Il sogno del Marocco: immagini di un mondo multipolare

Il sogno del Marocco si è fermato. Non è riuscito a salire sul podio. Ma la sua cavalcata in questo mondiale, di cui si sono già viste (qui: https://stefanoallievi.it/articoli/fifa-2022-in-qatar-il-marocco-e-i-nuovi-equilibri-mondiali/) le implicazioni per l’immagine del mondo arabo, dell’islam e dell’Africa, oltre che degli immigrati, rende visibile un mondo in cui gli equilibri stanno cambiando: multipolare e multiculturale più di quanto percepiamo. Ancora una volta, il calcio mette in luce dei cambiamenti più profondi, che descrivono una società soggetta a trasformazioni tumultuose. Mettiamone in fila alcune.

Intanto, si è giocato in Qatar. Un paese senza una tradizione calcistica, ma ricchissimo, che grazie a una impressionante capacità di lobbying, senza disdegnare un’opera di corruzione di cui cominciano a emergere inquietanti segnali persino ai vertici delle istituzioni europee, si è imposto sul palcoscenico mondiale a colpi di petrodollari, mostrando anche nuovi equilibri globali. Il fatto che gli scandali coinvolgano anche, per altri motivi, il Marocco, conferma in fondo il suo ruolo tra le nazioni che contano, oltre al fatto che, di fronte alla corruzione, tutto il mondo è paese.

La squadra del Marocco ci mostra tuttavia anche altre novità, più sociali che politiche: quasi la prefigurazione di un mondo nuovo. Ben 16 su 26 dei suoi membri sono nati all’estero, moltissimi posseggono due cittadinanze e addirittura hanno giocato, nella loro carriera, in entrambe le rappresentative nazionali, dunque sotto due bandiere diverse, ma per la biografia di questi ragazzi assolutamente complementari, entrambe parte della loro identità. Molti inoltre giocano in squadre europee (dal Chelsea al Paris Saint-Germain, dal Siviglia al Liegi, dall’Angers al Bayern, per finire con Fiorentina, Sampdoria e Bari) o di altri paesi (lo stesso Qatar, o il turco Besiktas). E, se il Marocco non fosse stato presente ai mondiali, avrebbero tifato per la nazionale del paese in cui vivono o in cui sono nati, a testimonianza di una fluidità di appartenenze che una loro visione troppo rigida tende a cancellare.

La squadra nazionale del Marocco è una testimonianza anche del ruolo sempre più importante, nel mondo di oggi, delle diaspore. A dispetto di un immaginario europeo ancora schiacciato sul lavoratore marocchino come immigrato di prima generazione, operaio quando non venditore ambulante, magari poco integrato e a stento capace di maneggiare la lingua del paese in cui vive, la diaspora marocchina, come altre, si distende ormai su tre generazioni, è comparativamente ricca e colta, e gioca un ruolo economico e culturale importante: grazie alle rimesse degli emigrati, all’import-export, ai feedback culturali, alla collaborazione scientifica e accademica. L’Université Internationale de Rabat, per esempio, un avveniristico campus ecosostenibile, con cui i sociologi dell’Università di Padova gestiscono Master in arabo e inglese e corsi Erasmus+, è figlia proprio di questa diaspora, e il suo nucleo fondativo è composto da docenti universitari marocchini che prima insegnavano nelle università occidentali, che hanno deciso di dare una mano allo sviluppo del loro paese d’origine, senza per questo rinnegare (anzi, valorizzandoli) i legami con i paesi che li hanno accolti.

Ma l’équipe del Marocco ci mostra anche l’importanza crescente della diversità culturale. Potrà dare fastidio a qualcuno, ma l’immagine del portiere (del Siviglia e del Marocco) Yassine Bounou, che decide di rispondere solo in arabo alla conferenza stampa, pur parlando correntemente inglese, francese e spagnolo (meglio di tanti corrispondenti dei media), ci mostra che il problema della difficoltà di comunicazione – e anche una certa pretesa di essere al centro di tutto – è più nostro che loro. Ma anche Sofiane Boufal che ha celebrato la vittoria col Portogallo danzando in campo con la madre, o Hakym Zayech che dona quel che guadagna dalla nazionale ad organizzazioni caritative, un po’ come i giocatori e i tifosi giapponesi che ripuliscono gli spogliatoi e lo stadio lasciandoli immacolati, ci ricordano che non siamo i monopolisti dei valori del mondo, e che forse varrebbe la pena, ogni tanto, guardarsi intorno, con qualche pregiudizio in meno, consapevoli che tutti abbiamo un contributo da dare allo sviluppo globale.

 

Il sogno del Marocco, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 18 dicembre 2022, editoriale, p.1