Le due facce dell’integrazione: Nelson, Saman, Seid e noi

Un medico padovano viene mandato per conto dell’INPS a Chioggia per una visita fiscale a un lavoratore che risulta in malattia, e che invece rientra proprio in quel momento in ciabatte e costume. Viene aggredito, insultato, minacciato di morte, inseguito. Il caso è già vergognoso in sé, e naturalmente da stigmatizzare e perseguire a norma di legge. Lo è ancora di più perché il medico in questione è originario del Camerun, e questo è sufficiente all’aggressore per sentirsi autorizzato ad aggiungere, alle minacce, delle considerazioni, chiamiamole così, più contestuali: “Negro di merda, da qui non esci vivo”, “Non puoi venire in Italia a fare quel cazzo che ti pare” e altri insulti razzisti. Il medico in questione ha una compagna italiana, una figlia di due anni, un lavoro con il quale in quel momento rappresenta proprio l’Italia, la legge, la correttezza del cittadino, il rispetto della norma – cioè tutti noi. Chi era fuori e contro il consesso civile, la legge, l’idea stessa di cittadinanza, era proprio il suo aggressore. Può darsi che la reazione aggressiva ci sarebbe stata comunque, anche se il medico fosse stato “bianco”: la cronaca è lì a testimoniarci che il mondo è pieno di cittadini non riusciti, e di violenti – il male esiste, dopo tutto.  Quella che non ci sarebbe stata è la sostanziale legittimazione del suo comportamento che, agli occhi dell’aggressore, era dovuta al fatto che il medico era nero – altro da sé, inferiore, nemico. Legittimazione che forse è leggibile in quella che appare come la sostanziale connivenza, o comunque la mancata reazione, di vicini e spettatori della scenata. Il fatto che la moglie del medico testimoni come spesso lo scambino per un ambulante o un ladro, e denunci un quotidiano stillicidio di minacce e preoccupazioni (fino a questa che “non è più ignoranza, maleducazione o stupidità” – che già sarebbe grave – ma “violenza del branco”) significa che nella cultura diffusa – che è frutto di anni di martellamento in tal senso – sembri proprio impossibile che un nero possa essere un medico (uno degli eroi di quest’ultimo anno), o magari un poliziotto. Motivazione che ci fa capire a contrario quanto sia importante, anche simbolicamente, che l’inclusione nei lavori “normali” si moltiplichi.

Non è un caso isolato, purtroppo. Nello stesso giorno si uccideva (anche se per altri motivi, come la famiglia ha dignitosamente e responsabilmente sottolineato), un ragazzo di vent’anni, di origine africana, adottato. In una lettera straziante e lucidissima, mandata tempo prima ad alcuni amici e alla psicoterapeuta, e letta durante il suo funerale, denunciava lucidamente il razzismo quotidiano, strisciante e diffuso, le accuse continue subìte – o per essere nero, o per non esserlo abbastanza, tanto da “rubare” il lavoro ai bianchi. C’è un passo terribile nella sua ordinarietà: “Ero riuscito a trovare un lavoro che ho dovuto lasciare perché troppe persone, specie anziane, si rifiutavano di farsi servire da me e, come se non mi sentissi già a disagio, mi additavano anche come responsabile perché molti giovani italiani (bianchi) non trovassero lavoro”. Diciamoci la verità: in quanti pensiamo queste stesse cose, come se – al di là della perversione dell’argomentazione in sé – non potessero esistere italiani non bianchi?

Oltre a ricordare questi fatti in sé, anche per contrastare la leggerezza con cui evitiamo di interrogarci seriamente su di essi, vale la pena avanzare due ulteriori considerazioni. La prima sulle aggravanti legislative: di fronte al razzismo, all’omofobia, ad altre forme di bullismo contro categorie già deboli in quanto minoritarie e con meno potere (dai disabili fino alle donne in quanto tali), capiamo quanto queste aggravanti legislative siano giustificate, in quanto educative. Perché molte forme di violenza, anche solo verbale, non ci sarebbero, o sarebbero di molto attenuate, se gli aggrediti non fossero portatori dell’una o dell’altra diversità. E ci sarebbe meno tolleranza e permissivismo da parte dei testimoni di queste forme di aggressione.

La seconda è legata alla tendenza – di fronte a questi fatti, figli di una società ormai plurale che tuttavia non si è accorta di esserlo – a schierarsi, incentivata da una propaganda politica colpevolmente ideologica, e da un giornalismo da talk show superficiale e distratto, che lascia passare troppe parole in libertà. Nei giorni scorsi – e tuttora – si dibatte della vicenda di Saman Abbas, la giovane pachistana con tutta probabilità uccisa dalla famiglia perché non voleva sottostare a un matrimonio forzato. La cosa terribile è che, in molti casi, chi si occupa di Saman lo fa non per pietas, ma come scusa per attaccare immigrati e musulmani, e mette in ombra gli episodi da cui siamo partiti. Viceversa, chi è sensibile al razzismo, spesso mette in secondo piano o sottovaluta i casi come quello di Saman, per non danneggiare la causa: anche qui senza vera pietas umana. È una deriva tristissima. Che deve farci riflettere. O siamo capaci di reagire di fronte a questi eventi allo stesso modo, e con la stessa forza e indignazione, e per gli stessi motivi, o abbiamo davvero un problema molto grosso. Di umanità, prima che di civiltà.

 

Serve uno scatto di civiltà, in “Corriere della sera – corriere del Veneto”, 8 giugno 2021, editoriale, p.1

qui il mio precedente articolo sul caso di Saman: https://stefanoallievi.it/articoli/saman-cosa-pensarne-cosa-fare/