Immigrazione in Veneto: i numeri che non vogliamo vedere
Se vogliamo cercare di disegnare il Veneto di domani, bisogna capire quello di oggi. Se vogliamo capire l’immigrazione e l’integrazione di domani, occorre guardarsi intorno oggi, con un minimo di oggettività e di onestà.
Cominciamo, come inevitabile, dalla demografia. I dati ci sarebbero tutti, se solo volessimo vederli. Il nuovo sito del dipartimento di Scienze Statistiche dell’università di Padova (integrazioneveneto.stat.unipd.it), frutto di un progetto cofinanziato dall’Unione Europea (e meno male che c’è lei a aiutarci a guardarci dentro), ce li mette sotto gli occhi ancora meglio, costringendoci a prenderne atto. Nella fascia 35-44 anni, quella con la percentuale più alta di immigrati, i provenienti da paesi stranieri, in Veneto, sono un quinto della popolazione (19,7%: con punte del 22,2% nel veronese, 21,8% nel veneziano e 19,9% nel padovano): gente arrivata per lavorare qui, in parte con le loro famiglie. Ma nella fascia 0-2 anni sono già il 17% (il 21,7% nella provincia di Rovigo, il 20,4% nel veneziano e il 18,9% nel veronese): gente non arrivata, ma nata qui – un segnale inequivocabile di progressivo radicamento. Eccolo, il futuro. Mentre è il passato a essere sottorappresentato: se includiamo tutte le fasce d’età, in particolare quelle più anziane, in cui sono sovrarappresentati gli italiani autoctoni, la popolazione immigrata scende al 10,4%: poco più della metà rispetto alle fasce d’età citate finora.
Passiamo dalla demografia all’economia e al lavoro. Qui ci pensano i dati della fondazione Leone Moressa a spiegarci che pur essendo gli immigrati in Veneto solo un decimo della popolazione, e guadagnando mediamente un terzo in meno degli italiani, producono l’11,3% del PIL, sono il 12% degli occupati e il 14,7% dei contribuenti.
Questi i dati su quella che possiamo chiamare in qualche modo la normalità dell’integrazione: demografica, economica e lavorativa. E la percezione, invece? Di cosa parla la politica, e di conseguenza i media? Maranza, microcriminalità, terrorismo islamico. Integrazione sostanziale, percezione conflittuale. Integrazione accettata e anzi incoraggiata nel lavoro, ostacolata e considerata un problema sul piano sociale, religioso e persino scolastico. Eppure si tratta delle medesime persone. Una evidente schizofrenia interpretativa. Non che una cosa escluda l’altra, è ovvio. Ma per i maranza forse dovremmo interrogarci sul perché la parola sia nata per definire un certo tipo di adolescenti italiani, tra il coatto e il tamarro da branco, e non di figli di immigrati: la parola è presente già in una canzone di Jovanotti poco più che ventenne, “Il capo della banda”, del 1989, che con quei giovani, allora, ci si identificava. Sulla microcriminalità (condannandola e reprimendola, come giusto e doveroso, perché suscita un più che comprensibile allarme sociale e un danno enorme a chi ne è vittima: e includo in questa categoria sia chi ne subisce il danno diretto sia gli immigrati onesti, la stragrande maggioranza, che ne subiscono il danno reputazionale indiretto) magari potremmo cercare di capire quanto incide non la condizione di straniero, ma quella di irregolare: e, a questo punto, su quanto la normativa e le pratiche amministrative incidano nel produrre irregolarità anziché eliminarla, come dovrebbe essere un nostro ragionevole obiettivo. Mentre sull’islam l’argomento è più complicato, ma dovremmo cominciare a ragionare su quanto il dire no al diritto costituzionale alla libertà di culto sia una precondizione del terrorismo o al contrario di una maggiore integrazione.
Possiamo pensarla come vogliamo, ma nessun fenomeno sociale ha solo vantaggi o solo svantaggi (suggerirei di cominciare dalla famiglia, per capirlo). Ma di solito lavoriamo per massimizzare i primi e minimizzare i secondi. Sull’immigrazione, mi sembra, operiamo ignorando i primi, su cui guadagniamo tutti, per enfatizzare i secondi, su cui guadagnano solo alcuni, politicamente, producendo macerie sociali e civili che paghiamo tutti.
Immigrati, percezione e verità, in Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 25 ottobre 2026, editoriale, p.1


