Ceuta: le migrazioni sono il pretesto, non la spiegazione
La crisi di Ceuta: una specie di flash mob geopolitico, il trailer di una guerra ibrida organizzata
“Weapons of mass migration”: armi di migrazione di massa. Non è una trovata giornalistica: si chiamano così anche nella letteratura scientifica, ormai, almeno dall’uscita nel 2010 di un libro molto documentato di Kelly Greenhill, che ne analizza i precedenti storici. L’espressione indica l’uso dei migranti, dei loro spostamenti, per scopi politici e, di fatto, bellici. Le ha usate in passato la Turchia, facendo partire qualche barca al bisogno, per ricordare all’Unione Europea che era l’ora di firmare un altro assegno, in nome dell’accordo, peraltro esplicito, fortissimamente voluto dalla Germania, che prevedeva un ‘tappo’ turco all’immigrazione dall’Asia all’Europa in cambio di denaro. Lo hanno fatto svariate volte i trafficanti libici, come pure il governo tunisino e quello egiziano nei confronti dell’Italia. L’ha fatto la Bielorussia per conto della Russia, per creare problemi ai Paesi europei confinanti che sostengono l’Ucraina. Accade regolarmente, in numeri più modesti ma con messaggi comprensibilissimi, persino ai confini tra Paesi europei. Nel ping pong tra Paesi giocato usando come pallina i migranti che tentano il game, il gioco, cioè l’attraversamento dei confini, sulla rotta balcanica. Nelle ‘restituzioni’ di migranti irregolari tra Francia e Italia, e lungo altri confini.
In fondo, seppure in maniera disorganizzata e con obiettivi limitati, l’ha fatto a lungo anche l’Italia facendo finta di non vedere i flussi in uscita verso altri Paesi europei di irregolari sbarcati sulle nostre coste, di cui faceva comodo liberarsi scaricando il problema su altri: fino a che non ci è stato ricordato che non è cosa. Ed è probabilmente quello che è avvenuto, in maniera più sofisticata e con effetti a catena più visibili, a Ceuta, il 30 e 31 luglio 2026, quando sono entrate nella città, secondo dati ufficiali, oltre 70mila persone (quasi quante gli abitanti della città, che ne conta 85mila!), in maggioranza marocchine, ma provenienti anche dall’Africa subsahariana, che già erano in Marocco come Paese di transito, tappa intermedia per il salto verso l’Europa. Ma non è finita: succederà ancora.
Quanto accaduto a Ceuta tuttavia non c’entra con le normali dinamiche migratorie, e nemmeno con eventi eccezionali ad esse legate (come era stato, poniamo, l’arrivo della nave Vlora dall’Albania nel 1991, con più di 20mila migranti a bordo). L’arrivo di così tante persone – quasi tutti giovani, quasi tutti maschi – che poi in gran parte ritornano indietro senza proteste (secondo i dati forniti ufficialmente da Spagna e Marocco ne sono entrati 72mila e ne sono stati rimpatriati 70mila nel giro di due giorni), non è un flusso migratorio, men che meno spontaneo: è una specie di flash mob geopolitico, la scena clou di un film distopico, il trailer di una guerra ibrida organizzata, costruita a tavolino e prevedibile nei suoi esiti, da utilizzare per costruire le puntate della prossima stagione. Servita ad alcuni, ma non ad altri.
Di certo non è servita agli aspiranti migranti (e in qualche caso presunti tali: non un bagaglio, non una protesta in fase di ritorno – atipici, è il meno che si possa dire). Alcuni portati al confine, anche in camion carichi di giovani, molti altri arrivatici in proprio, mobilitati attraverso i social nei giorni precedenti con l’illusione di una improvvisa apertura delle frontiere in Spagna, come hanno dichiarato loro stessi, illusi di chissà quale miracoloso cambio di politica spagnola: arrivati a Ceuta, qualcuno dopo ore di nuoto, altri via terra incoraggiati dalle guardie di frontiera marocchine, hanno scoperto che niente era vero. E sono tornati docilmente indietro, molti con mezzi messi a disposizione dalle stesse autorità marocchine. Nel frattempo, quasi un centinaio di loro è morto: i cadaveri sono stati recuperati a Ceuta, ma anche sulle spiagge marocchine. Ma questa è la parte che ha fatto meno notizia: rischi del mestiere, hanno pensato in molti. Dovevano metterlo in conto, ragiona il cinismo diffuso ormai abituale quando si tratta di queste tematiche, equiparandoli di fatto a dei rapinatori di banca. E forse l’hanno fatto.
A chi è servito, allora? E quale ne è stata la causa? Molte, certamente: tra cui non è facile districarsi. Molti anche i beneficiari: anche apparentemente lontani, geograficamente, da Ceuta, ma molto interessati al Mediterraneo.
Mettiamo in fila alcuni dati. Il Marocco è una potenza regionale in crescita di influenza: certamente rispetto all’Africa, con una accorta politica culturale, di apertura agli studenti stranieri, e religiosa, oltre che di collaborazione economica e di investimenti. È un fedele alleato degli USA (ha persino aderito, appena un paio di settimane prima degli eventi di Ceuta, alla cosiddetta forza internazionale per Gaza, voluta da Trump): in cambio Washington sostiene apertamente Rabat sulla questione della sovranità sul Sahara Occidentale (territorio, lo ricordiamo, ricchissimo di fosfati e di risorse energetiche ancora da sfruttare, e oggetto di contenzioso con l’Algeria). Ma è anche stretto alleato di Israele, con cui è attiva una collaborazione economica, tecnologica e militare profonda, che si aggiunge al sostegno politico attraverso la sottoscrizione degli accordi di Abramo, ricambiato da Israele con eguale sostegno sulla questione del Sahara che una volta si chiamava spagnolo, identico nelle forme a quello di Trump, inclusa l’idea di aprire un consolato in terra saharawi. Il suo tallone d’Achille tuttavia è la crescente disuguaglianza sociale e una gioventù che per un quarto non studia né lavora (con un quinto dei laureati che è disoccupato), non sa che fare né dove andare, per la quale l’emigrazione è un sogno proibito e una valvola di sfogo.
La Spagna è in qualche forma nemico, e dunque bersaglio, di tutti e tre i Paesi citati. Per quel che riguarda il Marocco, la posizione è in realtà ambivalente. Da un lato c’è una corrente di simpatia popolare, dovuta a un’ampia presenza marocchina in Spagna (quasi un milione i residenti marocchini, che ne fanno la principale comunità straniera, a cui vanno aggiunti coloro che hanno acquisito la cittadinanza spagnola), molto meglio inserita della diaspora marocchina in Italia (dall’interscambio economico ai matrimoni misti, passando per gli sportivi con doppia cittadinanza che giocano in squadre spagnole, i dati e gli esempi lo mostrano visibilmente), e radicata in una nostalgia storica profonda nei confronti di al-Andalus, conquistata dal comandante berbero Tarif ibn Malik, quando gli arabi dominavano buona parte della Spagna, in quella che storicamente è riconosciuta come una sua età dell’oro.
Tuttavia ci sono problemi più antichi, legati al colonialismo (Ceuta stessa, per la sua sola esistenza, ne è un esempio), che diventano contingenti, legati alla geopolitica. Solo pochi giorni prima della ‘invasione’ di Ceuta il premier Sanchez era stato in visita ufficiale in Algeria, storico nemico del Marocco (le frontiere tra i due Paesi sono chiuse da anni) sulla questione saharawi e il sostegno al Fronte Polisario. E già in una precedente occasione, quando Madrid aveva ospitato e curato in ospedale il leader del Polisario, nel 2021, Rabat aveva orchestrato un altro ingresso di massa a Ceuta: che, del resto, il Marocco considera legittimamente proprio territorio, insieme all’altra exclave di Melilla (in realtà c’è anche una sorta di scoglio abitato di pochi metri quadri, Penón de Vélez de la Gomera, e delle microisolette nel Mediterraneo marocchino). E, in effetti, qualche domanda, gli europei, e gli spagnoli in particolare, potrebbero porsela: se non vogliono un confine di terra con l’Africa non avrebbero che da andarsene da una terra che non è loro.
Sanchez tuttavia – e di conseguenza la Spagna, che finisce per diventare uno Stato nemico – è sgraditissimo anche in Israele: è uno dei pochi leader europei ad avere avuto e mantenere una posizione forte sulla questione palestinese, denunciando i massacri in atto a Gaza (in Spagna si usa comunemente il termine genocidio) e le politiche di occupazione anche in Cisgiordania; è durissimo anche sull’esportazione della guerra in Libano e in Iran; e, con un atto diplomaticamente forte, ha ritirato permanentemente anche la propria ambasciatrice a Tel Aviv. Il governo israeliano ha approfittato della crisi di Ceuta per denunciare alle Nazioni Unite il colonialismo spagnolo: anche se non può che far sorridere amaro una denuncia di insediamenti illegali da parte di Israele (in un’epoca di post-verità tutto è possibile…). Infine gli USA non hanno per niente apprezzato il disimpegno spagnolo sulla questione iraniana, la sua condanna esplicita dell’attacco all’Iran (al punto da negare agli USA l’utilizzo delle basi americane in territorio spagnolo, avendo definito esplicitamente la guerra israelo-americana agli ayatollah come un’operazione illegale), e il rifiuto di collaborare alle operazioni nello stretto di Hormuz.
In questo caso, tre indizi non fanno una prova, che probabilmente non c’è: non stiamo parlando di collaborazione organica, ma sicuramente di una evidente convergenza di interessi. In cui dovremmo inserire forse un quarto attore, e una quarta motivazione. Il quarto attore sono le destre europee, amplificate e sostenute dal mondo MAGA: il presidente Trump stesso ha condiviso le immagini di Ceuta parlando esplicitamente di invasione e sostenendo che negli USA potrebbe andare ancora peggio se i democratici vincessero le elezioni di mid-term e se non fosse più lui il prossimo presidente americano, dato che ha già annunciato che correrà per un terzo mandato. Ma non si tratta solo della galassia conservatrice e illiberale americana, che pure interviene con la sua potenza di fuoco anche mediatica in Europa, a cominciare dal campione dell’autoritarismo tecnocratico, Elon Musk. Sono tutte le destre europee che hanno ampiamente sfruttato l’episodio, non per solidarizzare con Madrid, ma per criticare un governo di sponda politica opposta (e minoritaria, oggi, in Europa), su molte questioni (dalle migrazioni al climate change al riarmo) in controtendenza con il mainstream europeo.
Il perché è semplice: le politiche migratorie non allarmistiche del governo spagnolo, che puntano sull’integrazione e non adottano il capro espiatorio dell’immigrazione per lucrare un consenso elettorale di breve periodo mettendo i penultimi contro gli ultimi, hanno consentito, con una regolarizzazione efficace (e policies orientate all’apertura, nella scuola e a livello micro, locale), l’emergere dal lavoro nero di oltre mezzo milione di irregolari, con un beneficio economico, fiscale e sociale per la Spagna del tutto evidente. Cioè, rischiano di funzionare meglio delle politiche delle destre europee di governo e non, che vanno nella direzione opposta. Da qui la condanna paradossale della Spagna, con una lettera di richiamo promossa dalla premier italiana Meloni (in Spagna alleata del partito di destra e esplicitamente xenofobo Vox) e da quella danese Frederiksen, di sponde politiche opposte, siglata da 22 governi europei.
L’Italia, unico Paese in Europa, è arrivata al punto di sospendere gli accordi di Schengen nei confronti della Spagna, che poco c’entrano con quanto accaduto. Peraltro, l’ha fatto in maniera giuridicamente dubbia (senza le dovute comunicazioni e motivazioni al Parlamento, al Consiglio e alla Commissione europea), senza che ci fossero rischi reali significativi dato che non confiniamo né con la Spagna né con Ceuta, cui peraltro gli accordi di Schengen non si applicano. E il nostro ministro degli esteri, Tajani, con un imbarazzante pastrocchio interpretativo che dà l’idea del livello di conoscenza del tema, è riuscito a confondere le regolarizzazioni in Spagna con la concessione di altrettante cittadinanze, che consentirebbero anche la libera circolazione in Europa. Da qui anche l’escalation di misure di reciproco controllo degli ingressi da parte dei due Paesi (e quelle spagnole, va detto, di pura ripicca diplomatica, essendo palesemente non fondate su alcun elemento specifico).
Quale lo scopo di questa mobilitazione? Usare le immagini da Ceuta per gridare all’invasione e cambiare così l’agenda politica europea sulle migrazioni, sterzando decisamente verso politiche securitarie e l’esternalizzazione degli hub al di fuori dell’Europa. Come poi puntualmente accaduto nella successiva riunione dei ministri dell’interno dell’Unione. Il modello Meloni, se si vuole, anche se i centri in Albania non sono certo un esempio di grande riuscita, né di buon investimento economico: al contrario, restano tuttora privi di base giuridica, continuano all’atto pratico ad essere un unicum europeo, sono stati un fiasco operativo dal punto di vista dei numeri di rimpatri, e sono stati fino ad ora un inutile salasso di bilancio. Ma molti oggi sembrano volerli, al punto da aprire negoziati espliciti con una mezza dozzina di Paesi, in gran parte africani. Non perché siano le scelte più efficaci, appunto: servono anche gestione dei flussi di cui l’Europa e l’Italia hanno bisogno, anche per evidenti e drammatiche questioni demografiche, e politiche di integrazione – sul modello spagnolo, dopo tutto, anche se le modalità potrebbero essere diverse, e nessuna decisione politica è di per sé risolutiva ed efficace, e tutte hanno inevitabilmente dei difetti [1].
Ma queste due cose necessitano di programmazione e investimenti, e sono malviste da una quota crescente della pubblica opinione: per le destre che, a parole, semplicemente non vogliono gli immigrati (e anzi vogliono cacciare anche quelli che ci sono via remigrazione), sono tabù. Anche se poi, se al governo, sono consapevoli del fabbisogno di manodopera, e con l’altra mano promuovono ingressi regolari via click day (mal riusciti, e spesso veicolo di produzione di ulteriore irregolarità per manifesta inefficienza del meccanismo burocratico, nel caso italiano).
Le ‘grida’ all’invasione e le critiche alla debolezza dell’Unione Europea, e in generale l’uso dello straniero come capro espiatorio dei propri mali, danno invece un dividendo elettorale immediato: e molti Paesi, Italia inclusa, sono già in clima di elezioni.
Le immagini di Ceuta già sono usate ora e resteranno a lungo nell’opinione pubblica come ‘prove’ di una invasione dell’Europa dai confini fragili e incapace di gestire i flussi, e quindi conviene cavalcarle colpendo la Spagna come responsabile di un’immigrazione mal gestita, anche se la cosa non ha un solido fondamento: anzi, come abbiamo visto, è proprio perché prova a gestirle, ma in modo diverso dalle facili ricette della destra, e con il rischio che ci riescano meglio, che è attaccata. Anche perché l’invasione paventata e evocata nel tam tam politico e mediatico in realtà non c’è stata, come abbiamo visto. E dei pochi arrivati a Ceuta e non rientrati, per ora nessuno, e in futuro al massimo qualche decina, riusciranno a arrivare in Europa: molti meno, in ogni caso, di quanti sbarcano ogni giorno sulle sole coste italiane. Ecco perché Ceuta, più che una crisi – che prima o poi si ripeterà, lì o altrove – è soprattutto una occasione persa per ripensare le migrazioni, nelle loro cause, nella loro gestione, e soprattutto nelle loro conseguenze trasformative: nella loro fisiologia e nei loro effetti patologici, nei loro vantaggi e nei loro costi. Qualcosa di cui abbiamo un drammatico bisogno [2], ma che si fa pochissimo: preferendo – la politica, i media, i social, insieme, in una suicida convergenza di interessi – la mobilitazione ideologica, lo schieramento, il tifo. Che, certo, per alcuni rende di più, nell’immediato. Ma nel medio e lungo periodo rischia di essere un errore esiziale per le nostre stesse democrazie.
Chi guarda lontano, astraendosi dalle contingenze della cronaca spicciola e dalle polemiche della politica politicante, nonché dal giudicare per schieramenti pregiudiziali, vede tuttavia anche altro, in questa presunta (o comunque immediatamente rientrata senza danni reali, anche se quelli d’immagine sono pesanti) ‘crisi’ di Ceuta. Problemi che con le migrazioni hanno poco a che fare. E certamente di più, in prospettiva, hanno a che fare con il controllo del Mediterraneo, divenuto cruciale anche per l’interscambio e la geopolitica globale ora che lo stretto di Hormuz, grazie alle poco lungimiranti politiche americane, rischia di essere a lungo controllato, meglio e più redditiziamente di prima, dall’Iran, e quello di Bab el-Mandeb, sull’altro lato del Mar Rosso rispetto al canale di Suez (che controlla di fatto l’accesso del Mediterraneo all’Oceano Indiano), è in balìa degli Houti, che sono anch’essi un proxy dell’Iran. Pensando ‘largo’, anziché focalizzandoci sull’episodio in sé, potremmo scoprire, un domani, che quanto accaduto a Ceuta ha più a che fare con il desiderio russo di controllare i porti sul Mar Nero, inclusi quelli ucraini, o quello americano di prendersi la Groenlandia. Tutti questi rimandi hanno in comune un interlocutore che forse non si sta accorgendo di esserlo: l’Europa. La cui classe politica, incentivando le sue divisioni e il suo indebolimento, incapace anche di una posizione più autonoma da Washington, prendendo come scusa le politiche migratorie, rischia di fare il gioco di altri attori geopolitici. Vicini, e anche molto lontani.
Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026
Note
[1] Mi permetto di rinviare su questo al mio Governare le migrazioni, Laterza, 2023. Dove ci sono proposte e suggerimenti concreti, ma anche nessuna propensione allo schieramento ideologico e nessuna illusione di facili soluzioni, oltre alla consapevolezza che, nel discorso sulle migrazioni, occorre coinvolgere anche chi la pensa diversamente da noi, quale che sia la nostra idea, o non se ne esce.
[2] Ho provato a farlo, alzando lo sguardo dal presente e puntandolo sul futuro immediato e non, nel mio Diversità e convivenza, Laterza, 2025.
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Stefano Allievi, professore di Sociologia e direttore del Master in Religions, Politics and Global Society presso l’Università di Padova, si occupa di migrazioni in Europa e analisi del cambiamento culturale e del pluralismo religioso, con particolare attenzione alla presenza islamica. Tra i suoi libri Torneremo a percorrere le strade del mondo. Breve saggio sull’umanità in movimento (UTET 2021) e Il sesto continente. Le migrazioni tra natura e società, biodiversità e pluralismo culturale (con G. Bernardi e P. Vineis, Aboca Edizioni 2023). Per Laterza è autore di: Tutto quello che non vi hanno mai detto sull’immigrazione (con G. Dalla Zuanna, 2016); Immigrazione. Cambiare tutto (2018); 5 cose che tutti dovremmo sapere sull’immigrazione (e una da fare) (2018); La spirale del sottosviluppo. Perché (così) l’Italia non ha futuro (2020); Governare le migrazioni. Si deve, si può (2023), Diversità e convivenza. Le conseguenze culturali delle migrazioni (2025).




