Click day: come non si fa una politica delle migrazioni
Di click day in click day (solo in febbraio ce ne saranno tre: uno per il settore del turismo, uno per lavoratori non stagionali, e uno per colf e badanti, mentre in gennaio se ne è svolto uno per l’agricoltura), il numero di assunzioni potenziali di immigrati dall’estero si avvicina progressivamente a quello delle richieste del mondo del lavoro e delle associazioni datoriali. Sono 194mila le domande precaricate per quest’anno sul sito del ministero dell’Interno, a fronte di 164mila posti allocati dal decreto flussi. Un bagno di realismo, dal punto di vista dei numeri. E uno di surrealismo, quanto alle modalità.
Si può sorridere sul nome stesso: poco linguisticamente sovranista, anche se si tratta di prassi ereditata da governi precedenti. Ma viene da piangere, invece, pensando a cosa significa: la assoluta mancanza di una politica dell’immigrazione seria e di lungo periodo. Cominciamo dal metodo. Nessuno di noi e nessuno dei nostri figli ha mai trovato lavoro nella maniera in cui si pretende, o si finge di pretendere, che lo trovino gli immigrati: con la richiesta di un datore di lavoro di un altro continente, che per motivi misteriosi, non conoscendoci, dovrebbe desiderare di assumere proprio noi. Il fatto che si accetti di ricorrere a questo metodo, o lo si subisca, dà la misura della disperazione dei datori di lavoro, così affamati di manodopera da continuare a perdere tempo e fatica dietro una modalità assurda di assunzione. Non si tratta di migliorare il meccanismo, che peraltro è pieno di incongruenze e si presta persino ad un uso criminale: si tratta di cambiare impostazione e logica, e quindi di abolirlo.
Il fatto che – chissà perché, dato che le aziende stanno al nord – il grosso delle domande fino ad ora sia venuto da alcune province della Campania già dovrebbe dirci qualcosa su chi gestisce questo traffico. Il fatto che moltissime domande non arrivino poi a concretizzarsi in un permesso di soggiorno dovrebbe dirci altro sulla farraginosità del meccanismo e sui suoi effetti perversi, tra i quali c’è quello di produrre irregolarità, anziché diminuirla, per via istituzionale: grazie alle norme e non nonostante esse, il che accentua il paradosso. Ma il punto vero è che bisognerebbe assumere diversamente. Intanto, regolarizzando chi già è qui. Un po’ è stato usato in passato il click day a questo scopo, all’italiana, fingendo di assumere dall’estero, ed è comunque l’unico lato positivo. Ma occorre molto di più. In Spagna, paese con una situazione e un fabbisogno relativamente simile al nostro, si è tenuta aperta per anni una specie di sanatoria ad personam, per cui, senza troppe fanfare, un immigrato che avesse un datore di lavoro disposto ad assumerlo (spesso, per il quale lavorava già in nero) poteva di fatto regolarizzare la propria posizione: in Italia è quasi del tutto impossibile anche per i richiedenti asilo già qui e ospitati per mesi nelle nostre strutture, proprio a causa delle normative e delle prassi sempre più restrittive – e anche in questo caso, producendo per via amministrativa l’irregolarità che a parole si denuncia. Eppure proprio in questi giorni la Spagna ha deciso per decreto la regolarizzazione, in due mesi, stando alle stime, di circa mezzo milione di persone, più o meno quanti sono gli irregolari in Italia: in un paese che, in percentuale, ne ha più di noi, e la cui economia – sorpresa! –, forse anche per questo motivo, cresce più della nostra.
Da noi, tuttavia, la parola regolarizzazione non si può e non si vuole dire per motivi ideologici: perché chi ora governa è arrivato al potere anche grazie all’abbondante propaganda antiimmigrati sparsa a piene mani quando era all’opposizione.
Si continueranno quindi a fare click day, anche se servirebbe altro: l’apertura di veri canali regolari di ingresso. Che finora, checché ne dicano anche esponenti politici che non conoscono nemmeno l’abc della legislazione in materia, sostanzialmente non esistono. Bisognerebbe aprirli, attraverso accordi bilaterali che mettano questo tema al primo punto, e solo dopo, come conseguenza, i rimpatri. E non accade. In realtà basterebbe dare dei permessi biennali di soggiorno per ricerca di lavoro: quello che facciamo noi, se vogliamo lavorare. Volendo, si potrebbero pure aggiungere altre condizioni. Magari il pagamento del biglietto aereo di ritorno, messo nelle mani dello Stato, in caso di comportamento scorretto. Volendo, persino chiedere il pagamento anticipato di due anni di iscrizione al servizio sanitario nazionale. Gli immigrati spenderebbero comunque meno, e ci metterebbero meno, arrivando vivi e in buona salute, rispetto all’affrontare la traversata del Mediterraneo. E noi sapremmo chi sono, dove sono e cosa fanno. Ma è troppo ovvio, troppo poco ideologico. Non aiuta a acquisire consenso. Specie se lo si è ottenuto chiedendo blocchi navali e oggi remigrazioni. E quindi non accadrà.
Click day, l’alibi di una non politica, in ItalyPost, 2 febbraio 2026, editoriale, pp. 1-7



