Caos tamponi: modelli di gestione a confronto – Italia e UK

Modello fiduciario e modello impositivo: potremmo definire così i diversi modi di funzionamento societario dei paesi europei. Proviamo ad applicarlo alla questione dei tamponi, che sta mandando nel caos le Aziende sanitarie ma anche le farmacie, con code di ore, costi economici e sociali elevatissimi, un concreto peggioramento della vita dei cittadini, l’aumento della rabbia sociale, oltre che il collasso del sistema sanitario per sovraccarico da eccesso di richieste.

Partiamo dal confronto con un caso concreto. Nel Regno Unito gli auto-test diagnostici sono gratuiti, distribuiti nelle farmacie su semplice richiesta e senza limiti, e sono considerati validi per le principali necessità (inclusa la presenza a scuola e al lavoro): inoltre contengono un QR code che migliora le capacità di tracciamento. Quelli con valore legale (per viaggiare all’estero, ad esempio) vengono richiesti online, recapitati a domicilio in poche ore (massimo 24) a tutti, anche residenti temporanei, hanno anch’essi un QR code di controllo, e anche in questo caso l’utente fa da sé, lo re-invia con la copia di un documento, e il certificato medico arriva via mail entro le 24 ore successive. In Italia occorre prenotare il test con anticipo di giorni per qualunque necessità (lavoro, scuola, vacanze, viaggi) presso le Asl o in farmacia (in questo caso pagando); oppure – oggi che la domanda è in crescita, per aumento dei positivi e a seguito di regolamentazioni farraginose e contraddittorie, si pensi alla scuola – ci si deve sottoporre a code estenuanti, per i cittadini come per il personale sanitario. E che oltre tutto sono causa possibile di ulteriore contagio.

Ecco, è un esempio semplice di due modelli societari diversi e per molti versi opposti. Ci si fida dei cittadini, e li si tratta come adulti consapevoli, correndo i rischi relativi, o non ci si fida e li si tratta come minori irresponsabili, in definitiva come sudditi. Certo, c’è un’idea delle regole, e del loro rispetto (pensiamo alle leggendarie file degli anglosassoni), differente. C’è anche la consapevolezza che il sistema all’ingrosso funziona, per cui chi non osserva le norme, prima o poi verrà colpito, la sanzione sarà effettivamente comminata, e il necessario tributo alla società pagato. Mentre qualcuno la farà franca, ma sarà il prezzo legittimo da pagare affinché i cittadini siano comunque trattati come tali.

Non possiamo immaginare una società in cui tutti rispettano sempre tutte le regole: semplicemente perché una società così non esiste, e probabilmente non è nemmeno auspicabile. Possiamo scegliere però come regolare la società: se con un patto fiduciario o un’imposizione. Entrambi i modelli hanno i loro vantaggi e i loro difetti. Ma ci pare evidente la superiorità (e maggiore efficienza) del modello fiduciario: non a caso sempre più applicato anche nella vita familiare, nel mondo dell’impresa, e più lentamente persino nelle istituzioni e nella pubblica amministrazione. Quello per cui si applicano, affidando una certa autonomia all’individuo, norme semplici, di cui sia più facile anche verificare il mancato rispetto con controlli a campione, e comminare una sanzione, correndo il rischio che una quota di popolazione non le rispetti, anziché costringere tutti a regole complesse e farraginose, con pochi margini di autonomia, ma con controlli successivi rari e non efficaci nell’evitare frodi che comunque ci saranno.

Certo, è il problema atavico del nostro modello statuale. Lo sa bene chiunque provi a fare impresa in questo paese: con la caterva di pratiche da svolgere ancora prima di avere cominciato, che costringono a spese, consulenze e lunghe tempistiche che si potrebbero tranquillamente evitare. E, certo, questi modelli affondano le loro radici in differenze antiche, secolari, non facili da cambiare perché sono quasi dei riflessi condizionati: che condizionano a loro volta, in primo luogo, l’attività legislativa. Ma forse anche il caos tamponi ci mostra che è ora di cambiare. Dopo tutto, come abbiamo scoperto con sorpresa noi stessi prima, e gli osservatori internazionali poi, le norme mediamente le rispettiamo, più di quanto crediamo: come ha mostrato la disciplina nell’applicazione del primo durissimo lockdown, e la percentuale molto elevata di vaccinati. Forse scopriremmo che un modello siffatto sarebbe più efficiente e costerebbe anche meno: con molte risorse risparmiate, che potrebbero essere indirizzate al controllo e alla repressione della devianza reale, anziché in una formale e costrittiva prevenzione di una devianza che forse non c’è.

 

Il caos tamponi e il giusto modello, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 13 gennaio 2022, editoriale, p.1