Come (non) funzionerà il Patto europeo sulla migrazione e l’asilo
L’illusione europea di governare l’immigrazione
Più controlli e più espulsioni, ma ancora nessuna strategia per i canali d’ingresso regolari
Forse l’unico modo per capire come funziona davvero il Patto europeo sull’immigrazione e l’asilo, è immaginarlo a parti invertite. Facciamo finta che uno di noi decida di andare in un paese dell’Africa: chiamiamolo Nigeria, tanto per dargli un nome non a caso, dato che la Nigeria si avvia a essere il terzo paese più popoloso del mondo, superando gli Stati Uniti, ed è anche una potenza economica di rilievo crescente. A proposito, se credete che i nigeriani appartengano a una società primitiva e a un’economia poco sviluppata, l’Economist documenta che nel Regno Unito il reddito medio dei nigeriani, che sono al centro anche della scena culturale londinese, è superiore al reddito medio degli inglesi. E questo forse è uno dei motivi della rabbia che spinge i britannici a prendersela con gli immigrati, come accaduto nelle recenti cacce al nero di Belfast e d’altrove. Alcuni sono più motivati e più bravi di loro – più integrati nel sistema, paradossalmente. Altri no e si fanno concorrenza nell’uso di un welfare sempre meno finanziato: e, questa sì, è una delle grandi questioni cui la politica, di destra e di sinistra, dovrà dare risposte, prima o poi. Perché il sistema, come è concepito ora, impoverisce gli autoctoni (anche se gli immigrati non esistessero: avrebbero solo un capro espiatorio in meno) tanto quanto gli immigrati a cui pure dà un’opportunità, e riduce le tutele di tutti a beneficio di pochi.
Torniamo a noi. Per entrare in Nigeria occorre un visto: e noi non l’abbiamo chiesto, perché sappiamo che non ce l’avrebbero dato (strano, vero?, per noi che siamo abituati a andare ovunque senza permesso e senza motivo). In Nigeria ci chiedono il motivo (guardarci in giro per vedere se troviamo un’opportunità di lavoro) e il permesso. Peraltro, siamo arrivati al confine con la Nigeria dopo un lungo viaggio, durato più di un anno, che ci è costato molto più di quanto sarebbe costato un volo in business class. E siamo provati nel fisico e nella psiche, a causa delle fatiche e dei (mal)trattamenti subiti durante il viaggio.
Arrivati in Nigeria, ci mettono per un massimo di 7 giorni in un centro di detenzione, da cui non possiamo uscire: che, grazie a una neo-inventata “finzione di non ingresso”, è una specie di terra di nessuno che non è considerato territorio dell’Unione Europea (pardon, Africana) e quindi non valgono le sue tutele. Qui ci prenderanno le impronte digitali, la biometria della retina, si procede allo screening sanitario e alla raccolta dei documenti: informazioni che finiranno in una banca dati dell’Unione Africana. Ma siccome non si tratta né di una stazione di polizia, né di un tribunale, né di una prigione, le procedure non sono pubbliche e la società civile (ma nemmeno la legge) può intervenire. La raccolta di questi dati avrà come effetto che quel dato richiedente asilo, noi, dovrà essere ‘gestito’ per sempre dalla Nigeria, rendendo impossibili i movimenti secondari verso altri paesi. A seguito di questo primo esame si dovrebbe decidere se avviare le persone alla procedura rapida di analisi delle richieste di asilo (detta procedura di frontiera), alla procedura ordinaria, o rimpatriarli. E questo presuppone accordi di rimpatrio che ancora non ci sono. Il rischio, dunque, è che questa norma produca ancora più irregolari presenti sul territorio.
Dopodiché si verrà avviati alle procedure di frontiera, che devono durare tre mesi, appello incluso: tempistica che già ci dice con quanto scrupolo sarà seguita la nostra richiesta. Lo scopo evidente è cercare di esaminare il massimo possibile di domande con procedura accelerata, e usare quella ordinaria solo per i casi residuali. Chi non avrà il diritto a restare dovrà essere rimpatriato entro 6 mesi totali, con obbligo di dimora in un luogo specifico, che se disatteso produrrà decadenza della domanda. E qui si riavvia il meccanismo sui rimpatri di cui sopra, con le relative impasse. Qui si deciderà che nella gran parte dei casi le persone non hanno titolo per entrare legalmente nel paese (e questo vale anche per chi vive nel paese in questione, a Lagos poniamo, magari da anni, ma non può dimostrare di essere entrato legalmente). Le scelte infatti sono o asilo o espulsione: il che, paradossalmente, esclude precisamente le persone che servirebbero alla Nigeria – i migranti economici.
Il regolamento rimpatri, approvato dall’Europarlamento (pardon, l’Afroparlamento) da una maggioranza anomala di popolari e estrema destra al grido di “Send them back” consente, anche nel caso in cui la Nigeria fosse disposta a esaminare la nostra richiesta d’asilo, di essere mandati in un altro stato, anche se si tratta di un paese con cui non abbiamo alcun rapporto (che so, in Pakistan).
La redistribuzione tra paesi, per diminuire la pressione sui paesi di confine della UE (pardon, l’Unione Africana), non ci sarà. La ricollocazione non è obbligatoria, può essere sostituita da un contributo finanziario, e già alcuni paesi hanno dichiarato che non la rispetteranno comunque. Rispetto al passato, cambia poco, e quello che cambia è in peggio per i paesi frontalieri.
In tutto questo, quello che manca è proprio la parte più importante: la gestione di flussi regolari di migranti economici, di cui invece l’economia ha bisogno, pena la chiusura stessa delle aziende nigeriane, di molte attività economiche in agricoltura e nei servizi, nonché la sparizione del lavoro domestico e di cura, cui si aggiunge un danno economico e previdenziale che pagheranno le ultime generazioni, già penalizzate rispetto a chi le precede. Di tutto questo (anche nei commenti, e non a caso), nel dibattito politico e giornalistico nigeriano non c’è praticamente traccia.
L’illusione europea di governare l’immigrazione, in “ItalyPost”, 30 giugno 2026, editoriale, p. 1



