Stiamo ripartendo? Come?

Un po’ alla volta, con la dovuta e ragionevole gradualità, si sta per aprire tutto, o così ci raccontano. Tutto bene? Tutto come prima? Finalmente liberi? Liberi tutti?

Si dice che la gente non aspetti altro, e probabilmente è vero. Certo, lo aspettano gli operatori economici che sono stati maggiormente danneggiati, come una liberazione: dal bisogno, dallo spettro concretissimo del fallimento, dalla crisi in agguato. Ma lo aspettano anche molti utenti, consumatori, cittadini che non vedono l’ora di tornare ad essere quelli di prima. E, certo, tutti quanti aspettiamo la liberazione dai lacci e dai vincoli: quasi per principio, prima ancora che per necessità. Tutto questo è comprensibile. Ma sia sul piano sanitario, che su quello economico, che su quello sociale, e persino su quello esistenziale, le cose sono più complesse. E crediamo che ci sia un pezzo di opinione pubblica che, pur apprezzando l’entusiasmo per le riaperture, non si senta di condividerlo, covando quasi in segreto profondi timori, per motivi diversi.

Qualcuno perché in oltre un anno di lockdown o semi-lockdown si è abituato a una condizione di minori frequentazioni, di più contenuti assembramenti (anche questa è una novità: abbiamo imparato a chiamare così ciò che prima era semplicemente la gente), di maggiore silenzio e isolamento. E non sembra eccitato all’idea di folle abbraccianti, di saluti festosi, di rumore assordante, di rinnovate code.

Qualcuno perché non si illude che tutto sarà come prima: e nemmeno lo vorrebbe. Perché, avendo sperimentato che le cose potrebbero essere altrimenti, spera che cambi anche il modo di divertirsi, di incontrarsi, di parlarsi. Che si recuperi un po’ di profondità contro il dominio della superficialità, un po’ di contenuti contro la loro mancanza, un po’ di peso contro l’eccessiva e insostenibile leggerezza, un po’ di densità contro l’evanescenza, un po’ di qualità rispetto alla quantità, un po’ di essere contro il sembrare.

Qualcuno anche perché teme che non sia affatto finita. Che la fine di questo lockdown sia solo una fase. Che, come quelli che hanno visto più lontano ci ripetono dall’inizio, dovremo abituarci a continue altalene di aperture e chiusure, di stop and go, di accelerazioni e rallentamenti, di ulteriori rinnovate campagne vaccinali. Perché questo insidioso nemico è capace di mutare continuamente forma, in quelle che abbiamo imparato a chiamare varianti, dando loro un’aggettivazione geografica, non a caso. E quindi, finché non sarà vaccinato il mondo intero (e noi stessi con la terza dose già in programmazione, e poi le altre a venire), questa cosa continuerà a rimbalzarci addosso per anni, in un interminabile ping pong attraverso i confini tra paesi, tra regioni, tra aree bianche, gialle, arancioni, rosse. È quella che chiamano shut-in economy, l’economia chiusa in domestici confini, dove l’aggettivo ‘domestico’ equivale al perimetro di casa, nemmeno del paese di cui si è cittadini.

Qualcuno anche perché sente che la libertà di ieri, a ripensarci meglio, un po’ mette i brividi. O forse perché sente che la ruota che gira, il meccanismo che ricomincia a muoversi (e non parliamo solo del lavoro), i rituali che tornano ad essere quelli di prima, non assomigliano necessariamente alla libertà: alcuni, molti, assomigliano alla ruota dello scoiattolo in gabbia, la libertà illusoria di una condizione di prigionia reale anche se incompresa. Da cui la pandemia ci aveva difeso, perché era la scusa perfetta per dire il nostro no, motivarlo, giustificarlo: o lasciarlo dire ad altri al nostro posto. Mentre da soli non siamo abbastanza forti per sostenerlo.

Qualcuno, infine, perché nel frattempo ci sono stati morti, feriti, lutti, perdite, sconfitte, fallimenti, e ad alcuni viene difficile fare finta di tutto, come se niente fosse: espressione significativa, perché le cose invece – le cicatrici specialmente – sono state e sono, e dunque restano e resteranno visibili, a volerle vedere.

Dev’essere per questo che anch’io provo un leggero tremore, un fremito impalpabile, uno sfarfallare di contraddizioni nello stomaco, un atteggiamento ambivalente, un camminare cauto, lento, meditato, incerto, insicuro verso le aperture a venire – l’inquietudine dei perplessi, probabilmente.

 

Una nuova libertà dopo il lockdown, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 21 maggio 2021, editoriale, p.1