Bakari Sako? Già dimenticato. La società duale, e dove ci porta

La morte di Bakari Sako, l’immigrato trentacinquenne del Mali (regolare, incensurato, padre di famiglia, lavoratore) ucciso da un gruppetto di giovani in gran parte minorenni mentre andava al lavoro come bracciante alle cinque del mattino (un’ora in cui i suoi assassini dovevano ancora andare a letto e tiravano tardi tanto per fare qualcosa, illudendosi di dare in questo modo un senso alle loro esistenze), non è solo un fatto locale: cronaca nera, triste ma non esemplificativa della società nella suo complesso. Ci dice qualcosa di più, e di più istruttivo, su dove stiamo andando.

Bakari Sako non è stato ucciso per futili motivi. Molto peggio: è stato ucciso per un motivo preciso. Non per qualcosa che ha fatto, ma per qualcosa che era e non poteva non essere: persona di colore, nero, come si dice, con significativa ma accettata imprecisione (loro non sono neri come noi non siamo bianchi, in tutta evidenza: ma questa logica binaria e oppositiva contribuisce al formarsi delle nostre idee, preconcetti, pregiudizi, e al loro radicalizzarsi). Non era importante lui, ma la sua categoria di appartenenza, quella in cui poteva essere incasellato: e infatti avrebbe potuto essere un altro, qualsiasi.

Per capire come siamo arrivati a questo non serve tuttavia una facile indignazione, che ci aiuterebbe al massimo a autocollocarci, in maniera molto presunta, dalla parte dei buoni che mai farebbero una cosa simile. Partiamo da una considerazione generale: non accade solo in ambito razziale. Tutte le forme di binarismo rigido (noi/loro, destra/sinistra, maschio/femmina, superiore/inferiore, buono/cattivo, bianco/nero) spingono alla deumanizzazione della categoria alter rispetto alla categoria ego. Specie se vissute collettivamente: dove il branco può essere anche solo il gruppo di tifosi, del calcio o della politica (typhos è una parola greca che significa febbre, offuscamento: il nome di una malattia, non a caso; ma in latino, istruttivamente, ha anche il significato di superbia). Una logica in cui l’altro è nemico a prescindere: non per quello che fa, ma, appunto, per quello che è, o meglio per quello che rappresenta ai miei occhi.

È interessante notare che se un singolo individuo ripetesse continuamente “io sono il migliore di tutti”, lo prenderemmo per uno sciroccato, degno di commiserazione più che di considerazione, e ne decreteremmo la modesta capacità di giudizio. Ma se passiamo dalla prima persona singolare alla prima persona plurale, e diciamo “noi” anziché “io”, considerazioni simili ci sembrano plausibili, le ripetiamo ordinariamente con convinzione, e votiamo chi ce le ripropone: come quando paragoniamo culture, civiltà, costumi, religioni, legislazioni, sistemi economici, ma anche solo squadre di calcio e piatti tipici.

È significativo che ormai, di fronte a ogni fatto di violenza, la prima cosa che fanno molti italiani sia andare a vedere la nazionalità del reo. Quelli che detestano gli immigrati, per confermare il proprio bias che costoro (le ‘risorse’, come irridono) siano un peso, un danno e un pericolo: delle vittime non interessa alcunché, purché si possa gioire della nazionalità del colpevole. Specularmente, quelli che invece non li odiano a prescindere, e magari li aiutano in qualche modo, sperano che il colpevole sia italiano, in modo da non doversi mettere sulla difensiva: e, anche loro, con la stessa mancanza di empatia per le vittime, sono lieti di veder confermata la loro tesi che il problema della violenza esiste a prescindere, non ha necessariamente nazionalità, finendo magari per sottovalutarne la serietà. Questo è il frutto di decenni di conflitto culturale e ideologico, a base di parole d’ordine anziché di argomenti, di slogan anziché ragionamenti: che hanno sostituito la discussione, il calcolo costi/benefici, e anche un minimo di accettabile umanità, intorno a questi temi.

Il risultato è che ci stiamo progressivamente abituando a vivere in una società divisa precisamente in ‘noi’ e ‘loro’, qualunque sia il loro e il noi con cui ci identifichiamo, alle volte anche senza che ci riguardi davvero (come quando rivendichiamo l’appartenenza a una identità cristiana che non pratichiamo e ancora meno conosciamo, come provano da decenni le ricerche sulle conoscenze religiose degli italiani). In particolare, ci stiamo abituando a percepire che viviamo in una società duale, radicalmente separata, con divisioni ancora più profonde di quelle tra classi: ma non ci turba più di tanto. Lo sappiamo benissimo, quando facciamo la spesa, che certi prodotti costano poco perché c’è qualcuno, dei loro, che li raccoglie a poco prezzo per noi. Sappiamo benissimo che in certi lavori (braccianti, colf, badanti, pulizie, rider e tanti altri) vige una quasi sostanziale segregazione etnica, talvolta operata da altri membri delle medesime etnie, che implica salari molto più bassi. Lo sappiamo, ma ci stiamo abituando che sia normale che sia così, e poco facciamo per risolvere i problemi connessi. Che sono di sopravvivenza per loro, ma anche di livello di giustizia sociale per il sistema, e pure di benessere percepito per noi. Perché sapere di poter vivere (apparentemente) meglio, perché altri pagano il prezzo del nostro benessere, in realtà ci fa stare peggio, e ci incattivisce.

Con molta più radicalità di quanto sto facendo io, lo ha espresso con molta nettezza uno studioso liberale, economista serio, certo non sospetto di simpatie per un progressismo vacuo che ha sempre criticato in maniera tagliente, Luca Ricolfi, che parla esplicitamente di “sovrastruttura paraschiavistica”. Ci sarebbe utile accorgerci che questo rischia di far marcire il sistema dall’interno, oltre che renderlo, alla lunga, economicamente e socialmente, dunque umanamente, insostenibile.

La società duale che ci sta incattivendo, in “ItalyPost”, 19 maggio 2026, p. 29

Ciao Adone

È bello vedere questo social, per lo più disperatamente inutile, servire a ricordare una persona che non lo frequentava: non per snobismo, ma per manifesta inutilità. E la cui presenza, qui, era mediata dai suoi allievi e estimatori (e già averne, diversamente dai fan, e dagli ‘amici’ digitali, è significativo). Parlo di Adone Brandalise: che se ne è andato (è morto: credo avrebbe preferito la chiarezza) oggi. Senza peraltro andarsene davvero, altrimenti non saremmo qui a parlarne. Qui lo vedete in una foto non bella in sé, ma in una posizione e un atteggiamento suoi tipici, quando parlava in pubblico. Sguardo in diagonale, perso nel niente, o nel tutto, fisso su un punto immaginario, o visibile solo a lui, capace di stare lì per ore a riflettere a alta voce, più che a parlare, senza uno straccio di appunti davanti, tanto aveva tutto dentro. Memoria prodigiosa, intelligenza sottile, tagliente al bisogno, ma anche empatica, aperta a discipline e alle esperienze della vita più lontane dal rigore del suo pensiero. Credo sia questo, che più mi ha colpito, e mi ha lasciato negli anni. E mi tocca. Il rigore sobrio. La vicinanza discreta. Forse anche questo si chiama amore per il mondo, e più ancora per gli uomini e le donne che lo abitano. Lui lavorava per migliorarli. Per migliorarci. A modo suo. Con le doti che aveva, e che non sono diffusissime. La lucidità tra tutte. E il piacere di condividerla tra quei pochi (non pochissimi, dato che comprendono i suoi studenti), senza bisogno di grandi pubblici altri. Quelli che servono meno, dopo tutto. Che danno solo l’illusione di esserci.

Fine vita: la politica che non vuole decidere

Va dato atto al presidente Stefani di essere stato trasparente: è a favore di una legge sul fine vita, e se fosse stato in consiglio regionale, anziché in parlamento, avrebbe votato sì alla proposta di legge, che fu invece bocciata dalla maggioranza che lo sostiene nel 2024, contro il volere dello stesso Zaia, allora al posto di Stefani. Insomma, se ci fosse stato, oggi la regione Veneto avrebbe già una legge sui malati terminali che chiedono il suicidio assistito (legge che invece fu bocciata, lo ricordiamo, anche con il voto decisivo di una consigliera del Partito Democratico).

Nel frattempo due regioni (Sardegna e Toscana) hanno legiferato in materia, anche se la Corte Costituzionale è intervenuta su alcuni articoli (non sulle leggi in sé), che toccherebbero competenze nazionali. Non solo: altre regioni, come l’Emilia-Romagna, e proprio in questi giorni la Lombardia, politicamente omologa al Veneto, stanno andando avanti con semplici delibere. È quindi discutibile la giustificazione perenne della politica regionale veneta, usata anche due anni fa come foglia di fico: tocca al legislatore nazionale decidere. Anche perché la maggioranza in regione e la maggioranza in parlamento è la stessa. Per cui se la politica regionale vuole davvero una legge, non ha che da chiederla a sé stessa, dando mandato ai parlamentari veneti di proporla, visto che oltre tutto gran parte dell’opposizione sosterrebbe una legge ragionevole in tal senso. Dove sono gli atti, le dichiarazioni, gli ordini del giorno, che mostrano una pressione in tal senso? Da nessuna parte, perché non esistono. Ed è questo il motivo per cui nascondersi dietro le critiche marginali della Corte Costituzionale a alcuni articoli delle leggi regionali altrui, dimenticando la colossale critica alla mancanza di una legge nazionale che regolamenti un principio che peraltro è già acquisito e approvato, espressa dalla Corte già nel 2019, rischia di apparire come una ipocrisia politica. Ancora di più, dato che il principio del suicidio assistito è già acquisito: sono solo le sue forme e i suoi tempi che devono essere regolamentati.

Peraltro, una calendarizzazione della discussione in parlamento ora c’è: è fissata ai primi di giugno. E, come lo stesso Stefani ha adombrato, le regioni – magari, insieme, quelle governate dal centro-destra e quelle governate dal centro-sinistra – potrebbero fare loro, con la forza che hanno, una proposta che sia anche una richiesta ultimativa al parlamento nazionale. Vedremo cosa faranno e diranno i parlamentari veneti, ma anche i consiglieri regionali che dicono di volere la legge nazionale per non doverne discutere in regione. Come mostrano i sondaggi, il sostegno popolare sarebbe maggioritario e trasversale. E tuttavia, è ragionevole prevedere che nulla di tutto questo accadrà. Anche se, questa sì, sarebbe un’occasione di mostrare la propria capacità di autonomia, così spesso evocata.

Ricordiamo che non parliamo di eutanasia somministrata da altri (su cui, pure, qualche riflessione onesta andrebbe fatta), ma di suicidio assistito, liberamente richiesto e per lo più autosomministrato con farmaco letale da persone affette da sofferenze fisiche e psicologiche intollerabili, o peggio tenute in vita solo grazie alle macchine cui sono attaccati, senza le quali sarebbero già morte. Persone che richiedono una vita e una morte dignitosa. È chi è contro che, con la scusa di difendere la vita (quale? e perché non fidarsi dei diretti interessati, che vengono invece scavalcati nella loro libertà e capacità decisionale?), cancella la nozione di morte naturale. E finisce per sacralizzare non già la vita, ma la tecnica che la prolunga oltre ogni limite naturale e anche di ragionevolezza. Una forma paradossale di idolatria, come accusava un cattolicissimo filosofo morale come Giovanni Reale. E dovrebbero ricordarlo coloro che si autodefiniscono pro vita: espressione di cui andrebbe loro tolto il monopolio, visto che pro vita lo sono tutti, e semmai è diversa l’idea di dignità della vita stessa, dato che il suo allungamento artificiale sempre più spesso produce una sorta di dolorosa agonia prolungata obbligatoria. È il progresso tecnico, infatti, che rende la legge necessaria e urgente, perché è esso a produrre l’allungamento della vita anche di persone gravissimamente malate, allungandone indefinitamente anche il decadimento e le sofferenze. La natura non c’entra nulla: se fosse per lei, il caso sarebbe già chiuso.

 

Fine vita: La legge che si può fare, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 16 maggio 2026, editoriale, pp. 1-3

Il 25 aprile che dimentica l’Ucraina

La cosa che più assomiglia – nella nostra Europa – ai motivi profondi che stanno alla radice della festa della Liberazione, che abbiano appena celebrato, è la resistenza ucraina. Un popolo in lotta per la propria indipendenza, contro un invasore assai più potente, che si nasconde dietro l’eufemismo di una ‘operazione militare speciale’, senza neanche il coraggio di chiamarla per quello che è: una guerra di aggressione.

C’è una differenza sostanziale, però, rispetto alla resistenza italiana del periodo 1943-45. Loro, gli ucraini, non provengono direttamente dal totalitarismo: avevano appena imparato a respirare il sapore di una libertà pur giovane, appena conquistata. Erano già un paese democratico, quindi, che aveva acquisito da poco la propria indipendenza. Sapevano e sanno dunque cosa difendere e perché. Chiunque abbia potuto visitare, in questi anni, una città qualsiasi dell’Ucraina, lo ha percepito con chiarezza. L’orgoglio e la fierezza per la battaglia che si sta combattendo si respirano ovunque, a dispetto dei costi umani e economici della guerra.

Non è così per il loro aggressore, che infatti la guerra fa di tutto per nasconderla, anche per occultarne le ragioni più profonde. Che sono quelle di una dittatura oscurantista che temeva proprio il contagio benefico della democrazia e del benessere europeo ai propri confini, che avrebbe reso più fragile e meno giustificabile l’autocrazia putiniana agli occhi del popolo russo. E forse non è così nemmeno per noi. Noi, per i quali la libertà è acquisita, e anche gratis, perché il prezzo l’ha pagato una generazione precedente e ormai lontana, i cui valori molti considerano con superficialità, se non addirittura amabilmente invecchiati e fuori moda.

Dev’essere per questo che non riusciamo nemmeno a accettare la bandiera ucraina quando celebriamo la nostra resistenza e la nostra liberazione. Da qui un paradosso sorprendente. Che coloro che si ritengono gli eredi legittimi del 25 aprile sono troppo spesso incapaci di esprimere una solidarietà esplicita alla resistenza in Ucraina: sostengono giustamente le vittime delle stragi a Gaza, ma sono incapaci di articolare un pensiero capace di sostenere l’una e l’altra lotta, dopo tutto per le medesime ragioni – perché è giusto difendere gli aggrediti dalla violenza degli aggressori. Mentre coloro che il 25 aprile non l’hanno mai festeggiato si sono invece, in questi anni, dimostrati coerenti nel sostenere la resistenza ucraina contro l’invasore russo, indirizzando scelte politiche e risorse in questa direzione (almeno per quel che riguarda la destra moderata e post-fascista; la Lega fa caso a sé, essendo oggi filoputiniana dopo aver tradito l’ispirazione originaria: ai tempi di Bossi, antifascista). Risorse che forse sarebbero mancate, per non parlare del sostegno politico, se a governare fosse stata l’opposizione, visto che metà di essa ha votato contro l’invio di armi in Ucraina, ma non ha neanche mai proposto altre forme di sostegno e di solidarietà.

Dietro questo capovolgimento in politica estera ci sta un pastrocchio di politica interna tutto italico, che viene da lontano. Da una parte gli eredi del post-comunismo che non hanno mai fatto abiura, e che hanno trasformato il loro nostalgico filosovietismo in un atteggiamento filorusso, almeno in quanto antioccidentale e anti-NATO (è la posizione di molti tra cui l’ANPI, l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, oggi soggetto di parte più che partigiano). Dall’altra gli eredi del post-fascismo che, per quel che riguarda l’Italia, cercano di mettere sullo stesso piano la Resistenza e Salò per far finta che anche i loro valori ispiratori lo fossero: dimenticando che se avessero vinto i nostalgici oggi non avremmo alcuna liberazione né alcuna libertà da festeggiare. Capaci, cioè, di riconoscere che le due parti non sono uguali, solo guardando all’estero. E, da tutt’e due le parti, l’ignavia di chi preferisce la tranquillità alla libertà, e non è disposto a pagare il prezzo della pace: che non è un vago richiamo ideale, ma un dividendo di realismo e di impegno.

 

Il 25 aprile che dimentica la resistenza ucraina, in “ItalyPost”, editoriale, pp. 1-7

La politica estera come bullismo. E la nostra (in)coscienza

Se un nostro amico, per colpire un contadino malvagio che tratta male la sua famiglia, bruciasse i suoi campi di grano, affamando così i suoi familiari innocenti, ma rendendo anche, per conseguenza, meno disponibile il pane nei villaggi vicini, facendone salire enormemente i prezzi, che cosa penseremmo? Gli daremmo man forte? Lo ringrazieremmo per quello che ha fatto? O lo condanneremmo e gli chiederemmo i danni? Soprattutto se scoprissimo che le ragioni del suo attacco sono meno filantropiche di quel che ci ha raccontato?

Ecco, ci sembra che quanto sta accadendo oggi con l’attacco israelo-statunitense all’Iran assomigli un po’ a questo esempio. Il regime è sicuramente cattivo nei confronti del suo popolo, e minaccioso nei confronti di altri. Ma non sembra che sia per motivi umanitari che il nostro amico, e nostro alleato – gli Stati Uniti, in parte per nome e conto di un altro nostro amico, Israele – lo ha attaccato: tanto che ha detto che gli basta sostituire il padre cattivo con un patrigno (nella realtà, un figlio della guida suprema, peraltro dichiaratamente più radicale del padre, e non diverso nelle idee e nei metodi) per essere contento. Nel frattempo, la famiglia – il popolo iraniano – soffre più di prima, i danni economici e ecologici ai villaggi vicini (gli altri paesi dell’area) sono già ingentissimi, i prezzi dell’energia rischiano di salire oltre ogni sostenibilità, facendo pagare un prezzo enorme anche a paesi e villaggi molto più lontani (noi, e il mondo intero), alle loro imprese, che poi vuol dire ai lavoratori, alle loro famiglie, alle loro speranze, alle loro vite. Staremo tutti peggio, per colpa di questo conflitto, peraltro nemmeno dichiarato. E noi, gli amici – l’Europa – cosa facciamo? Dobbiamo stare zitti? Far finta di non vedere? O dovremmo protestare, dire che non è questo il metodo, e agire di conseguenza, proponendone altri, ma soprattutto smettendola di rimanere ossequienti con i nostri amici? In fondo, nella vita reale, lo sappiamo, che gli amici sono tali solo quando ci dicono quello che davvero pensano su di noi e sulle nostre azioni. Perché in politica tutto ciò non lo applichiamo?

Eppure, è questo che ci serve: una operazione verità e onestà. Su noi stessi e le nostre parole e azioni (finora mancate clamorosamente entrambe). Ma anche su quelle altrui. Dopo tutto, i nostri amici sono stati e sono ancora gli Stati Uniti e Israele, come paesi, non i loro provvisori governanti Trump e Netanyahu. Prima o poi, loro non conteranno più nulla. Mentre i popoli che governano, e noi, dovremo contare e scontare per molti anni i danni che hanno fatto e che continuano a fare. Possibile non si sia, come Europa e come Italia, davvero capaci di dire nulla e fare ancora meno? A meno di accettare la triste condizione non di amici, e nemmeno di alleati, ma di sottoposti, acquiescenti e servili. Tutto quello che non insegneremmo mai ai nostri figli di essere. Ma che noi siamo, oggi. Sotto gli occhi anche dei nostri figli: che ci giudicano, al pari delle nostre coscienze.

Siamo amici di un bullo. O di due. O meglio di due che una volta erano amici sinceri, ma poi crescendo sono diventati altra cosa: arroganti, presuntuosi, violenti. A cui non interessa veramente né la nostra opinione né il nostro destino, che in passato avevano a cuore. Come nei film che ci piace vedere, ambientati nei college, possiamo scegliere: diventare la loro corte, i loro spalleggiatori, silenti e ignavi o peggio attivamente complici. Oppure stare dalla parte delle vittime, dei bullizzati: avere uno scatto di dignità, di resipiscenza, di orgoglio, di rivendicazione dei nostri valori e delle nostre azioni passate. E farci valere, o almeno farci sentire. Quello, appunto, che ci piacerebbe insegnare ai nostri figli. Ma che non stiamo più facendo noi.

 

Se il nostro amico è un bullo. Noi, Trump, Israele, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 29 aprile 2026, editoriale, pp. 1-3

Solo circenses in un mondo che brucia: se la Rai non fa servizio pubblico, perché pagare il canone?

Non è momento di scadenza del pagamento del canone, non ci sono riforme della Rai in vista, né nomine della sua governance da discutere. Perché, allora, parlare di Rai? Forse per un motivo banale: perché il mondo è cambiato, ma la Rai, a occhio, non se ne è accorta. La terra brucia, viviamo emergenze inimmaginabili pochi anni fa (clima, risorse, guerre interne e esterne), gli equilibri geopolitici in cui siamo cresciuti sono distrutti, innovazione tecnologica e intelligenza artificiale aprono sfide epocali in tutti i campi (lavoro, welfare, controllo sociale, vita materiale), il legame sociale si allenta, dobbiamo inventare un mondo nuovo di cui non conosciamo i contorni. In tutto questo persone disorientate hanno bisogno di orientamento per non perdersi. E la Rai? È sempre la stessa: stessi linguaggi, stessi rituali, spesso stessi immarcescibili protagonisti del mondo di ieri.

Cominciamo da una considerazione pratica: chi guarda la tv pubblica? E in generale la tv? In particolare, senza operare una scelta (come avviene invece nelle piattaforme, inclusa Raiplay), ma adeguandosi a quanto offre il palinsesto quotidiano? Alcune tendenze sono facili da cogliere: i più anziani rispetto ai più giovani, le persone con livello di istruzione più basso rispetto a quelle con livello di istruzione più alto (i due dati peraltro, in parte coincidono). Due categorie che, in un’ottica di servizio pubblico, avrebbero bisogno dunque di elevare il loro livello culturale, dato che votano, e contribuiscono a decidere il nostro futuro: se è per abbassarlo, dovrebbe essere considerato più che sufficiente il mercato. Peraltro, non si tratta più di un pubblico universale, o che si può supporre tale: come invece tentano ancora di vendercelo dirigenti tv e conduttori, quando sbandierano share discutibilmente calcolati, come se riguardassero percentuali di popolazione complessiva, e non la ben più ridotta categoria della audience televisiva.

Il problema non è il canone in quanto introito: ovviamente l’informazione, come tutto, ha bisogno di risorse, e non c’è un criterio unico per procurarsele (tra i paesi che non hanno canone ci sono sia democrazie avanzate che stati autoritari). La via intermedia è quella di alcuni tra i paesi più civili e con tradizione informativa dalla reputazione più elevata (Regno Unito, in parte Francia e diversi paesi scandinavi): che hanno sì un canone, ma proprio per questo nessuna pubblicità, o limitata a alcune fasce orarie. In ogni caso la cosa più ragionevole è pensare che la tv pubblica debba essere finanziata a carico della fiscalità generale, come istruzione e sanità, infrastrutture e difesa, e tanti altri servizi che giustamente chiamiamo pubblici. Il che ne renderebbe il costo progressivo, mentre oggi, grazie al meccanismo del canone, ricchi e poveri pagano uguale, così come pagano uguale giovani che non la guardano e anziani per i quali costituisce la principale se non l’unica pietanza della loro dieta informativa. Ma proprio perché servizio, dovrebbe essere utile, dando il meglio: dovrebbe servire, appunto. E non sta accadendo. Forse per volontà politica, dato che la tentazione del potere è sempre stata quella di dare un po’ di circenses al popolo per consentirgli di sfogarsi e accontentarsi di un poco di panem, invece di pensare criticamente, il che potrebbe portarlo a pretendere di più. O forse per incapacità di pensiero strategico: il che, a osservare la nostra classe dirigente, non stupisce per niente. Il livello culturale e informativo è forse la nostra più grande emergenza, in un mondo dove vincerà la conoscenza, e in un paese dove l’analfabetismo funzionale è doppio rispetto alla media europea: il 30% circa, contro il 15% della media Ocse e Ue. Detta in maniera più brutale, quasi una persona su tre che incrociamo per strada (e non abbiamo motivo di pensare che la percentuale sia diversa in politica) è analfabeta funzionale: ovvero ha imparato più o meno faticosamente a leggere, scrivere e far di conto, ma poi l’ha dimenticato e non è in grado di capire una frase che include una subordinata, distinguere una notizia vera da una evidentemente falsa, calcolare una percentuale, distinguere milioni da miliardi. Figuriamoci interpretare un mondo in rapido cambiamento.

Il risultato è che ci ritroviamo un livello culturale della tv pubblica in drammatica discesa, stipendi o cachet oltre ogni ragionevolezza e merito, iniquità fiscale dato che è pagata uguale da tutti, e per giunta con concorrenti private che talvolta svolgono il core business della tv pubblica (informazione e cultura) di più e meglio. E, in più, trattandosi di risorse pubbliche sfruttabili a piacimento, ci siamo abituati a ingerenze intollerabili della politica, servilismo e familismo amorale (basta prestare un po’ di attenzione ai cognomi che girano, talvolta ereditari). Soldi spesi meglio, per uno scopo più alto, forse calmiererebbero anche questo fenomeno. Ma l’indizio più evidente della scarsa considerazione culturale data alla tv pubblica – in un paese dove pure, storicamente, ha giocato un ruolo fondamentale nell’alfabetizzazione di fette importanti della popolazione, nella loro crescita culturale, e nel formarsi stesso dell’idea di nazione con una lingua comune – è dato precisamente dai passaggi dal mondo dell’informazione (non di rado dalla stessa Rai) a quello della cultura (inclusi i vertici istituzionali di quel mondo, come il Ministero della Cultura: si pensi ai suoi ultimi titolari), e molto meno il contrario, come accadeva un po’ più spesso in passato. Con il risultato di trasformare la cultura in giornalismo anziché il giornalismo in cultura. E non è una buona notizia, se vogliamo pensare il mondo futuro e non solo osservare quello presente.

 

Il servizio pubblico del panem et circenses, in “ItalyPost”, 8 aprile 2026, editoriale, pp. 1-31

Matrimoni gay, adozioni, diritti transgender: l’evoluzione della società, le contraddizioni della politica

Per una volta il Nordest detta l’agenda – grazie alla cronaca, non per una specifica volontà politica – nel campo dei diritti. Con tre casi distinti, ma collegabili in un unico ragionamento.

Il primo è la notizia che due sindaci friulani di centrodestra – uno di Fratelli d’Italia l’altro della Lega – convoleranno felicemente a nozze. La notizia non è che siano entrambi uomini: la cosa ormai è acquisita e irrilevante. Né che possano farlo grazie a una legge a cui i loro partiti hanno votato contro: è lecito, e anzi meritorio, cambiare idea, e evolvere. Di più: la loro testimonianza, nei loro ambienti, avrà effetti positivi, e porterà a un maggiore riconoscimento dei diritti dei gay e delle lesbiche e a una minore omofobia per tutti, a cominciare dai loro partiti di appartenenza: per cui sbaglia, e di molto, chi, da parte progressista, li critica o peggio li irride. Detto questo, spiace che, invece di riconoscere un dissenso con la propria parte politica, e positivamente rivendicarlo (il che è una qualità rara e preziosa, in un ambiente, la politica, composto in buona parte da yesmen e yeswomen capaci solo di obbedire, spesso servilmente, perché è il modo migliore per garantirsi una carriera), si sentano in dovere di accompagnare la loro scelta con una riaffermazione del valore della famiglia tradizionale, e la sottolineatura di una opinione contraria alle adozioni da parte di genitori dello stesso sesso. Argomento, questo, che ci introduce al secondo punto.

Il tribunale dei minori di Venezia ha rimesso alla Consulta il giudizio su una possibile eccezione di incostituzionalità riguardante la legge sulle adozioni, che le consente solo alle coppie sposate, e non a quelle unite civilmente, come solo possono essere le coppie dello stesso sesso: il che produce “effetti irragionevoli, discriminanti e ingiustificati”. Anche perché, paradosso nel paradosso, anche i single possono adottare, ovviamente a prescindere dal loro orientamento sessuale: per cui, per ipotesi, se i due coniugi uniti civilmente divorziassero, potrebbero adottate un bimbo a testa, e poi regolarmente ri-registrare la loro unione. Ciò che, senza aspettare il pronunciamento della Corte, appare non solo irragionevole e palesemente discriminatorio, ma anche contrario al buon senso e all’interesse dei bambini che potrebbero avere una famiglia.

Il terzo caso riguarda una donna transgender bulgara che vive in Veneto. E che ha ottenuto dalla Corte di giustizia dell’Unione Europea il riconoscimento del diritto a vedersi consegnato dalla Bulgaria – paese che, insieme a Ungheria e Slovacchia, non riconosce il cambio di sesso – un passaporto corrispondente alla sua attuale identità sessuale, acquisita in Italia. Il motivo è che la sua negazione cozza contro un principio fondamentale dell’Unione, di cui noi italiani facciamo ampio uso dati i nostri tassi di emigrazione, che è quello della libera circolazione, uno dei punti cardine a fondamento dei trattati. Si tratta, tuttavia, anche della conferma implicita, oggi rimessa in discussione da varie forze politiche, del fatto in sé: ovvero che il cambio di sesso è un diritto individuale, che come tale deve essere riconosciuto.

Sono casi diversi, quelli qui analizzati. Che tuttavia ci mostrano, per così dire in progressione, che ciò che in passato era considerato irricevibile è oggi progressivamente diventato senso comune. Come mostrano proprio le unioni civili omosessuali da cui siamo partiti: che suscitavano lo stesso grado di riprovazione che suscitano oggi, negli stessi ambienti, l’affermazione di genere e il cambio di sesso all’anagrafe. Del resto, sempre negli stessi ambienti (e anche altrove, a onor del vero), suscitavano riprovazione gli stessi diritti delle donne, a cominciare dal voto e dall’accesso alle professioni dette maschili: e si tratta delle stesse correnti politiche che oggi esprimono la presidente del consiglio. Il prossimo passo? Unioni regolari e riconosciute tra persone transgender e persone che non lo sono, eterosessuali o omosessuali, anche negli ambienti che per principio le rifiutano (diciamo, per brevità a destra), esistono già. Prima o poi verranno alla luce, e sanciranno un dato acquisito. Come il matrimonio tra i due sindaci da cui siamo partiti. Ai quali facciamo i nostri migliori auguri.

 

Dai sindaci sposi alle adozioni, lo strano Nordest dei diritti, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 21 marzo 2026, editoriale, pp. 1-9

L’impotenza di una Europa impaurita

Sta succedendo di tutto. Eppure siamo convinti che a noi non succederà niente. Ma non sarà esattamente così.

Sono passati quattro anni dall’invasione dell’Ucraina. Due e mezzo dall’attacco di Hamas che ha scatenato la reazione di Israele, con la distruzione di Gaza e le violenze in Cisgiordania (e attacchi qua e là, dallo Yemen al Libano). Poco più di una settimana dall’attacco all’Iran, con le conseguenze a cascata che stiamo vedendo sotto i nostri occhi. E, in parallelo, altre azioni violente, altre guerre, meno rovinose, o semplicemente meno vicine, altre minacce, in cui ci sentiamo sempre meno coinvolti (dal Sudan al Venezuela, passando per la Groenlandia – che pure è Europa – o Cuba, domani Taiwan e chissà cos’altro). Non è la terza guerra mondiale a pezzi. Non è nemmeno, apparentemente, un nostro coinvolgimento diretto in teatri bellici. È una lenta, inesorabile erosione: di sicurezza, di valori morali, e presto – ci accorgeremo – anche economica. Di cui però non siamo attori, ma spettatori: nemmeno plaudenti – solo passivi.

Come europei, abbiamo scoperto di non saperci veramente difendere da una aggressione evidente e ingiustificabile (in Ucraina): e, anzi, ci siamo accorti di avere una cospicua quinta colonna interna favorevole alle ragioni dell’aggressore. Abbiamo cancellato ogni senso del limite di fronte al comportamento di Israele, peraltro inizialmente sorretto da una profonda corrente di simpatia giustificata dal vergognoso attacco a civili di cui era stato oggetto da parte di Hamas, lasciando che in Palestina accadesse quello che è accaduto senza spiccicare parola (non una condanna, non una sanzione, non una critica). Non stiamo dicendo nulla su una guerra neanche dichiarata in Iran, di cui non siamo stati nemmeno preventivamente informati, non diciamo consultati, che già solo nei primi giorni sta coinvolgendo l’intero Medio Oriente e persino l’Europa, con l’attacco alle basi a Cipro, e conseguenze economiche ancora tutte da misurare, che non pagheremo solo sulla bolletta energetica. Sì, certo, si è decapitato un regime teocratico odioso e pericoloso, ma che non attacchiamo certo per amore della libertà (si è già detto che non si vuole una democrazia: basta un leader ‘amico’), e che non siamo affatto certi che lasceremo in condizioni migliori (i precedenti di Afghanistan, Iraq e Libia non sono incoraggianti, in questo senso).

Di fatto, abbiamo adottato una sistematica logica di due pesi e due misure, e un regime di doppia verità, di fronte agli accadimenti globali, senza nemmeno renderci conto delle conseguenze strategiche di questa scelta: che, incidentalmente, indebolisce lo stesso nostro sostegno all’Ucraina (non foss’altro perché offre un alibi alla Russia – così fan tutti). E ci fa scoprire di essere solo la periferia – sempre più impotente e sempre più marginale, politicamente e militarmente – di un mondo di cui continuiamo, contro ogni evidenza, a crederci il centro. Certo, gli altri non sono da meno. Ma, appunto, questo ci fa perdere la presunzione di unicità, e di superiorità morale, in cui ci piaceva crogiolarci, e con essa la nostra capacità di seduzione, credibilità, reputazione: il più importante dei capitali. Attrattivi lo siamo ancora, per il nostro modo di vita e la nostra cultura: dopo tutto se qualcuno decide di emigrare è da noi, Occidente sviluppato, che cerca di venire – non va certo in Russia o in Cina, anche se comincia invece ad andare verso altre piccole e medie potenze regionali e sub-regionali (dove peraltro andiamo volentieri anche noi, se si possono fare affari o anche solo svernare piacevolmente). Ma la maggior parte viene per denaro, ricerca di lavoro, welfare – qualità della vita materiale, insomma. Sempre meno per condivisione dei valori a cui diciamo di ispirarci ma di cui siamo più testimoni rassegnati del loro declino che orgogliosi attori della loro affermazione: libertà, democrazia, parità di diritti.

Quanto siamo isolati lo si vede bene sulle grandi questioni della geopolitica: dove sempre più spesso, anche all’assemblea generale delle Nazioni Unite, quasi tutto il resto del mondo (Africa, Asia, America Latina) vota – e in ogni caso pensa – in maniera diversa da noi, e preferisce stare con Russia e Cina, pur non amandone il modello di sviluppo e non abbracciandone i valori: è l’Europa a scoprirsi piccola e isolata, per quanto (e proprio perché) alleata ai grandi Stati Uniti. In un mondo sempre più multipolare, le cui grandi sfide, in termini di sostenibilità economica, sociale e ambientale, necessiterebbero di una visione larga, di una leadership forte, e di collaborazione, ci ripieghiamo e richiudiamo sempre più su noi stessi, riuscendo a dividerci persino all’interno dell’Occidente. Con una sua parte, gli USA, che ha ideologicamente scelto un paradossale isolazionismo interventista, in nome solo dei propri egoistici interessi, e solo quelli misurabili in denaro (non di un Paese, peraltro, ma di una ristretta oligarchia al suo interno). E l’altra parte, l’Europa, che si è scoperta debole, impaurita, incapace di azione, spesso anche servile rispetto al suo fratello maggiore: sulla difensiva, e mai invece all’attacco, come pure fino a poco tempo fa è stata, persino inconsapevolmente, quando macinava traguardi economici e raggiungeva standard di benessere mai visti. Potrebbe andare diversamente? Potrebbe. Le condizioni materiali ci sarebbero ancora. Manca, per ora, la volontà politica di credere davvero in noi stessi, nel nostro potenziale di immaginazione, trasformazione e costruzione.

 

Un’Europa sempre più impaurita e impotente, in “ItalyPost”, 12 marzo 2026, editoriale, pp. 1-29

La chiesa sì, la moschea no. Quando a discriminare siamo noi

A Padova, in via Longhin, verrà costruita una chiesa ortodossa con capienza da 800 persone, con annessi patronato, centro culturale, auditorium, impianti sportivi e alloggi per i sacerdoti. Il complesso fa capo all’associazione cristiana moldava di Padova, che a sua volta dipende dal Patriarcato di Mosca. È un bel segnale di rispetto religioso (non mi piace parlare di tolleranza: “per la tolleranza, c’erano le case” diceva Paul Claudel), a sua volta peraltro semplicemente rispettoso del diritto alla libertà religiosa presente nella nostra costituzione, ma è anche un segnale di intelligenza politica, di dialogo culturale, e di integrazione sociale, che non può che fare bene alla città.

Ma facciamo un po’ di fantapolitica. Immaginiamo per un attimo che la richiesta fosse venuta dai musulmani. Che fine avrebbe fatto il progetto? Ecco, in realtà non serve immaginare il futuro: basta guardare al passato recente, attraverso la cronaca cittadina. Perché il progetto c’era: e riguardava proprio un terreno in via Longhin. E ne emerse un conflitto culturale così interessante che ne ho fatto, con i miei studenti, un case study, realizzando con loro un libro (intitolato “Ma la moschea no…”) e un documentario (“Fuori dal ghetto. Storia controversa della moschea di Padova”).

Correva l’anno 2008. L’associazione Rahma, a prevalenza marocchina, che già aveva aperto nel 2001 una sala di preghiera in via Anelli (probabilmente il luogo più dignitoso e l’unico in cui non si commettevano reati – e, anzi, dove si predicava il rispetto della legge, l’integrazione, e il miglioramento di sé attraverso i precetti religiosi – dell’intero e notoriamente problematico complesso di palazzine, poi chiuso) chiede di costruire su un terreno di proprietà del comune, che include una fattoria mezzo diroccata, una moschea (ma anche un patronato, con biblioteca e possibilmente campetto di calcio, a servizio del quartiere). Il terreno sarebbe peraltro solo in locazione, seppure a lungo termine, con un canone annuo di oltre ventimila euro, e le spese tutte a carico della comunità islamica. Un luogo ideale anche perché (e i musulmani sono consapevoli dell’umore della pubblica opinione), lì, in una zona non residenziale, lontana da abitazioni, con ampi spazi di parcheggio, non darebbe fastidio a nessuno. Apriti cielo! L’opposizione di centrodestra (Lega e AN) insieme a una associazione cittadina costituisce un comitato referendario contro la moschea (di cui fanno parte esponenti politici tutt’ora in auge, tra cui un futuro sindaco di Padova, a riprova che sì, prendersela con il capro espiatorio dei musulmani avvelena il clima sociale ma aiuta a fare carriera politica), che indirà effettivamente un referendum autogestito senza alcun valore legale. Seguiranno polemiche politiche, roboanti dichiarazioni, vibranti comizi (usando il repertorio tutt’ora in auge sulla presunta islamizzazione dell’Europa), risibili attestazioni di priorità (si dirà che è più importante un asilo nido: in una zona dove non ci sono bambini…), intoppi legali, cavilli amministrativi, manifestazioni e contromanifestazioni (incluso un “Moschea Day”: anche i sovranisti avevano la fissa dell’inglese già allora), persino la elegante passeggiata con un maiale al seguito – in segno di disprezzo – di una nota esponente leghista (su suggerimento di un attuale ministro leghista che si occupa di autonomie), con conseguente indignazione della chiesa, del presidente della comunità ebraica, che pure si dice a favore del progetto, e persino dell’allora ministro dell’Interno, il leghista Maroni. Nonostante tutta questa mobilitazione, un sondaggio di questo giornale attesta che poco più della metà dei cittadini padovani è a favore della moschea, solo un quarto è esplicitamente contro, e un altro quarto è indeciso o non convinto. Tutto ciò dura fino a che i musulmani, stanchi delle polemiche e del continuo gioco al rialzo, anche economico da parte del comune, si compreranno, a molto meno, una sede altrove. Risultato? Niente moschea, ovviamente, con tutti i crismi e riconoscimenti urbanistici. E apertura di un luogo di preghiera che chi ha lottato contro la moschea considera abusivo e illegale. Problema: se non c’è una via legale, perché i sindaci e i politici sono contro, che alternativa c’è? E, peraltro, così sono costrette a fare spesso altre comunità religiose, come pentecostali e testimoni di Geova.

Ora, cosa ci insegna questa doppia storia? Qualcosa su di noi, di molto serio, temo. Che siamo noi a non rispettare i nostri stessi principi, valoriali e costituzionali. Che siamo noi a adottare due pesi e due misure. Che siamo noi, senza nemmeno avere il coraggio di ammetterlo, a discriminare i non bianchi, i non cristiani, i non europei. Con ciò ostacolando, anziché favorire, i processi di integrazione. E facendoci, quindi, del male.

 

Chiese e moschee. Due pesi e due misure, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 6 marzo 2026, editoriale, pp. 1-3

Il talk show come metafora (preoccupante) della democrazia

Viviamo in una democrazia senza dibattito. E questo mina la democrazia alla radice. Ma come, direte: dalle tv ai social non si fa altro che parlare, parlare, parlare. Appunto: e il problema sta qui. Che si parla: ma non si ascolta mai. Non si discute, non si dibatte, non si dialoga, nemmeno si comunica, e raramente si informa: si dice, si esclama, si urla. Non si approfondisce: si attacca e ci si difende. E quindi non si scava: si resta in superficie.

Ripetiamo sempre che l’origine dell’idea occidentale di democrazia è nell’agorà greca. Vero, anche se la nostra immagine è abbastanza idealizzata. Era una democrazia imperfetta: mancavano le donne, intere categorie sociali non erano rappresentate. Ma lì si affrontavano dibattiti, si decidevano alleanze e guerre, si eleggevano o ostracizzavano persone. Si discuteva, insomma. Si opponevano argomentazioni: tanto che si sono inventate tecniche di persuasione e retoriche, poi transitate nel mondo romano. Non è quello che accade negli odierni parlamenti: dove si parla, sì, ma non per convincere altri delle proprie buone ragioni, visto che non c’è nessuno da convincere, dato che tutti votano seguendo ordini di scuderia pervenuti dall’alto, e mai in dissenso con il proprio gruppo (ed è per questo che si fa carriera, tanto in politica quanto, spesso, nel giornalismo). Ci si schiera, che è altra cosa: sono schieramenti, appunto, non parlamenti. Aprioristici come il tifo calcistico: e non a caso typhos (febbre, offuscamento) è il nome di una malattia, che porta a stati di esaltazione e sovraeccitazione – tutto il contrario del pensiero e della decisione meditata. Una malattia terminale, letteralmente, per le democrazie: porta al loro termine, alla loro morte.

È un meccanismo esemplificato benissimo dai talk show. L’importante è parlare. Talvolta solo esserci. Un meccanismo che colpisce e inquina la democrazia in quanto tale, con effetti devastanti. Ed è falso dire che questi programmi si limitano a rispecchiare la realtà. Non si limitano a dare voce ai mostri presenti nella società: li creano, danno loro visibilità e potere, gli fanno da megafono. Rinunciando al ruolo informativo che sarebbe il loro. A questo aggiungiamo alcuni elementi specifici. Sono un luogo in cui i giornalisti si invitano tra di loro (e questo è molto specificamente italiano). E li si invita precisamente perché si sa già come sono schierati. Sono lì per rappresentare una posizione nello schieramento, non un contenuto informativo. Per cui si diventa opinionisti di mestiere: su tutto, non su qualcosa di cui si sa qualcosa. Gli altri invitati, i politici, peggio che peggio, visto che di professione manifestano opinioni, non contenuti. Altri (esperti, per esempio) sono quasi assenti: o sono preventivamente schierati e quindi sono esperti di una certa parte politica, che è una contraddizione in termini. In più ci si schiaccia sulle estreme, perché in questo gioco emerge chi urla più forte: ci si parla sopra, e si vince a colpi di interruzioni, privilegiando il litigio alla spiegazione (scegliendo gli ospiti proprio con questo criterio, e costruendo le clip successive, che serviranno a alimentare il dibattito sui social, su questi momenti). In una cacofonia, anche effetto del saltabeccare da un argomento all’altro, che finisce per produrre la disaffezione dei non schierati. C’è un ulteriore parallelo tra talk show e democrazia: calano i telespettatori come calano gli elettori, e in entrambi i casi restano i più anziani. Forse per lo stesso motivo.

 

Il sonno del dibattito genera mostri, in “ItalyPost”, 3 marzo 2026, editoriale, pp. 1-29