e di leggerli insieme. È questo il nodo della politica e della cultura contemporanea: abbiamo strumenti ricchi, ma meccanismi premiali poveri, che non valorizzano il pensiero critico né la progettualità di lungo periodo. Eppure, la sfida è proprio qui: imparare a governare il cambiamento, non a subirlo. Le città del futuro si costruiscono così, mettendo in relazione i fenomeni e decidendo finalmente di usarne la conoscenza.

 

PS_Viviamo un tempo di crisi della prossimità. ognuno tende a chiudersi nella propria bolla, reale o virtuale. Come si può progettare una città che inviti ancora all’incontro, al confronto tra persone diverse?

 

SA_ Progettandola, concretamente.

La socialità non nasce per decreto, ma si costruisce giorno per giorno attraverso spazi e situazioni che favoriscano l’incontro. A Padova, ad esempio, Prato della Valle è diventata un luogo vissuto da diverse comunità grazie a un evento sportivo: studenti, famiglie, immigrati, giovani appassionati di rollerblade hanno condiviso la piazza, generando una socialità spontanea.

Quel che conta non è solo pianificare, ma offrire occasioni, inneschi che permettano agli abitanti di sentirsi parte attiva della città.

La progettazione urbana efficace non chiude e non regola soltanto: incentiva la vita pubblica. Università e centri culturali che attraggono studenti e professionisti, quartieri che mescolano residenze e servizi, eventi e iniziative che rendono gli spazi vivi e inclusivi, contribuiscono a costruire una città più aperta.

Anche piccoli gesti possono generare grandi effetti: un’area pedonale curata, un parco accessibile, una piazza attrezzata diventano catalizzatori di relazioni.

Guardando ad alcune esperienze internazionali – penso a alcune città olandesi visitate di re4cente –  emerge come la combinazione di progettazione, investimenti e apertura culturale favorisca gli incontri tra persone diverse, stimoli creatività e rafforzi il senso di comunità.

Il messaggio è chiaro: una città che invita al confronto è possibile, purché ci siano visione, coraggio e cura costante. Non è un’utopia, ma una responsabilità: quella di un progetto che non si limita a disegnare spazi, ma a generare relazioni.

Perché ogni architettura, quando è viva, non costruisce solo edifici, costruisce convivenza.

 

 

 

 

 

 

Stefano Allievi (Milano, 1958) è professore ordinario di Sociologia all’Università di Padova. È specializzato nello studio dei fenomeni migratori, in sociologia delle religioni (con particolare attenzione alla presenza dell’islam in Europa), e in studi sul mutamento culturale e politico: temi su cui ha condotto ricerche a livello nazionale e internazionale, pubblicate in varie lingue europee, in arabo e in turco. Svolge anche un’intensa attività di divulgazione, come conferenziere, editorialista, autore, poeta e performer. Tra i suoi libri più recenti Torneremo a percorrere le strade del mondo. Breve saggio sull’umanità in movimento (UTET 2021), Dizionario del Nordest. Contributi per l’analisi di un immaginario (Ronzani 2023), e Il sesto continente. Le migrazioni tra natura e società, biodiversità e pluralismo culturale (con G. Bernardi e P. Vineis, Aboca Edizioni 2023). Per Laterza è autore di: Tutto quello che non vi hanno mai detto sull’immigrazione (con G. Dalla Zuanna, 2016); Immigrazione. Cambiare tutto (2018); 5 cose che tutti dovremmo sapere sull’immigrazione (e una da fare) (2018); La spirale del sottosviluppo. Perché (così) l’Italia non ha futuro (2020); Governare le migrazioni (2023) e l’ultimo Diversità e convivenza. Le conseguenze culturali delle migrazioni (2025).