Contro il cumulo di salari e pensioni nel pubblico impiego

Il caso del direttore generale di una USL che percepisce anche la pensione, pone più di un problema. Non tanto o non solo sul piano legale, dato che la legge non vieta in assoluto il cumulo, ma pone solo un limite economico (peraltro elevato, al di là della portata e dei sogni dei più: 240mila euro).

La questione non è legata al lavorare oltre una certa età: diciamo, convenzionalmente, oltre i fatidici 65 anni. L’aspettativa di vita di tutti noi si è alzata, e di molto: ormai, ai ritmi attuali dello sviluppo della medicina e delle tecnologie collegate, ogni decennio guadagniamo un paio d’anni di vita. Viviamo mediamente in molto migliore salute rispetto al passato, grazie ai miglioramenti nell’alimentazione e a stili di vita più salubri, a politiche di prevenzione e a sostegni farmacologici, che oggi fanno assomigliare un sessantacinquenne, in termini fisici e cerebrali, a un cinquantenne del passato: e, dopo tutto, a fronte di questi miglioramenti, non si capisce perché dovremmo essere obbligati a non dedicarci ad alcuna attività. Il problema è l’essere andati e continuare ad andare in controtendenza rispetto ai miglioramenti ottenuti, anticipando anziché ritardando l’età pensionabile: ciò che costituisce l’anticamera del problema di cumulo tra retribuzione e pensione che qui solleviamo.

Si pone innanzi tutto una questione di sostenibilità economica. Certo, sarebbe diverso se vivessimo in una società, come immaginano alcune teorizzazioni futuribili, dove a lavorare sono le macchine e noi potremmo godercela in attività ludiche, relazionali e creative (del resto, in questo caso, i vantaggi dovrebbero essere spalmati su tutte le generazioni, con una riduzione complessiva del carico lavorativo, non solo goduti dai più anziani). Ma poiché non è così, e molti lottano duramente per arrivare alla fine del mese, questa situazione grava le generazioni più giovani, già penalizzate dalla minore numerosità, di un peso intollerabile (si calcola che già intorno al 2040 il rapporto tra lavoratori e pensionati dovrebbe essere di uno a uno, mentre attualmente è di tre a due – il paradosso è che le pensioni dei secondi sono spesso già oggi più elevate dei salari dei primi). In più, se consentiamo il cumulo di salari e pensioni, si pone un problema di giustizia sociale molto serio, e anche di accettabilità e moralità complessiva del sistema.

Già oggi gli over 60 godono di vantaggi e tutele che le giovani generazioni, che sono penalizzate da un ingresso tardivo nel mercato del lavoro, e da lunghi periodi di precariato, tra stage e tirocini, non avranno: con effetti previdenziali molto pesanti in termini di valore delle loro, di pensioni, che saranno più basse di quelle offerte oggi (peraltro, in molti casi, quelle attuali sono in regime retributivo, e quindi molto aiutate dalla collettività).

Ecco perché diventa intollerabile, almeno nel settore pubblico, gestito con il denaro di tutti, che si consentano o addirittura si favoriscano ingiustizie ulteriori. Da questo punto di vista il divieto di cumulo dovrebbe essere assoluto. Eppure si manifesta anche in forme meno visibili: come quando un ente locale o un’impresa pubblica, per risparmiare, al momento del pensionamento di un dipendente, decide di attivare – a lui o a un altro – un contratto di consulenza, decisamente meno oneroso, e cumulabile alla pensione, a danno di un giovane non assunto e di un posto di lavoro cancellato. Almeno nel settore pubblico dovrebbe essere semplicemente proibito di avere contratti con chi già gode di una pensione pagata dal pubblico. L’obiettivo non è condannare gli anziani all’inutilità, ma al contrario favorire altri tipi di occupazione, anche a titolo non oneroso, o almeno ipotizzando forme di perequazione e bilanciamento tra salario e pensione, con diminuzione della seconda in caso di aumento del primo.

Conosciamo benissimo i problemi pratici che ci sono. La sanità, da cui siamo partiti, ce ne offre un intollerabile esempio nelle figure dei medici andati in pensionamento anticipato, con un regalo inutile, e poi riassunti a contratto nei medesimi ospedali date le carenze di personale sanitario. Ma qui dovrebbe essere la collettività ad attivare una class action per danno erariale contro chi ha voluto Quota 100, invece di accettare la situazione come un dato.

 

 

Un errore il cumuli dei redditi, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 22 giugno 2022, editoriale, p. 1

Le seconde generazioni: i problemi e le pseudosoluzioni

Era già successo: se ne era parlato a proposito del capodanno milanese. E succederà ancora, fino a che le (s)ragioni del fenomeno resteranno presenti nella società: magari sopite, interpretate come un lieve stato di malessere, ma pronte a risvegliarsi all’occasione, come accaduto nelle violenze di spiaggia e sui treni da Gardaland nei giorni scorsi. La fermezza è utile, ma non sarà la minaccia di più galera, pene più severe o punibilità dai 12 anni a risolvere il problema. È una pseudosoluzione comoda elettoralmente, ma non risolve alcunché, precisamente perché arriva quando tutto è già accaduto. Soprattutto, non risolve le situazioni che si sono lasciate incancrenire perché nessuno se ne vuole occupare, anche se precisamente questo dovrebbe essere il compito della (buona) politica. Purtroppo, esattamente come si fa notare di più, perché fa notizia ed è ovvio così, la mala movida e la mancata integrazione – anche se sono il proverbiale albero che cade, che fa più rumore della foresta che cresce, che invece non vediamo e non sentiamo – così anche le risposte che vanno per la maggiore sono quelle della mala politica, tutte slogan e mancanza di azioni preventive.
L’integrazione è come un matrimonio: funziona solo se a volerlo sono entrambi i partner. Mentre spesso prevale il rifiuto: attribuito agli immigrati che non vorrebbero integrarsi, ma spesso praticato dagli autoctoni. Per questo bisogna investire e spendere per la sua buona riuscita. Sapendo che le seconde generazioni vivono problemi specifici, che si sommano. In quanto immigrati (seppure lo sono i loro genitori, non loro): la percentuale di famiglie sotto la soglia di povertà, tra gli immigrati, è quattro volte tanto quella presente tra gli autoctoni; e il livello salariale, a parità di mansione e di settore, più basso di diverse migliaia di euro l’anno rispetto agli italiani. E in quanto giovani: diversi dai loro genitori, con cui spesso è arduo avere un linguaggio comune (perché loro sono proiettati in avanti, qui, mentre i genitori sono sovente voltati all’indietro, verso i luoghi da cui provengono, là); ma anche diversi dai loro coetanei, perché privi di cittadinanza, e obiettivamente con prospettive peggiori.
La rabbia c’è. E se di per sé non giustifica nulla (e niente va giustificato, del resto), qualcosa può aiutare a spiegare. È infatti la rabbia e la voglia perversa di emergere delle seconde generazioni di tutti i tempi, e di tutte le latitudini, se il percorso che fanno non è quello del successo personale, dell’elevamento della posizione sociale, del riconoscimento. Gang etniche, sottoculture criminali, ci sono e sono pericolose (anche qui niente di nuovo, se ricordate West Side Story). Ad esse si sommano forme nuove di socializzazione al di fuori delle regole, di divertimento incapace di trovare altri sfoghi, che cominciamo a sperimentare sempre più spesso, come i rave party e i raduni autoorganizzati (ieri via Facebook, oggi, con età sempre più bassa, su TikTok). Che tuttavia prescindono dall’etnia: per uscire da troppo facili generalizzazioni è sufficiente ricordare che è stato un ragazzo anche lui di colore a salvare le ragazze di ritorno da Gardaland. E poi c’è la logica del branco, e branco maschile (anche se pure le baby gang femminili si fanno sentire, quanto a violenza: meno, rispetto alla sua forma sessualizzata, che fa parte di un immaginario virile – che non distingue tra autoctoni e immigrati, anche se tra questi può avere risvolti specifici – che solo l’evoluzione dei modelli culturali sarà capace di scalfire). Infine, c’è l’odio razziale. Che, sì, può avere forme e capri espiatori diversi, e andrebbe sanzionato più severamente, anche sul piano morale: a cominciare dagli stadi e dal tifo delle curve organizzate e politicizzate, che andrebbe bandito anziché blandito come avviene oggi, fino ai ragazzi del Garda autodefinitisi “africani” che in Africa peraltro non saprebbero e non vorrebbero vivere.
C’è da lavorare per tutti. Scuola, associazionismo, sport, quartieri, città, regioni, stato. E c’è un ruolo anche per le comunità immigrate: che vanno coinvolte e responsabilizzate, e messe di fronte alle proprie contraddizioni, ma non demonizzate e marginalizzate semplicemente perché tali. Perché possono giocare un ruolo prezioso. Faccio un esempio sul come: che riguarda l’islam, che negli eventi di questi giorni non è in questione. L’UCOII, l’Unione delle comunità islamiche in Italia, presieduta da un ex-ragazzo di seconda generazione, a sua volta padre della terza, si è costituita parte civile nel processo per l’assassinio di Saman: contro la sua famiglia, in un tipico scontro generazionale e culturale. Un segnale da cogliere.

Malamovida e buona politica, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 8 giugno 2022, editoriale, p.1

Guerra, grano, migrazioni. Le correlazioni (in-)visibili

La società è complessa per definizione. Proprio per questo non è raro trovare, nelle pagine dei giornali che la descrivono, notizie apparentemente scollegate, ma che a uno sguardo più attento possono illuminare alcune sottili correlazioni.

In questi giorni ne abbiamo due, una interna e una internazionale. Quella interna è legata alla mancanza di manodopera nel mercato del lavoro. Notizia prevedibilissima se ci si fosse presi la briga di leggere dei dati già qualche anno fa, dato che è più di un quarto di secolo che l’Italia è in recessione demografica (ha più morti che nati), ma di cui ci si accorge solo ora. Quella internazionale è legata alla guerra in Ucraina, alla crisi alimentare globale che rischia di innescarsi a seguito del blocco del grano nei porti ucraini e alla futura mancata produzione di un bene primario, e quindi alla povertà e al probabile aumento del potenziale migratorio di molti paesi che rischia di innescarsi.

Da cosa sono collegate queste due notizie? Da una cifra: 400mila. È di 400mila persone la differenza (in negativo) tra nati e morti che l’Italia ha registrato lo scorso anno. Ed è di 400mila la previsione fatta dai servizi di intelligence italiani (in realtà non una stima, ma le dimensioni di una preoccupazione potenziale) di nuovi arrivi di migranti legata all’emergenza alimentare.

Vale la pena di analizzarli insieme, questi dati. Se si trattasse di 400mila nuovi nati (poco importa se figli di italiani o di immigrati, visto che i secondi già da anni contribuiscono per più di un quinto al totale delle nascite), tireremmo un sospiro di sollievo, tornando almeno a un equilibrio tra nati e morti che resterebbe peraltro insufficiente. Se si trattasse (se solo fosse possibile) di 400mila ventenni improvvisamente materializzatisi nelle nostre città, saremmo ancora più contenti, visto che potrebbero coprire una parte almeno del fabbisogno di manodopera che già oggi c’è, e considereremmo questa notizia una grandiosa opportunità. Ma siccome si tratta di 400mila potenziali immigrati, la parola che si usa non è opportunità ma rischio. Certo, ci sono rischi connessi all’immigrazione, come ci sarebbero rischi connessi, che so, alla mancata istruzione e socializzazione dei nuovi nati. Dove può stare, allora, la differenza tra rischio e opportunità? Nella consapevolezza del problema e nella sua gestione.

Così come ai nuovi nati (la cui esistenza dovremmo incentivare con politiche strutturali a favore della natalità, delle famiglie e della compatibilità di lavoro e accudimento) siamo tenuti ad assicurare servizi e istruzione, trasformando un peso potenziale in un vantaggioso investimento, così ai nuovi arrivati dovremmo pensare nello stesso modo. Ragionando su come gestirne gli arrivi, innanzi tutto: non affidandosi al caso, alla iniziativa dei singoli, o peggio alle organizzazioni mafiose che si occupano di tratta dei migranti, ma ri-cominciando (sì, perché in passato lo si faceva), come stati, a gestirla in proprio, in maniera organizzata, regolare anziché irregolare, sulla base delle esigenze del mercato del lavoro, concordata con i paesi d’origine e vantaggiosa quindi per entrambi. Per poi occuparsi dei processi di integrazione: con investimenti sullo studio della lingua, della cultura e delle regole del patto sociale, con iniziative di formazione professionale in collaborazione con le associazioni di impresa, favorendo la reciproca conoscenza, evitando forme di segregazione urbana e lavorativa, che rischiano di produrre, se va bene, un cattivo inserimento, e se va male conflitti interculturali, etnici e razziali.

Per qualunque attività o politica bisogna spendere: intelligenza, denaro, iniziativa, capacità previsionale. Non è possibile lasciare l’immigrazione all’anarchia o al solo libero mercato, evitando di occuparsene per non scontentare qualcuno. Così come non si può non attivarsi rispetto all’emergenza alimentare, che potrebbe avere riflessi anche da noi. Occupandocene, potremmo dare un senso ad accadimenti apparentemente lontani, ma come abbiamo visto tra loro collegati, anziché accontentarci di lasciarceli piovere addosso, senza neanche fare lo sforzo di aprire l’ombrello (e prima ancora, di guardare le previsioni del tempo).

 

Più che rischioso, opportuno. La società e i migranti, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 3 giugno 2022, editoriale, p.1

Fare (ancora) figli oggi. Cosa manca? Cosa occorre?

Di fronte al calo demografico, ci si divide tra chi insiste su questioni materiali (non si hanno più figli perché è economicamente impegnativo) e chi invece su ragioni culturali (non si hanno perché non si vuole più). Un fenomeno complesso ha sempre più ragioni dietro di sé, e quindi necessita di risposte articolate.

Le questioni materiali contano molto. È vero che tutt’ora, nel mondo, a fare più figli sono i paesi più poveri, e all’interno delle città i quartieri più poveri. Ma anche in quest’ambito le cose stanno cambiando, e in talune realtà dove il minimo vitale è garantito, e una dose significativa di welfare pure, si può notare una maggior propensione alla fecondità nelle fasce più ricche: dove la ricchezza va intesa più come livello di istruzione complessivo, e come capitale pubblico (servizi), che come classe sociale di provenienza (in Italia ormai fa più figli il nord del sud: perché ci sono gli immigrati, ma anche una rete di servizi migliore, come mostra il caso di Bolzano). A parità di cultura, per così dire, la Francia ha invertito la rotta quando ha adottato politiche familiste generose, e in tutti i paesi europei in cui la natalità è più alta, oltre che diritti e tutele contrattuali, vi sono reti di servizi funzionanti, che consentono maggiore partecipazione femminile al mondo del lavoro (che oggi, a differenza che nel passato, è in correlazione diretta con il tasso di fecondità: non a caso è più alto tra le italiane all’estero, con più elevato tasso di partecipazione al mercato del lavoro, che tra le italiane in Italia). Quindi una buona combinazione di incentivi (seri, non bonus una tantum), congedi parentali pagati, quozienti familiari, e ancor più servizi strutturali come asili nido e tempo pieno scolastico per tutti (e periodi di vacanza scolare più brevi: una chiusura di tre mesi, in mancanza di servizi alternativi, è ingestibile per una famiglia), sconti famiglia per le vacanze e i trasporti, ecc., darebbe un enorme contributo alla natalità.

Ragioni economiche e culturali peraltro si intrecciano. Si fanno figli quando si è ottimisti sul futuro (non a caso i tassi di natalità sono crollati nel periodo Covid). Negli anni del boom economico e successivi si facevano più figli anche perché si aspirava a uno status migliore (chi non era piccola borghesia, aspirava a diventarlo, e poteva crederci con fondamento). Oggi – e questo è un sottovalutato fattore di crisi – il ceto medio si è largamente impoverito, chi non lo è non ha molte speranze di diventarlo, le diseguaglianze sono aumentate schiacciandolo e minacciandolo, l’orizzonte è oscuro, l’edilizia popolare inesistente, l’accesso al credito pure, il precariato giovanile diffusissimo, l’età media in cui si abbandona la famiglia si sta quindi alzando anziché scendere. Persino gli immigrati, che hanno tassi di fecondità più elevati degli autoctoni, li diminuiscono con rapidità maggiore, adeguandosi rapidamente al contesto.

Ma c’è anche un modo di concepire i servizi che non tiene conto dei cambiamenti avvenuti nella società. La maggiore mobilità (anche solo interna al paese) separa dai nonni come risorsa sostitutiva di welfare: in mancanza di servizi pubblici a prezzi accessibili inevitabilmente questo si riverbera sul tasso di fecondità. Abbiamo già accennato all’assurdità di mantenere un periodo di vacanza estivo così lungo. I nidi dovrebbero offrire orari più lunghi e flessibili (come fa chi lavora fino alle 19, o in turni serali, senza nonni?). Altrove esistono strutture, anche private, come dei nidi serali e notturni, per consentire a una coppia di uscire la sera o passare una notte fuori, per non costringerla all’immobilità e alla perdita totale di socialità se ha figli. Il tempo pieno dovrebbe essere obiettivo cruciale, per consentire ai ragazzi di svolgere anche attività altre (sportive, creative e ricreative, di socializzazione: e anche aprendo le scuole in orari serali ai quartieri). In sovrappiù, l’idea della città dei quindici minuti, a misura d’uomo, di donna e di bambino, in cui anche i minori potrebbero andare da soli (senza essere accompagnati) alle loro attività, in sicurezza, è un aspetto importante. Elemento fondamentale resta comunque la partecipazione al lavoro (garantita, però, e con salari sufficienti): dei giovani, per aiutarli a uscire dalla famiglia, e delle donne. Anche per consentire una più equilibrata divisione dei compiti tra maschi e femmine: solo se accadrà la prima cosa, temiamo, accadrà anche la seconda.

 

Le politiche familiari. Fare (ancora) figli oggi, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 26 maggio 2022, editoriale, p.1

Tra erranza e stanzialità: nuovi nomadi, sedentari, migranti

Non si capisce una barca con cento migranti che galleggia precariamente nel Mediterraneo se si guarda una barca con cento migranti che galleggia precariamente nel Mediterraneo. Per capire di cosa si tratta veramente, bisogna guardare al contempo più da lontano e ancora più vicino: guardare cosa succede in Africa e in Europa, a Lagos o a Bruxelles (dal punto di vista demografico, economico, sociale, politico, ambientale…), da un lato, ed entrare nella testa, nel corpo e nei sogni di qualcuno di quei migranti, e nella vita di chi si ritroverà ad avere a che fare con loro, dall’altro. Solo così potremo sperare di capire qualcosa, almeno qualcosa, di quel fenomeno che chiamiamo migrazione (spesso aggiungendovi una caratterizzazione enfatica: emergenza, dramma o quant’altro), considerandolo come un qualcosa di definito e autoesplicativo, mentre invece implica un insieme molto ampio di fattori, tra loro interrelati. È dalle loro interconnessioni, infatti, più che dall’approfondimento di ciascuno di essi, che possiamo sperare di capire qualcosa di quanto sta succedendo intorno a noi, compresa quella barca che galleggia precariamente nel Mediterraneo. Ed è quindi dalla stanchezza per le spiegazioni monocausali, inevitabilmente insoddisfacenti (pur venendo da trent’anni di frequentazione e studi sui movimenti migratori), che sono partito per cercare di costruire un ragionamento più ampio e inevitabilmente complesso, che ho riassunto in Torneremo a percorrere le strade del mondo. Breve saggio sull’umanità in movimento (UTET, 2021), concepito fin dal titolo in pieno lockdown, per cercare di capire come e verso dove ne saremmo usciti.

Non si capiscono infatti le migrazioni se non le intrecciamo ad altre forme di mobilità: delle informazioni, del denaro, delle merci, ma ancora più le tante mobilità umane che ci caratterizzano dalla preistoria ad oggi. Quelle che hanno spinto i nostri antenati Sapiens ad abbandonare l’Africa per mischiarsi in Medio Oriente con i Neanderthal e popolare l’Europa, e che hanno fatto del nomadismo una costante della storia umana – la sua fisiologia, non la sua patologia, la norma, non l’eccezione: se facessimo pari a 24 ore la storia dell’umanità siamo stati nomadi per 23 ore e 55 minuti, secondo più secondo meno (cacciatori e raccoglitori prima, poi pastori, solo recentemente – dalla rivoluzione neolitica – contadini e infine oggi maggioritariamente urbanizzati, e da lì di nuovo potentemente mobili). Quelle che sono così tanta parte del mito e della religione: da Odisseo all’hijra (migrazione) verso Medina di Muhammad, passando per la Bibbia – la cacciata di Adamo ed Eva dall’Eden (il primo potente push factor della storia), Caino ramingo e fuggiasco sulla terra, Abramo, Mosé, la predicazione itinerante di Gesù, l’instancabile attivismo cosmopolita di Paolo, lo spirito missionario, i pellegrinaggi… Quelle che sono tanta parte della storia: invasioni, esplorazioni geografiche, colonizzazioni, imperialismi. Quelle che hanno portato il turismo, almeno fino allo stop indotto dal Covid, ad essere settore trainante dell’economia globale (che da solo produce oltre il dieci per cento del PIL e dell’occupazione, crescendo a ritmi superiori al commercio mondiale). Quelle che ci coinvolgono in tante altre forme di mobilità: per lavoro, studio, eventi globali (mostre, expo, campionati, olimpiadi, concerti…), innescate da fattori di spinta come guerre e carestie, catastrofi naturali e indotte dall’uomo come quelle climatiche, urgenze missionarie o campagne militari, fino ai pendolarismi urbani (ripartiti in più ondate quotidiane, legate al lavoro, allo studio, agli acquisti, alla socialità e ai consumi culturali), agli esodi agostani, ai week-end fuori porta, alle serate itineranti, testimonianza della nostra connaturata irrequietezza.

Ma non si capiscono le migrazioni, in ingresso e in uscita, nemmeno se non le colleghiamo ad altri fenomeni, a cominciare dalla demografia, per continuare con le trasformazioni nel mercato del lavoro, il livello di istruzione, l’ambiente, e altro ancora. Le migrazioni non avvengono nel vuoto pneumatico: sono un pezzo di trasformazioni più ampie, al contempo causa ed effetto di un cambiamento globale in corso.

 

Il Covid è stato una meravigliosa occasione per prendere coscienza di tutto ciò. Nato da un paradosso, allo stesso tempo ironia e nemesi – un virus che ci ha bloccati perché si è messo a circolare lui, costringendo all’immobilità un mondo abituato a correre senza domandarsi perché – ci ha obbligati ad accorgerci di due cose, tra loro contraddittorie ed entrambe assai significative. La prima è stata la scoperta, grazie al lavoro da remoto (chiamarlo smart working è una concessione eccessiva: molto di esso è assai meno smart, o molto più nonsensical, di quanto ci piace pensare), e in fondo anche grazie alla didattica a distanza, che molta della nostra mobilità abituale era perfettamente inutile quando non dannosa e creatrice anziché risolutrice di problemi. La seconda era che, comunque, non vedevamo l’ora di rimetterci in moto, di ripartire, di tornare a percorrere le strade del mondo.

 

Libertà di migrare. Libertà di non essere obbligato a migrare.

 

I fermi obbligatori, i lockdown prolungati, le chiusure delle frontiere, ci hanno costretto a una situazione di immobilità involontaria. Ci siamo accorti che molte delle mobilità cui eravamo abituati, e che consideravamo necessarie, si sono rivelate superflue. Ma anche quanto la mobilità ci sia in sé necessaria. È il paradosso del Covid: il virus si è messo a viaggiare al nostro posto, costringendoci all’immobilità – condizione ideale per riflettere sulle ragioni della mobilità.

Siamo nati nomadi, e lo siamo stati per gran parte della nostra storia. Quando i nostri antenati Sapiens hanno lasciato l’Africa, da cui tutti proveniamo, e una migrazione dopo l’altra hanno abitato il pianeta, eravamo ancora cacciatori e raccoglitori che si procuravano il cibo spostandosi, poi pastori, e solo molto lentamente (e molto recentemente) siamo diventati stanziali, con l’invenzione dell’agricoltura, poi con l’urbanizzazione, che oggi coinvolge oltre la metà della popolazione mondiale. Siamo pronipoti di raccoglitori e cacciatori, e poi di pastori, prima che di contadini e poi di cittadini. Per questo, come diceva Bruce Chatwin, il nomadismo è nel nostro DNA, o almeno nella nostra memoria storica, nel nostro inconscio individuale e collettivo, e nella nostra esperienza passata, presente e futura, se è vero che oggi abbiamo ricominciato ad essere mobili, e lo siamo in misura maggiore rispetto ai nostri genitori e ai nostri nonni.

Partire da questa constatazione può aiutarci a mettere le basi di una teoria della mobilità: che includa il nomadismo, il desiderio di viaggiare, la brama di conoscere, i tanti complessi motivi che ci spingono ad andare altrove (magari solo per un poco, come nel turismo, o nelle serate fuori porta), ma anche le migrazioni, in entrata e uscita, e le loro nuove forme. C’è un filo che lega il ruolo del viaggio nelle mitologie e nelle religioni (pensiamo, nella Bibbia, ad Adamo ed Eva cacciati dall’Eden – il primo push factor – passando per Mosè e l’Esodo, fino all’incessante attività missionaria di Paolo), per arrivare, dopo l’età delle scoperte geografiche e delle colonizzazioni, alle migrazioni moderne, fino agli scambi Erasmus e ai giovani expat che lasciano l’Italia, oggi in numero superiore agli immigrati (non c’è alcuna invasione in corso: semmai un’evasione…): a testimoniare una circolarità globale che riguarda tutti i paesi (la Germania, per dire, primo paese europeo per arrivi di immigrati, è anche il primo per partenze).

Ma non si capisce la spinta all’erranza se non si affronta il suo contrario, il radicamento, la stanzialità: i due poli tra cui continuamente oscilliamo, talvolta scegliendo con decisione uno dei due, più spesso vivendoli entrambi, in momenti diversi della nostra vita, e persino contemporaneamente, vagheggiando l’uno mentre sperimentiamo l’altro. Anche le migrazioni vanno contestualizzate all’interno di questo quadro più ampio, ma comprese nella loro specificità, e quindi gestite – cosa che abbiamo smesso di fare quando abbiamo chiuso le frontiere all’immigrazione regolare, gettando le basi per l’esplodere di quella irregolare. Le frontiere non sono muri, sono modi per controllare i passaggi. Per questo governare le migrazioni si può: dunque si deve, nell’interesse nostro e dei migranti (quelli che vengono, e dovrebbero venire in altro modo, e quelli che vanno). Le analisi e le ricette ci sono. Quella che manca è la lucidità politica di volerlo fare: perché è più facile agitare il problema per acquisire consenso, o non affrontarlo per paura di perderne, senza analizzare vantaggi e svantaggi, costi e benefici, individuali e di sistema. È più semplice immaginare per gli altri respingimenti universali, muri e isolazionismi (per i quali pagheremmo un prezzo enorme), pretendendo al contempo per noi il diritto ad andare liberamente ovunque, senza accorgerci della contraddizione – senza nemmeno percepire quanto, quella relativa al diritto alla mobilità, sia una delle nuove forme della diseguaglianza.

Il Covid ci ha illuminati anche su altro: il nostro stesso rapporto con l’alterità. Il virus è stato anche questo: il nemico che veniva da lontano, l’immigrato indesiderato, l’irregolare da cui proteggersi, il clandestino che mette a repentaglio le nostre sicurezze, l’invasore che devasta a caso. E quindi capace di rinviare alle nostre pulsioni più profonde – e irrisolte – proprio intorno al tema cruciale della diversità, dell’estraneità, dell’alterità. Di cui ci ha aiutato a vedere le contraddizioni. E i modi per scioglierle. Perché, banalmente, se davvero vogliamo garantire la nostra possibilità e libertà di muoverci, di tornare a percorrere le strade del mondo, e incontrare altre persone, dovremo in qualche modo gestire e garantire anche quella altrui: con le regole e le cautele necessarie, come in ogni viaggio, e in ogni incontro con l’altro che esso implica. Peraltro, questo riguarda sia chi viaggia, sia chi incontra i viaggiatori: ormai l’altro si ha sempre più occasione di incontrarlo anche restando fermi. Per questo è indispensabile rifletterci sopra.

 

 

Passato e presente della mobilità umana, in “Vita e pensiero”, n.1, 2022, pp. 53-57

Demografia, famiglie e immigrazioni. Le cose da fare

È il problema principale di questo paese, ma è quello di cui si parla meno. Per inconsapevolezza. Per ignoranza. Perché la politica, quando guarda al futuro, pensa alle prossime elezioni, non alle prossime generazioni. Ma persino quando guarda al passato, si occupa in realtà solo di quanto accaduto ieri, e mai di quanto avvenuto non diciamo nei secoli o nelle decadi passate, ma anche solo l’altro ieri.

Solo questo può spiegare come ci si accorga solo ora dell’inverno demografico, che in realtà è cominciato da un quarto di secolo: è infatti dai primi anni ’90 che l’Italia, primo paese al mondo, è entrato stabilmente in recessione demografica, ovvero conta più morti che nati. Ma mentre negli anni pre-Covid il differenziale era arrivato a circa 200mila persone l’anno (comunque una cifra di tutto riguardo, l’equivalente di una città come Padova evaporata ogni dodici mesi), nel periodo Covid e seguente ha visto il differenziale raddoppiare: 400mila persone l’anno, l’equivalente di una città come Bologna.

Di questo fenomeno – prevedibilissimo, dato che tendenze e percentuali sono dati oggettivi, non ipotesi – ci stiamo accorgendo ora solo perché ne vediamo le conseguenze nel mondo del lavoro (la carenza di manodopera nel turismo e altrove) e nella scuola, dove l’allarme si riverbera nella chiusura di classi, sezioni, interi istituti, a ritmi impensabili (il 10% di iscritti alle prime elementari in meno, solo quest’ultimo anno). Già questo ci rivela un ritardo inaccettabile: in altri paesi se ne parla da tempo – e la politica, come giusto, si divide sulle ricette da attuare, ma almeno si è accorta del problema.

Scopriamo dunque oggi, come emergenza, ciò che avremmo dovuto vedere già un quarto di secolo fa come tendenza strutturale. Tardi, ma meglio tardi che mai. Solo che, quanto a risposte, siamo ancora al mai. Una risposta sono le politiche per la famiglia. Qui, a dispetto della retorica sui family day, chiunque abbia governato, destra o sinistra o tutti insieme appassionatamente, siamo ancora all’abc, ai bonus, alle iniziative una tantum. Niente di sufficientemente strutturale, radicale e permanente in termini di incentivi e defiscalizzazioni, permessi, tutele e contribuzioni a lavoratori/trici e aziende. Poco o niente anche in termini di servizi: nidi per tutti, tempo pieno scolastico diffuso, che favoriscono la partecipazione al lavoro delle donne (che, al contrario di quanto si crede, è correlata positivamente all’indice di natalità). Un’altra risposta è legata all’immigrazione. Ci siamo attardati a considerarla solo un problema e un’emergenza, ma essa è un fatto e un dato strutturale (e spesso la soluzione a un problema, non la sua causa), che peraltro ci accompagna in numeri significativi da mezzo secolo. Se non ci fosse stata l’immigrazione, dagli anni ’70, oggi saremmo poco più di quaranta milioni, molto più anziani, più malati, con ancora meno forza lavoro e ancora meno bambini, e avviluppati in una spirale economica discendente, che la recessione demografica accelera e accentua. Oggi poi si sommano, per la prima volta nella nostra storia, due crisi concomitanti che hanno a che fare con la popolazione: abbiamo più morti che nati, e persino più emigranti che immigrati (mentre in passato di solito uno squilibrio era compensato dall’altro, e c’era emigrazione precisamente perché c’era popolazione eccedentaria).

Bene dunque che se ne accorga anche la scuola. Bene che si capisca che servono politiche per la famiglia. E che gli immigrati non producono disoccupazione, ma semmai creano occupazione e contribuirebbero a salvaguardarla: inclusa quella degli insegnanti, ma anche di tutto l’indotto legato alla loro presenza, che include le varie dimensioni della vita.

Servono tuttavia iniziative pubbliche e piani straordinari. L’Unione Europea indica una soglia minima di 33 posti negli asili nido (un terzo) ogni 100 bambini: in Italia solo 6 regioni hanno raggiunto l’obiettivo (e il Veneto non è tra queste). Per la scuola dell’obbligo, occorre tutelare aree interne e di montagna, insulari o semplicemente marginali: prima che il processo di abbandono si autoalimenti, ciò che avviene rapidissimamente, e in maniera poi difficilmente reversibile.

 

Inverno demografico. Le nascite e i piani anticrisi, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 18 maggio 2022, editoriale, p.1

I vantaggi del doppio cognome

La sentenza della Corte Costituzionale che rende possibile l’utilizzazione del doppio cognome, materno e paterno, sta facendo discutere. Soprattutto i tradizionalisti, quelli che potremmo chiamare gli inerziali, e in generale i maschi, che vedono cadere un altro automatico privilegio. Poiché molti di costoro fanno una facile ironia sulla sfilza dei cognomi che ci ritroveremo nelle future carte d’identità, sgombriamo subito il campo da questo falso problema: la Corte ha affermato un principio, che spetterà al Parlamento riempire di contenuto, decidendo come attuarlo. Facciamo semplicemente notare che in moltissimi paesi questo principio esiste già da secoli (tipicamente nei paesi ispanofoni e lusofoni, quindi anche in America Latina) o da epoche più recenti (come nei paesi scandinavi), e anche lì la legge pone dei limiti (di solito si sceglie il primo dei cognomi di entrambi i genitori). Peraltro i criteri scelti dai vari paesi sono i più disparati: si va dal sorteggio all’ordine alfabetico, dall’obbligo all’anagrafe solo del cognome materno (dopotutto, l’unica ascendenza certa, come noto) alla possibilità di scegliere persino un cognome estraneo alla famiglia. Semmai dovrebbe interrogarci il fatto che – come in tanti altri ambiti – sia la Corte a intervenire, in una questione sulla quale, come accaduto altrove, avrebbe dovuto legiferare il Parlamento, se non fosse che ormai esso ha abdicato alla funzione sua propria, appunto quella legislativa.

Di fatto, il doppio cognome non fa che certificare dei cambiamenti già avvenuti nella società. Ai tradizionalisti si può ricordare, per aggravare la loro preoccupazione, che non solo si apre al cognome della madre, ma molto semplicemente a quello del genitore 1 e del genitore 2: parlare solo di cognome paterno e materno è riduttivo. Agli inerziali, tra cui anche tutti coloro che in questi giorni stanno ripetendo il mantra che questa non sarebbe una priorità dell’Italia, come tanti politici e altri difensori a parole di una famiglia tradizionale che spesso loro stessi non sperimentano, si può ricordare che il fatto che si sia sempre fatto così (un solo cognome, quello paterno) non è necessariamente un motivo intelligente per non fare altrimenti.

La società è ben più complessa e variegata, e perciò interessante, e non solo nella modernità. Da sempre i modelli familiari sono articolati: ci sono genitori che riconoscono figli non loro (consapevolmente o a loro insaputa) o al contrario genitori che non riconoscono i loro (padri, di solito: ma anche madri che non informano inconsapevoli padri), adozioni e altre forme di filiazione. In molte società esistono soprannomi e patronimici che possono essere aggiunti, anche formalmente, all’identità di una persona (come nel mondo arabo, dove dopo la nascita del figlio si diventa “padre di” o “madre di”, e il figlio può assumere il nome di “figlio – Ibn – di”, nel mondo russo, aggiungendo la desinenza -vic agli uomini o -vna alle donne, per indicare di quale padre sei figlio, o in Islanda, dove esiste invece il matronimico, e la desinenza indica di quale madre sei figlio).

Più semplicemente, da noi, la possibilità di scegliere potrà interessare e risultare utile – facilitando loro la vita – a famiglie in cui si può includere o scegliere un cognome più o meno prestigioso di un ramo ascendente della famiglia, o opportunamente oscurarne uno degradante (il doppio cognome non è un obbligo, ma una scelta, e quindi offre l’opportunità di rinunciare a quello sgradevole). Per le coppie miste (ormai circa il 15% dei matrimoni) può diventare un utile strumento di integrazione. È provato il peso inerziale del cognome, nella percezione esterna (degli insegnanti, dei datori di lavoro, delle agenzie immobiliari, ecc.). Se il bambino o la persona ha un cognome straniero, verrà percepito come tale, con i pregiudizi conseguenti, spesso pesanti fin dall’infanzia; se il cognome è italiano, tutto questo non accade: la nuova normativa potrà consentire di sceglierne uno (come si fa con la lingua e con la religione), o comunque di accoppiarli, rendendo la vita delle persone coinvolte molto diversa. In generale, la scelta diventerà un modo molto utile, per le coppie e le famiglie, di discutere di un tema importante, senza darne la soluzione per scontata, offrendo una possibilità di contrattazione e rapporti di potere più equilibrati soprattutto al coniuge socialmente più debole (che non è detto sia necessariamente la donna).

 

La scelta del cognome, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, “Corriere di Bologna”, “Corriere di Verona”, 30 aprile 2022, editoriale, p.1

Salari, demografia, immigrazione. Perché nel turismo non si trova manodopera

Il ministro Garavaglia ha denunciato il danno provocato dal reddito di cittadinanza al comparto del turismo, in quanto farebbe concorrenza indiretta ai salari del settore, che non troverebbe – per questa ragione – manodopera disponibile. Prendiamo atto di questa tardiva critica a una legge approvata dal suo partito – la Lega, quando era nel governo Conte 1 con il Movimento 5 Stelle – in cambio della contestuale approvazione di Quota 100: entrambi provvedimenti catastrofici, per i loro costi e le loro conseguenze sul mercato del lavoro, scaricati sulle spalle del paese in cambio del premio dato a una clientela elettorale per ciascuno (leggi già immaginate allora come temporanee precisamente perché se ne conosceva il devastante impatto sui conti dello stato, per l’approvazione delle quali aspetteremo invano una parola di scuse). Il reddito di cittadinanza è stato sicuramente pensato male e applicato peggio: non come idea, ma per aver voluto mischiare due forme di intervento molto diverse (da un lato, la doverosa lotta alla povertà, che si era persino considerata, ipso facto, abolita; dall’altro la gestione dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro, naufragata nella grottesca vicenda dei navigator), finendo per affrontare male entrambe. Ma attribuirgli la difficoltà di reperimento di manodopera di un intero comparto appare eccessivamente autoindulgente.
Se il reddito di cittadinanza (sicuramente da riformare) è concorrenziale, significa che i salari del settore sono, mediamente, scandalosamente bassi. Ci si era abituati a una manodopera a disposizione abbondante e facilmente ricattabile, tanto più quando immigrata, che non c’è più, per due ragioni. La prima è che si è rimpicciolito il bacino disponibile, per questioni demografiche (è un quarto di secolo che abbiamo più morti che nati, ma ce ne accorgiamo solo oggi vedendone l’effetto nel calo della forza lavoro) e perché sono diminuite le migrazioni anche regolari (contro le quali il partito del ministro si è battuto con successo: ma se non ci sono immigrazioni sostitutive della forza lavoro non nata, la manodopera, semplicemente, non c’è). La seconda è che dopo il lockdown, con l’inaspettata potente spinta alla crescita che c’è stata, molti, sia italiani che immigrati, che prima galleggiavano precariamente nel turismo, con lavori stagionali, hanno cominciato ad essere regolarmente assunti nell’industria, come operai, con salari migliori e maggiori garanzie: il che dovrebbe spingere a domandarsi perché salari e condizioni di lavoro non sono attrattive. Quest’ultimo punto è volentieri omesso dagli operatori del settore. Nel turismo orari e turni sono spesso molto pesanti, ma il riconoscimento economico non è lontanamente proporzionale: in più (e nessuno faccia finta di cadere dalle nuvole) vi sono vasti ambiti di lavoro grigio (alcune ore pagate regolarmente, altre no). Trattandosi di lavoro fatto in trasferta, una parola va spesa sulle condizioni alloggiative del personale: talvolta indecenti perfino per chi le offre (che tuttavia non ha il problema di dovercisi adattare). Certo, non si deve generalizzare: ma il problema è notorio. E in un settore in cui la customer satisfaction è cruciale, non ci si possono aspettare sorrisi ed empatia nei confronti del cliente, se il personale è a sua volta scontento. La sua insoddisfazione, e a maggior ragione la sua mancanza, si pagano anche nel lungo periodo: se il cliente ha ricevuto un cattivo servizio una volta, tenderà ad andare e a fidelizzarsi altrove negli anni successivi.
Questo insieme di scelte è dovuto all’arretratezza di parte del settore, che in origine era a basso valore aggiunto: ma oggi è meno vero, e il capitale umano diventa cruciale. Per questo la parte innovativa del settore, che per fortuna c’è, dovrebbe combattere l’offerta predatoria di alcuni, anche perché ne paga un prezzo in reputazione, che non ricade solo sul singolo albergatore o ristoratore, ma sul territorio. Il Veneto è sicuramente messo meglio rispetto alle altre regioni d’Italia: ma se il termine di confronto si sposta verso altre mete all’estero, si rischia di scoprire che la sempre vantata crescita veneta è percentualmente inferiore a quella di molti concorrenti. E allora qualche riflessione va fatta. Senza tirare in ballo la comoda scusa del reddito di cittadinanza.

Il reddito peggiore del reddito. Il caso stagionali, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 14 aprile 2022, editoriale, p.1

Contro il pacifismo a parole, per una nonviolenza attiva: una proposta

cliccando di seguito, l’articolo originale: Avvenire1422

La distinzione troppo manichea tra pacifisti e guerrafondai, tra sostenitori delle ragioni delle armi e oppositori del loro uso, tra chi è favorevole all’aumento delle spese militari e chi vorrebbe una loro diminuzione, rischia di essere fuorviante. Bisogna uscire da questa logica binaria, da questa contrapposizione troppo facile. Non è pacifista chi si dice a favore della pace, ma chi fa qualcosa di concreto per produrre pace. Non è guerrafondaio chi sostiene che gli ucraini hanno il diritto di difendersi dall’aggressore anche con le armi, ma chi pensa che le armi siano l’unico modo per reagire all’aggressione russa. E, infine, il problema non è quanto, ma come si spende: se aumentassimo le spese militari per organizzare un esercito di attivisti esperti nelle forme di difesa popolare nonviolenta, di resistenza e di boicottaggio, oltre che nell’uso delle armi come extrema ratio, si tratterebbe di denari spesi bene, utili in tempo di pace e per preparare la pace, oltre che in tempo di guerra.
Chi si considera nonviolento non è un’anima bella che immagina un mondo ideale privo di conflitti, e si sottrae persino all’idea di prendere posizione di fronte ad essi. Il nonviolento vede con chiarezza la dinamica dei conflitti, prende una posizione ferma contro l’ingiustizia, contro l’aggressore e dalla parte dell’aggredito, ma cerca tutti i mezzi possibili per scongiurare un’inutile escalation del conflitto, esplorando le possibili soluzioni precedenti e alternative alla guerra.
Sono un antico obiettore di coscienza. Per me impugnare le armi non è un’opzione. Credo che in molte situazioni (ma ho l’onestà di dire: non in tutte) sia possibile trovare mezzi diversi, e persino più efficaci, per combattere un nemico, un aggressore, rispetto all’uso della stessa forza che sta usando lui. Ma ho sempre pensato che questo valga per la mia coscienza. E non implica che sia sbagliato, o moralmente ingiustificabile, rispondere alla violenza difendendosi anche usando la violenza, da parte di chiunque. Tanto meno presuppone una superiorità morale di chi rifiuta di combattere, rispetto a chi sceglie di lottare: al contrario, bisogna riconoscere la virtù o il coraggio di chi si ribella all’imposizione, pagandone il prezzo, in qualsiasi modo lo faccia.
Credo che di fronte a un’aggressione plateale e ingiustificata come quella russa nei confronti dell’Ucraina sia necessario prendere una posizione chiara ed esplicita a fianco dell’Ucraina. Questo, da fuori, può essere fatto in tre modi, tra loro compatibili e non mutuamente escludentisi: a) inviando armi a chi ritiene di dover combattere contro la prepotenza dell’esercito russo, costringendolo a trattare da una posizione di non totale asservimento e dunque debolezza della parte aggredita; b) aiutando la popolazione civile con supporto materiale e morale, come fanno le ONG e le organizzazioni di cooperazione impegnate nella risposta all’emergenza umanitaria, ma anche come ha fatto l’Unione Europea imponendo sanzioni e sequestrando patrimoni di sostenitori del regime russo, e boicottando attivamente le istituzioni dell’aggressore, come fa Anonymous; c) aiutando tutte le persone sfollate a trovare una nuova casa a casa nostra. Non fare nulla, tanto più in nome del pacifismo, non è accettabile.
Nessuna opposizione alla guerra è credibile se non si paga un prezzo personale e non si attiva una testimonianza diretta. Chi combatte come partigiano lo fa costruendo la resistenza armata, e chi vuole sostenere la resistenza armata senza combattere in prima persona, anche per non allargare il conflitto ad altri fronti, lo fa inviando armi. Chi combatte usando l’arma economica e la moral suasion, lo fa con le risoluzioni dell’ONU, sanzioni che producono un costo anche su chi le dichiara, l’isolamento internazionale dell’aggressore, il supporto al dissenso interno, la promozione di tavoli di trattativa che manifestino un sostegno attivo all’aggredito, aprendo tuttavia a soluzioni praticabili per terminare il conflitto prima possibile, riducendo le sofferenze della popolazione civile e cercando di limitare quelle dei soldati di ambo le parti. Chi aiuta i profughi a trovare una sistemazione, manifestando così concretamente la propria solidarietà, combatte per così dire su un fronte interno, alla propria coscienza e al proprio paese.
Ma forse si può fare un passo ulteriore. I cittadini comuni che vogliono sostenere la causa dell’aggredito in maniera pacifica non hanno altra arma che se stessi. Possono manifestare sostegno alle scelte fatte dai propri governi, anche se implicano un costo pure per sé. Possono impegnarsi attivamente per promuovere discussione e consapevolezza, senza abdicare mai al dovere di sostenere le ragioni dell’aggredito contro l’aggressore: in maniera equilibrata, ma non equidistante. Possono finanziare gli aiuti personalmente, o attivarsi direttamente nella solidarietà e nell’ospitalità. Ma credo che potrebbero fare anche altro.
Siamo contro il conflitto? Ci crediamo davvero? Siamo pronti a pagare un prezzo, a fare dei sacrifici, per questo? Siamo, davvero, credibilmente, contro la guerra e a favore della pace? Testimoniamolo. La sola altra arma che abbiamo – se vogliamo che tacciano altre armi – è il nostro corpo. Usiamolo: non in alternativa alle altre forme di lotta e resistenza, ma al contrario in collegamento e in collaborazione con esse – come un’arma ulteriore a disposizione dei resistenti e, perché no, dei governi. Andiamo a praticarla, questa solidarietà, questo impegno attivo contro la guerra e contro l’ingiustizia: con una grande marcia della pace (ma non a casa propria: troppo facile!) che coinvolga milioni di cittadini europei, che si mettano in cammino verso l’Ucraina, e poi verso la Russia (ma anche dentro l’Ucraina, e dentro la Russia, per quanto possibile). In maniera organizzata. Sostenuti dalla logistica pacifica dei governi e delle organizzazioni della solidarietà transnazionale. Ma disposti a correre dei rischi, come li corre chi combatte. Mettendo in conto la possibilità di essere attaccati: e non fermandosi al primo morto, come non lo fa la resistenza armata. Sfidando le bombe con la civiltà e la forza del dialogo e della testimonianza personale, ma moltiplicata per milioni: una pacifica forza di interposizione, un impegno attivo ma non bellicista e belligerante. Non i caschi blu, ma nemmeno le bandiere bianche di chi si arrende. Il solo pacifismo moralmente accettabile, perché assunto in proprio, non scaricato sulle spalle e sulla pelle degli altri.

Guerrafondai e pacifisti a parole? No, grazie.La nonviolenza attiva faccia un passo avanti, in “Avvenire”, 1 aprile 2022, p.1-3

Il prezzo del pacifismo. In marcia per l’Ucraina. E altre cose necessarie da fare

Idee
Il prezzo del pacifismo
di Stefano Allievi

#pacifismoannozero, l’intervento del sociologo e animatore sociale: «Non è pacifista chi si dice a favore della pace, ma chi fa qualcosa di concreto per produrre pace. Nessuna opposizione alla guerra è credibile se non si paga un prezzo personale e non si attiva una testimonianza diretta. Che rischi siamo disposti a correre?»

La distinzione troppo manichea tra pacifisti e guerrafondai, tra sostenitori delle ragioni delle armi e oppositori del loro uso, tra chi è favorevole all’aumento delle spese militari e chi vorrebbe una loro diminuzione, rischia di essere fuorviante. Bisogna uscire da questa logica binaria, da questa contrapposizione troppo facile. Non è pacifista chi si dice a favore della pace, ma chi fa qualcosa di concreto per produrre pace. Non è guerrafondaio chi sostiene che gli ucraini hanno il diritto di difendersi dall’aggressore anche con le armi, ma chi pensa che le armi siano l’unico modo per reagire all’aggressione russa. E, infine, il problema non è quanto, ma come si spende: se aumentassimo le spese militari per organizzare un esercito di attivisti esperti nelle forme di difesa popolare nonviolenta, di resistenza e di boicottaggio, oltre che nell’uso delle armi come extrema ratio, si tratterebbe di denari spesi bene, utili in tempo di pace e per preparare la pace, oltre che in tempo di guerra.

Chi si considera nonviolento non è un’anima bella che immagina un mondo ideale privo di conflitti, e si sottrae persino all’idea di prendere posizione di fronte ad essi. Il nonviolento vede con chiarezza la dinamica dei conflitti, prende una posizione ferma contro l’ingiustizia, contro l’aggressore e dalla parte dell’aggredito, ma cerca tutti i mezzi possibili per scongiurare un’inutile escalation del conflitto, esplorando le possibili soluzioni precedenti e alternative alla guerra.

Sono un antico obiettore di coscienza. Per me impugnare le armi non è un’opzione. Credo che in molte situazioni (ma ho l’onestà di dire: non in tutte) sia possibile trovare mezzi diversi, e persino più efficaci, per combattere un nemico, un aggressore, rispetto all’uso della stessa forza che sta usando lui. Ma ho sempre pensato che questo valga per la mia coscienza. E non implica che sia sbagliato, o moralmente ingiustificabile, rispondere alla violenza difendendosi anche usando la violenza, da parte di chiunque. Tanto meno presuppone una superiorità morale di chi rifiuta di combattere, rispetto a chi sceglie di lottare: al contrario, bisogna riconoscere la virtù o il coraggio di chi si ribella all’imposizione, pagandone il prezzo, in qualsiasi modo lo faccia.

Credo che di fronte a un’aggressione plateale e ingiustificata come quella russa nei confronti dell’Ucraina sia necessario prendere una posizione chiara ed esplicita a fianco dell’Ucraina. Questo, da fuori, può essere fatto in tre modi, tra loro compatibili e non mutuamente escludentisi:

a) inviando armi a chi ritiene di dover combattere contro la prepotenza dell’esercito russo, costringendolo a trattare da una posizione di non totale asservimento e dunque debolezza della parte aggredita;
b) aiutando la popolazione civile con supporto materiale e morale, come fanno le ONG e le organizzazioni di cooperazione impegnate nella risposta all’emergenza umanitaria, ma anche come ha fatto l’Unione Europea imponendo sanzioni e sequestrando patrimoni di sostenitori del regime russo, e boicottando attivamente le istituzioni dell’aggressore, come fa Anonymous;
c) aiutando tutte le persone sfollate a trovare una nuova casa a casa nostra. Non fare nulla, tanto più in nome del pacifismo, non è accettabile.
Nessuna opposizione alla guerra è credibile se non si paga un prezzo personale e non si attiva una testimonianza diretta. Chi combatte come partigiano lo fa costruendo la resistenza armata, e chi vuole sostenere la resistenza armata senza combattere in prima persona, anche per non allargare il conflitto ad altri fronti, lo fa inviando armi. Chi combatte usando l’arma economica e la moral suasion, lo fa con le risoluzioni dell’ONU, sanzioni che producono un costo anche su chi le dichiara, l’isolamento internazionale dell’aggressore, il supporto al dissenso interno, la promozione di tavoli di trattativa che manifestino un sostegno attivo all’aggredito, aprendo tuttavia a soluzioni praticabili per terminare il conflitto prima possibile, riducendo le sofferenze della popolazione civile e cercando di limitare quelle dei soldati di ambo le parti. Chi aiuta i profughi a trovare una sistemazione, manifestando così concretamente la propria solidarietà, combatte per così dire su un fronte interno, alla propria coscienza e al proprio Paese.

Ma forse si può fare un passo ulteriore. I cittadini comuni che vogliono sostenere la causa dell’aggredito in maniera pacifica non hanno altra arma che se stessi. Possono manifestare sostegno alle scelte fatte dai propri governi, anche se implicano un costo pure per sé. Possono impegnarsi attivamente per promuovere discussione e consapevolezza, senza abdicare mai al dovere di sostenere le ragioni dell’aggredito contro l’aggressore: in maniera equilibrata, ma non equidistante. Possono finanziare gli aiuti personalmente, o attivarsi direttamente nella solidarietà e nell’ospitalità. Ma credo che potrebbero fare anche altro.

Siamo contro il conflitto? Ci crediamo davvero? Siamo pronti a pagare un prezzo, a fare dei sacrifici, per questo? Siamo, davvero, credibilmente, contro la guerra e a favore della pace? Testimoniamolo. La sola altra arma che abbiamo – se vogliamo che tacciano altre armi – è il nostro corpo. Usiamolo: non in alternativa alle altre forme di lotta e resistenza, ma al contrario in collegamento e in collaborazione con esse – come un’arma ulteriore a disposizione dei resistenti e, perché no, dei governi. Andiamo a praticarla, questa solidarietà, questo impegno attivo contro la guerra e contro l’ingiustizia: con una grande marcia della pace (ma non a casa propria: troppo facile!) che coinvolga milioni di cittadini europei, che si mettano in cammino verso l’Ucraina, e poi verso la Russia (ma anche dentro l’Ucraina, e dentro la Russia, per quanto possibile). In maniera organizzata. Sostenuti dalla logistica pacifica dei governi e delle organizzazioni della solidarietà transnazionale. Ma disposti a correre dei rischi, come li corre chi combatte. Mettendo in conto la possibilità di essere attaccati: e non fermandosi al primo morto, come non lo fa la resistenza armata. Sfidando le bombe con la civiltà e la forza del dialogo e della testimonianza personale, ma moltiplicata per milioni: una pacifica forza di interposizione, un impegno attivo ma non bellicista e belligerante. Non i caschi blu, ma nemmeno le bandiere bianche di chi si arrende. Il solo pacifismo moralmente accettabile, perché assunto in proprio, non scaricato sulle spalle e sulla pelle degli altri.

Il prezzo del pacifismo, in “Vita”, 31 marzo 2022