Stefano Allievi
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Il Patto europeo su migrazioni e asilo: nessuna soluzione reale

26/06/2026/in Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles, Società / Society /da Augusta

giovedì 25 Giugno 2026

Nulla di fatto. Con il Patto europeo sui migranti rispetto a oggi cambierà poco

Non ci sarà la redistribuzione tra Paesi, mentre i tempi stringati per il riconoscimento rischiano di comprimere i diritti. La collocazione in Paesi terzi sarà di fatto irrealizzabile
Stefano Allievi

Il Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, entrato in vigore il 12 giugno, non è un provvedimento singolo (sono nove regolamenti e una direttiva, per un totale di quasi mille pagine), ma un’ambiziosa iniziativa politica, che vorrebbe porre le basi di una azione europea comune intorno a un dossier, quello della gestione delle migrazioni, che finora è stato gelosamente gestito dai singoli Paesi membri dell’Unione. Ma più che una scelta di intervento organico sulle politiche migratorie, è soprattutto una risposta alle pressioni (di una parte) della pubblica opinione e delle forze politiche che la rappresentano e che maggiormente utilizzano le migrazioni come argomento di dibattito politico.
Un primo aspetto riguarda gli accertamenti all’ingresso, qualificati come «rigorosi». Prevedono un fermo di massimo sette giorni (tre per le persone individuate non alla frontiera, ma all’interno del Paese: il che può far presupporre operazioni per individuarli nelle nostre città) nel corso dei quali si provvederà alla raccolta dei dati biometrici per il sistema Eurodac (impronte digitali, biometria della retina per il riconoscimento facciale, screening sanitario, ma anche copia dei documenti). La raccolta di questi dati avrà come effetto che quel dato richiedente asilo dovrà essere “gestito” sempre e obbligatoriamente dal Paese di primo approdo, rendendo più difficili e comunque reversibili i movimenti secondari verso altri Paesi. A seguito di questo primo esame si dovrebbe decidere se avviare le persone alla procedura rapida di analisi delle richieste di asilo (detta procedura di frontiera, di cui parleremo tra poco), alla procedura ordinaria, o rimpatriarli. Solo che di fatto non cambia nulla rispetto al passato, perché il problema non è solo la definizione del diritto all’ingresso, ma il rimpatrio se non lo si ha. E questo – anche prescindendo da qualsiasi valutazione etica – non basta dirlo: presuppone accordi di rimpatrio che ancora non ci sono. Il rischio, dunque, è che paradossalmente questa norma produca ancora più irregolari presenti sul territorio.
Dopodiché si verrà avviati alle procedure di frontiera, o rapide, che devono durare un massimo di dodici settimane (tre mesi). Queste procedure si applicano obbligatoriamente a chi costituisce minaccia per l’integrità nazionale, a chi proviene da Paesi con un tasso di riconoscimento inferiore al 20 per cento, o a chi induce in errore le autorità: criterio come si vede vaghissimo, che può applicarsi alle fattispecie più disparate (anche tenendo in conto la barriera linguistica, basta una informazione anche involontariamente errata per configurare questa ipotesi). Lo scopo evidente è cercare di esaminare il massimo possibile di domande con procedura accelerata, e usare quella ordinaria solo per i casi residuali. Le dodici settimane di cui sopra includono la decisione e l’eventuale appello: e possiamo immaginare dalle tempistiche con quale scrupolo sarà seguito il contenzioso. Chi non avrà il diritto a restare dovrà essere rimpatriato entro 24 settimane (sei mesi), con obbligo di dimora in un luogo specifico, che se disatteso produrrà decadenza della domanda. E qui si riavvia il meccanismo sui rimpatri di cui sopra, con le relative impasse.
La redistribuzione tra Paesi tanto decantata, per diminuire la pressione sui Paesi di confine della Ue, di fatto non si vede. La ricollocazione non è obbligatoria, può essere sostituita da un contributo finanziario, e già due Paesi – altri potrebbero aggiungersi – hanno dichiarato che non la rispetteranno comunque. Rispetto al passato, cambia assai poco.
Se la pressione migratoria fosse eccessiva su un Paese, si potrà attivare il «regolamento crisi», che consente di aumentare ulteriormente la discrezionalità accelerando l’esame, sempre più sommario, delle domande. Ma, come visto, senza solidarietà obbligata degli altri Paesi: e, anzi, la stretta sui movimenti secondari ricadrà proprio sui Paesi già ora più esposti, come l’Italia.
Con il regolamento rimpatri, votato da uno schieramento anomalo – che di fatto prefigura una diversa maggioranza politica a sostegno della Commissione – di popolari e estrema destra, al grido dello slogan «Send them back» (mandateli indietro), è stata introdotta la possibilità di “cessione” di richiedenti a Paesi terzi extra Ue. Infondabile e ingiustificabile sul piano del diritto internazionale, sostanzialmente inapplicabile e comunque estremamente costosa, anche immorale, per quello che vale (come se noi facessimo domanda di ingresso in Usa e ci rispedissero in Nepal: e poi, oltre tutto?), fortissimamente criticata ad esempio da Macron. Sembra la legittimazione dei centri in Albania, ma di fatto dovranno essere rinegoziati tutti gli accordi sulla base delle nuove norme, e non è detto. Come altre cose, finirà probabilmente in un nulla di fatto, ma potrà essere venduto come un successo in campagna elettorale, dai partiti che l’hanno votato.
In tutto questo, quello che manca è proprio la parte più importante: la gestione di flussi regolari di migranti economici, di cui invece abbiamo bisogno, pena la chiusura stessa delle nostre aziende, di molte attività economiche in agricoltura e nei servizi, nonché del lavoro domestico e di cura, e un danno economico e previdenziale che pagheranno le ultime generazioni, già penalizzate rispetto a chi le precede. Di tutto questo, infatti (anche nei commenti, e non a caso), non c’è praticamente traccia.

 

“Difesa del Popolo”, 25 giugno 2026, editoriale

https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2026/06/migranti-300-e1782234230895.jpg 958 1913 Augusta https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2019/12/logo.png Augusta2026-06-26 22:58:482026-06-26 22:58:48Il Patto europeo su migrazioni e asilo: nessuna soluzione reale

Dopo Belfast. Immigrazione, integrazione, remigrazione: fatti e retoriche

11/06/2026/in Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles, Interviste / Interviews, Società / Society /da Augusta

Allievi: «Sull’immigrazione retoriche opposte e dannose»

MICHELE RICCIOTTI
Stefano Allievi
immigrazioner | remigrazione | interviste | immigrazione | proteste | Belfast

Il sociologo Stefano Allievi commenta le violente proteste anti-immigrati di Belfast e accusa le opposte retoriche sull’immigrazione


Stefano Allievi, sociologo, studia i fenomeni migratori da quasi mezzo secolo. Al tema ha dedicato decine di volumi. In dialogo con l’Altravoce commenta le violenze anti-immigrati di Belfast, scaturite dall’accoltellamento di un cittadino irlandese da parte di un immigrato sudanese.

Professore, quello che è successo a Belfast poteva succedere ovunque o ci sono ragioni sociali per cui è accaduto proprio lì?

«Sono sempre scettico sulle spiegazioni di tipo sociale, pur essendo un sociologo. In questo periodo storico, sarebbe potuto succedere anche altrove in Europa».

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In Irlanda del Nord, secondo i dati del New York Times, solo il 3,4 % della popolazione appartiene a minoranze etniche. Cosa ci dice questo dato?

«È la dimostrazione che l’argomento secondo cui la gente è esasperata dalla troppa immigrazione non ha fondamento logico né statistico. Già vent’anni fa si parlava di “soglia di tolleranza”, un valore percentuale oltre al quale è impossibile l’integrazione. Anche questi discorsi non hanno senso, perché quello che conta non è il numero, ma la velocità del processo di immigrazione».

E qual è la vera ragione della violenza?

«È l’odio per gli immigrati. Viviamo in un periodo storico in cui l’immigrato, specialmente l’africano nero, è il nuovo volto del capro espiatorio». (in foto Stefano Allievi)

Il capro espiatorio per Girard è chi raccoglie le colpe di una comunità conferendole identità e unità. Le società, sempre più lacerate, individuano capri espiatori per cercare di recuperare un’identità perduta?

«Prima di questo c’è qualcos’altro. Il capro espiatorio non è mai reale, ma sempre simbolico. La parola stessa deriva dal fatto che alcune tribù semitiche usavano caricare le colpe e le violenze della comunità su un capro che veniva mandato a morire nel deserto. Quel capro non ha fatto nulla, ma aiuta la comunità a scaricarsi delle sue colpe, prima ancora che a ritrovare un’identità».

La politica di destra cavalca le rivendicazioni identitarie, ma molti progressisti non riconoscono il problema. Uno potrebbe dire: le proteste sono scoppiate a Belfast dopo che un immigrato ha accoltellato un uomo.

«Va fatta una premessa: non esiste nessun fenomeno sociale, politico o economico che porta solo vantaggi. Il fenomeno dell’immigrazione va osservato come normalmente affrontiamo questi fenomeni: cercando di massimizzare i vantaggi e minimizzare gli svantaggi. Sono d’accordo che ci sia un problema di retoriche contrapposte da entrambi i fronti politici in molti paesi occidentali. Io preferisco parlare di interesse molto più che di valori e non mi piace l’espressione “il dovere dell’accoglienza”. L’accoglienza non è un dovere. Lo spiego di solito con un esempio».

Prego.

«Se mio figlio piccolo dice di aver paura del buio e gli faccio vedere una statistica che dimostra che di buio non è mai morto nessuno, io ho ragione ma non ho risolto il problema di mio figlio. Se gli dico che è uno stupido, non solo non risolvo il problema ma aumento la distanza comunicativa. Dare del razzista a qualcuno è l’equivalente funzionale di questo. Molto progressismo e molto cattolicesimo, in Italia, si sono fermati a questa condanna morale. La paura del buio, come quella dello straniero, è irrazionale. Per risolvere il problema devo dare ascolto a mio figlio e trovare una soluzione, come quella di lasciare la luce accesa in corridoio per qualche notte. Certo, si tratta di una soluzione apparentemente irrazionale e anche costosa».

Fuor di metafora, le destre e le sinistre cosa fanno?

«Il linguaggio progressista, come dicevo, è colpevolizzante: sei cattivo perché non li vuoi accogliere. Quindi non ascolta. Le destre, al contrario, si limitano all’ascolto, senza far niente per risolvere il problema, anzi peggiorandolo, producendo irregolarità e quindi insicurezza, producendo non integrazione ma disintegrazione».

Un esempio?

«Con i decreti Piantedosi l’insegnamento dell’italiano non è rimborsabile come spesa sostenuta dai centri di accoglienza. Forse non ci rendiamo conto della gravità di questa cosa».

Torniamo alla metafora. Cosa fare per accendere la luce in corridoio?

«Tre cose: regolarizzare i flussi, rivedere la distinzione tra migranti economici e richiedenti asilo e puntare sui sistemi di integrazione».

Partiamo dalla prima.

«Regolarizzare i flussi vuol dire aprire canali regolari, se si vuole anche con elementi di selezione all’origine, ad esempio la conoscenza della lingua. Da quando l’immigrazione è essenzialmente irregolare, e non è sempre stato così, sono aumentati i morti, il livello di istruzione degli immigrati è calato drammaticamente e inoltre sono aumentati i minori stranieri non accompagnati».

Insomma, siamo noi a produrre il tipo di immigrazione che arriva?

«Sì, con le nostre normative. Forse ci converrebbe rivederle».

Veniamo alla distinzione tra richiedenti asilo e migranti economici.

«Su questo c’è una narrazione distorta, perché noi abbiamo estremo bisogno di quei migranti economici che si dice di voler respingere. Le aziende premono per l’immigrazione regolare per evitare la chiusura. Inoltre, abbiamo distorto le normative internazionali sulle richieste d’asilo: obblighiamo i migranti a fare richiesta d’asilo, altrimenti non verrebbe nemmeno presa in considerazione la richiesta».

Terzo punto: quali sono i sistemi di integrazione?

«Sono sempre i soliti: la scuola, la conoscenza della lingua e, per quanto riguarda le seconde generazioni, la cittadinanza”.

Alcuni partiti estremisti hanno come parola d’ordine “remigrazione”.

«Si tratta, appunto, di una parola d’ordine. Come fai a convincere i paesi d’origine a riprendersi i migranti? E poi, che limiti poni? L’Argentina dovrebbe poter remigrare gli italiani? È evidente che c’è dietro un discorso di tipo razziale».

https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2026/06/15544543712436761258.jpg 522 1000 Augusta https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2019/12/logo.png Augusta2026-06-11 11:14:462026-06-11 11:14:46Dopo Belfast. Immigrazione, integrazione, remigrazione: fatti e retoriche

Perché tanto odio contro il Pride?

03/06/2026/in Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles, Società / Society /da Augusta

Perché il Pride suscita così tanto odio? Sono stato al Pride di Padova, sabato scorso. E, il giorno dopo, ho postato, senza commento, un breve filmato sui miei social, Facebook e Instagram (roba da boomer, lo so). Filmato in cui peraltro la maggior parte della gente inquadrata era gente che sarebbe stata giudicata “normale” in qualunque altra situazione, vestita “normale”, che normalmente camminava, cantava e rideva: mentre qualcuno (pochissimi, peraltro) era vestito in maniera provocante o comunque “diversa” da come ci si presenta normalmente in ufficio. Ebbene, praticamente la totalità degli oltre mille commenti ricevuti solo nelle prime diciotto ore, per la quasi totalità da maschi presunti eterosessuali (dico presunti, perché abbiamo avuto tante disconferme, in questi anni, di persone che passano il tempo a condannare l’omosessualità o altre forme di quella che chiamano perversione, per poi praticarla di nascosto, o almeno desiderarlo), erano messaggi pesantemente carichi di un odio primario, di astio, di disprezzo, di rifiuto, di disgusto, di violenza e di istigazione alla violenza. Apertamente, direi selvaggiamente, tribalmente violenti. C’erano i “mi piace”, certo. Ma chi si prende la briga di perdere tempo a commentare, invece di limitarsi a passare oltre, lo vuole fare in maniera assertiva: vuole proprio dire la sua, e la sua è quella – il vomito, lo stesso che compariva in molti emoji. Perché?

Provo a dire che cosa vede, a un Pride, chi ci va e osserva senza preconcetti. Vede gente contenta di esserci, non arrabbiata (a differenza di chi insulta): che vuole appunto mostrare l’orgoglio (pride) di essere quello che è semplicemente perché lo è non contro qualcun altro, ma per qualcosa, e in primo luogo per sé stessa. Vede giovani, soprattutto, ma non solo: un’età media sicuramente diversa da quella della maggioranza dei leoni da tastiera che commentano negativamente la cosa. Vede corpi diversissimi tra loro, belli e brutti (secondo termini che sono soggettivi anche se ce lo dimentichiamo spesso), accomunati dalla mancanza di giudizio reciproco: ci si accetta per quello che si è – semplicemente, non è un problema. Vede un ambiente inclusivo, dove vengono accolte persone che non lo sono in altre situazioni: persone con disabilità fisiche e specificità psicologiche, persone di colore, una musulmana con tanto di hijab (e con uno spritz in mano, in nome della trasgressione), origini etniche disparate, persone transgender, giovani dal genere indefinito, coppie di gay e lesbiche che si tengono per mano, famiglie arcobaleno con genitori dello stesso sesso e i loro bambini. Insomma, vede l’opposto di quello che legge nei commenti. Poi, certo, vede o sente anche altro: messaggi dal palco che si possono non condividere, collocazioni geopolitiche frettolose (di cui più che le presenze colpiscono le assenze), solidarietà selettive (ma almeno sono solidarietà, in positivo, non quelle del branco che si spalleggia nel bullismo verso altri), vestiti che non sceglieremmo di indossare (ma si sa, i gusti sono gusti). Perché non dovrebbe essere così? Questo sì, è “normale”.

Il Pride è un momento di festa, e un giorno dell’anno in cui si può essere pubblicamente quello che negli altri 364 è meglio essere solo privatamente per non correre rischi – e i rischi vengono dagli altri, i cattivi sono gli altri (non è ancora capitato di sentire di aggressioni di persone eterosessuali da parte di omosessuali, o di cisgender da parte di transgender – mentre il contrario è purtroppo cronaca quotidiana). È, sì, se si vuole, anche un carnevale, come scrivono con disprezzo alcuni commentatori: in cui ci si traveste, si ride, si balla, si fa festa, e ogni scherzo vale. Altri lo fanno in altri momenti dell’anno, e altre situazioni (a Carnevale, appunto, Halloween o nelle feste in costume): chi si incontra qui, in questa – e forse per motivi un po’ più solidi. Ma la rabbia (quella personale: quella politica è presente, eccome, e giustamente, anche al Pride) è in capo agli odiatori. L’insulto anche. Il male di vivere, il bisogno di disprezzare l’altro per sentirsi qualcuno, pure.

Nessuno è obbligato a accettare comportamenti e stili di vita che non si condividono. E ognuno ha giustissimamente il diritto di manifestare il proprio dissenso da quegli stessi stili di vita. Ma le richieste del Pride non impongono niente a nessuno, a differenza di chi le nega: chiedono qualcosa per qualcuno, che non è diverso – ed è persino molto meno – di quanto è concesso ad altri, la maggioranza, di fronte alla quale i partecipanti al Pride sono consapevoli di essere minoranza. Non c’è nulla che non possa essere civilmente discusso. E tutto ha naturalmente il diritto di esserlo. Civilmente, appunto. Negare alla radice le possibili ragioni, se non l’esistenza stessa dell’altro, non va in questa direzione. È uno spaccato dell’Italia istruttivo, quello che emerge. E dà l’idea che chi ha un problema, e grosso, non è il mondo LGBTQ+, ma chi vorrebbe fargli quello che minaccia: anche se, va detto, gli odiatori da social non sono rappresentativi dell’opinione media della società.

Sui temi di genere, è notorio, la polarizzazione è estrema. Ma anche la diversità di ottica generazionale lo è. Ecco, qualche volta si ha la sensazione che nelle polemiche intorno alle questioni di genere la vera posta in gioco sia proprio generazionale. Il che può forse aiutarci a capire chi vincerà nel lungo periodo: se gli odiatori, o gli odiati.

 

Il Pride e il perché dell’odio, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 3 giugno 2026, editoriale, pp. 1-5

https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2026/06/download-2.jpg 168 300 Augusta https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2019/12/logo.png Augusta2026-06-03 07:17:272026-08-04 14:41:40Perché tanto odio contro il Pride?

Un paese contro i giovani

02/06/2026/in Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles, Società / Society /da Augusta

Le parole di Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia, sono state chiarissime: “Il criterio ultimo del successo sarà la capacità di offrire opportunità e futuro ai giovani”. Peccato che il paese – non solo come scelte politiche, ma anche come tendenze culturali diffuse – continui a andare nella direzione opposta. Per responsabilità, anche, delle sue élite: incluse quelle imprenditoriali.

Storicamente sono i paesi con un eccesso di popolazione a esportare maggiormente manodopera. L’Italia si trova nella situazione, senza precedenti, di un paese in drammatico calo demografico, in cui bambini e giovani sono risorsa rara e preziosa, che continua a esportare i suoi giovani, con percentuali più alte tra quelli con un titolo universitario (e qui dovrebbe fare qualche riflessione anche chi sostiene che l’università non servirebbe più a niente). La propensione alla fuga dall’Italia è tale che, nei prossimi anni, l’emigrazione potrebbe crescere percentualmente addirittura di più dell’immigrazione, nonostante gli occhi della politica, ma anche della società, siano tutti puntati su quest’ultima.

Ora, la domanda corretta non è “perché i giovani laureati partono”, che ha una risposta ovvia: salari anche d’ingresso più elevati, maggiore velocità delle carriere, possibilità di accedere più facilmente a posizioni apicali e posti di responsabilità, meritocrazia e trasparenza (anche nel settore privato, nelle imprese). Ma “perché non tornano”, che ha una risposta meno evidente. Mi è capitato di proporre ai nostri expat un esercizio di fantaeconomia: “se ti offrissero di tornare in Italia allo stesso tuo salario attuale, torneresti?”. La convenienza economica, e forse la propensione affettiva, dovrebbe essere evidente. Eppure, più spesso di quanto non ci si aspetti, al di là della tanta retorica sul Belpaese e la sua qualità della vita, la risposta è negativa. E i motivi sono soprattutto culturali, seppure con conseguenze politiche e istituzionali. Da un lato un welfare più protettivo e servizi diffusi che consentono, in particolare, il lavoro femminile. Il tasso di occupazione delle donne italiane all’estero è superiore all’80%, contro meno del 50% in Italia: soprattutto, mentre da noi le poche donne che lavorano sono spesso costrette a lasciarlo alla nascita del primo figlio, le madri italiane all’estero lavorano in percentuali superiori ai due terzi – non stupisce che le donne rappresentino quasi la metà della fuga giovanile dall’Italia. Ma c’è dell’altro. Altrove i nostri giovani trovano ambienti più aperti, multiculturali (sì, a loro piace), accoglienti rispetto alle diversità di tutti i generi (etniche, di preferenze sessuali, religiose): insomma, se sei gay, di colore, porti i capelli lunghi o un hijab, ti vesti casual e porti sul corpo orecchini strani, piercing e tatuaggi, e hai un partner di altra etnia o religione, hai molte meno probabilità di essere discriminato, anche sul lavoro. E trovi ambienti fuori dal lavoro dove ti senti a casa. Pensiamo ai discorsi correnti nel nostro mondo politico ma anche nei nostri bar, e c’è di che riflettere.

Aggiungiamoci l’attenzione ai beni comuni e agli spazi collettivi (da quelli per bambini a biblioteche pubbliche aperte che sono spesso luoghi belli e frequentati, fino agli spazi dove sperimentare arte e creatività, magari aperti H24), nonché mobilità sostenibile e piste ciclabili, e abbiamo materiale per riflettere sull’attrattiva reale – culturale, non solo economica – dei nostri mondi di partenza. Anche se qui c’è la famiglia: che peraltro rischia di essere, più che protettiva, soffocante, se pensiamo che due terzi dei giovani italiani tra 18 e 35 anni vive ancora con i genitori (nei paesi nordici siamo a meno di un quarto, in più di un caso meno di un quinto). Pensare che l’età mediana di uscita dalla famiglia era di 25 anni per i nati nel dopoguerra, fa riflettere: stiamo progredendo o regredendo? La dice lunga, del resto, che in Italia si continui a ripetere che sì, è vero, i giovani non hanno molte opportunità, ma per fortuna possono contare sull’aiuto dei nonni: come se fosse normale che siano i pensionati inattivi a mantenere i giovani nel pieno del loro potenziale sviluppo, e se non fosse invece questa una parte del problema – che le risorse vanno nella direzione opposta a quella in cui dovrebbero andare, col sostegno entusiasta della politica, che continua a fare gli interessi di pensionati e pensionandi perché sono di più e votano in percentuale maggiore. Col paradosso che il futuro del paese è deciso da chi ne ha meno.

Aggiungiamo al quadro un discorso pubblico tutto fortemente anti-immigrati: quando è proprio Bankitalia, con le sue ricerche (purtroppo assai poco meditate), a dimostrare che nei prossimi decenni meno immigrati vorrà dire più disoccupati italiani (e quindi più emigranti), e non meno – ne consegue che chi è contro gli immigrati è contro i giovani, in maniera diretta (anche perché senza di loro di giovani ce ne sarebbero molti meno). Non c’è che da restare sconsolati e attoniti, nel guardare le priorità della politica. Infine, c’è il problema della gerontocrazia: un paese incapace di offrire posizioni di responsabilità ai giovani (peggio se donne), e che non è nemmeno preparato a accogliere il fatto che un trentenne possa avere ruoli e gestire budget molto più importanti di un cinquantenne assunto prima. Cosa che, non solo nel mondo che frequento (l’università e la ricerca: e lo vedo da valutatore dei progetti ERC, la punta più avanzata della ricerca europea), sta diventando la normalità.

Ricordiamolo. La recessione demografica, in passato, è sempre stata anche recessione economica. Ma è anche regressione culturale: l’innovazione non arriva da chi si chiude nella contemplazione del proprio ombelico.

 

Un paese contro i giovani, in “ItalyPost”, 2 giugno 2026, editoriale, pp. 1-27

https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2026/06/download-5.jpg 146 345 Augusta https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2019/12/logo.png Augusta2026-06-02 10:02:402026-06-02 10:02:40Un paese contro i giovani

Bakari Sako? Già dimenticato. La società duale, e dove ci porta

19/05/2026/in Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles /da Augusta

La morte di Bakari Sako, l’immigrato trentacinquenne del Mali (regolare, incensurato, padre di famiglia, lavoratore) ucciso da un gruppetto di giovani in gran parte minorenni mentre andava al lavoro come bracciante alle cinque del mattino (un’ora in cui i suoi assassini dovevano ancora andare a letto e tiravano tardi tanto per fare qualcosa, illudendosi di dare in questo modo un senso alle loro esistenze), non è solo un fatto locale: cronaca nera, triste ma non esemplificativa della società nella suo complesso. Ci dice qualcosa di più, e di più istruttivo, su dove stiamo andando.

Bakari Sako non è stato ucciso per futili motivi. Molto peggio: è stato ucciso per un motivo preciso. Non per qualcosa che ha fatto, ma per qualcosa che era e non poteva non essere: persona di colore, nero, come si dice, con significativa ma accettata imprecisione (loro non sono neri come noi non siamo bianchi, in tutta evidenza: ma questa logica binaria e oppositiva contribuisce al formarsi delle nostre idee, preconcetti, pregiudizi, e al loro radicalizzarsi). Non era importante lui, ma la sua categoria di appartenenza, quella in cui poteva essere incasellato: e infatti avrebbe potuto essere un altro, qualsiasi.

Per capire come siamo arrivati a questo non serve tuttavia una facile indignazione, che ci aiuterebbe al massimo a autocollocarci, in maniera molto presunta, dalla parte dei buoni che mai farebbero una cosa simile. Partiamo da una considerazione generale: non accade solo in ambito razziale. Tutte le forme di binarismo rigido (noi/loro, destra/sinistra, maschio/femmina, superiore/inferiore, buono/cattivo, bianco/nero) spingono alla deumanizzazione della categoria alter rispetto alla categoria ego. Specie se vissute collettivamente: dove il branco può essere anche solo il gruppo di tifosi, del calcio o della politica (typhos è una parola greca che significa febbre, offuscamento: il nome di una malattia, non a caso; ma in latino, istruttivamente, ha anche il significato di superbia). Una logica in cui l’altro è nemico a prescindere: non per quello che fa, ma, appunto, per quello che è, o meglio per quello che rappresenta ai miei occhi.

È interessante notare che se un singolo individuo ripetesse continuamente “io sono il migliore di tutti”, lo prenderemmo per uno sciroccato, degno di commiserazione più che di considerazione, e ne decreteremmo la modesta capacità di giudizio. Ma se passiamo dalla prima persona singolare alla prima persona plurale, e diciamo “noi” anziché “io”, considerazioni simili ci sembrano plausibili, le ripetiamo ordinariamente con convinzione, e votiamo chi ce le ripropone: come quando paragoniamo culture, civiltà, costumi, religioni, legislazioni, sistemi economici, ma anche solo squadre di calcio e piatti tipici.

È significativo che ormai, di fronte a ogni fatto di violenza, la prima cosa che fanno molti italiani sia andare a vedere la nazionalità del reo. Quelli che detestano gli immigrati, per confermare il proprio bias che costoro (le ‘risorse’, come irridono) siano un peso, un danno e un pericolo: delle vittime non interessa alcunché, purché si possa gioire della nazionalità del colpevole. Specularmente, quelli che invece non li odiano a prescindere, e magari li aiutano in qualche modo, sperano che il colpevole sia italiano, in modo da non doversi mettere sulla difensiva: e, anche loro, con la stessa mancanza di empatia per le vittime, sono lieti di veder confermata la loro tesi che il problema della violenza esiste a prescindere, non ha necessariamente nazionalità, finendo magari per sottovalutarne la serietà. Questo è il frutto di decenni di conflitto culturale e ideologico, a base di parole d’ordine anziché di argomenti, di slogan anziché ragionamenti: che hanno sostituito la discussione, il calcolo costi/benefici, e anche un minimo di accettabile umanità, intorno a questi temi.

Il risultato è che ci stiamo progressivamente abituando a vivere in una società divisa precisamente in ‘noi’ e ‘loro’, qualunque sia il loro e il noi con cui ci identifichiamo, alle volte anche senza che ci riguardi davvero (come quando rivendichiamo l’appartenenza a una identità cristiana che non pratichiamo e ancora meno conosciamo, come provano da decenni le ricerche sulle conoscenze religiose degli italiani). In particolare, ci stiamo abituando a percepire che viviamo in una società duale, radicalmente separata, con divisioni ancora più profonde di quelle tra classi: ma non ci turba più di tanto. Lo sappiamo benissimo, quando facciamo la spesa, che certi prodotti costano poco perché c’è qualcuno, dei loro, che li raccoglie a poco prezzo per noi. Sappiamo benissimo che in certi lavori (braccianti, colf, badanti, pulizie, rider e tanti altri) vige una quasi sostanziale segregazione etnica, talvolta operata da altri membri delle medesime etnie, che implica salari molto più bassi. Lo sappiamo, ma ci stiamo abituando che sia normale che sia così, e poco facciamo per risolvere i problemi connessi. Che sono di sopravvivenza per loro, ma anche di livello di giustizia sociale per il sistema, e pure di benessere percepito per noi. Perché sapere di poter vivere (apparentemente) meglio, perché altri pagano il prezzo del nostro benessere, in realtà ci fa stare peggio, e ci incattivisce.

Con molta più radicalità di quanto sto facendo io, lo ha espresso con molta nettezza uno studioso liberale, economista serio, certo non sospetto di simpatie per un progressismo vacuo che ha sempre criticato in maniera tagliente, Luca Ricolfi, che parla esplicitamente di “sovrastruttura paraschiavistica”. Ci sarebbe utile accorgerci che questo rischia di far marcire il sistema dall’interno, oltre che renderlo, alla lunga, economicamente e socialmente, dunque umanamente, insostenibile.

La società duale che ci sta incattivendo, in “ItalyPost”, 19 maggio 2026, p. 29

https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2026/05/download-4.jpg 168 300 Augusta https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2019/12/logo.png Augusta2026-05-19 11:31:202026-05-19 11:34:04Bakari Sako? Già dimenticato. La società duale, e dove ci porta

Ciao Adone

16/05/2026/in Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles /da Augusta
È bello vedere questo social, per lo più disperatamente inutile, servire a ricordare una persona che non lo frequentava: non per snobismo, ma per manifesta inutilità. E la cui presenza, qui, era mediata dai suoi allievi e estimatori (e già averne, diversamente dai fan, e dagli ‘amici’ digitali, è significativo). Parlo di Adone Brandalise: che se ne è andato (è morto: credo avrebbe preferito la chiarezza) oggi. Senza peraltro andarsene davvero, altrimenti non saremmo qui a parlarne. Qui lo vedete in una foto non bella in sé, ma in una posizione e un atteggiamento suoi tipici, quando parlava in pubblico. Sguardo in diagonale, perso nel niente, o nel tutto, fisso su un punto immaginario, o visibile solo a lui, capace di stare lì per ore a riflettere a alta voce, più che a parlare, senza uno straccio di appunti davanti, tanto aveva tutto dentro. Memoria prodigiosa, intelligenza sottile, tagliente al bisogno, ma anche empatica, aperta a discipline e alle esperienze della vita più lontane dal rigore del suo pensiero. Credo sia questo, che più mi ha colpito, e mi ha lasciato negli anni. E mi tocca. Il rigore sobrio. La vicinanza discreta. Forse anche questo si chiama amore per il mondo, e più ancora per gli uomini e le donne che lo abitano. Lui lavorava per migliorarli. Per migliorarci. A modo suo. Con le doti che aveva, e che non sono diffusissime. La lucidità tra tutte. E il piacere di condividerla tra quei pochi (non pochissimi, dato che comprendono i suoi studenti), senza bisogno di grandi pubblici altri. Quelli che servono meno, dopo tutto. Che danno solo l’illusione di esserci.
https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2026/05/download-3.jpg 168 300 Augusta https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2019/12/logo.png Augusta2026-05-16 08:24:122026-05-16 08:24:12Ciao Adone

Fine vita: la politica che non vuole decidere

16/05/2026/in Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles, Società / Society /da Augusta

Va dato atto al presidente Stefani di essere stato trasparente: è a favore di una legge sul fine vita, e se fosse stato in consiglio regionale, anziché in parlamento, avrebbe votato sì alla proposta di legge, che fu invece bocciata dalla maggioranza che lo sostiene nel 2024, contro il volere dello stesso Zaia, allora al posto di Stefani. Insomma, se ci fosse stato, oggi la regione Veneto avrebbe già una legge sui malati terminali che chiedono il suicidio assistito (legge che invece fu bocciata, lo ricordiamo, anche con il voto decisivo di una consigliera del Partito Democratico).

Nel frattempo due regioni (Sardegna e Toscana) hanno legiferato in materia, anche se la Corte Costituzionale è intervenuta su alcuni articoli (non sulle leggi in sé), che toccherebbero competenze nazionali. Non solo: altre regioni, come l’Emilia-Romagna, e proprio in questi giorni la Lombardia, politicamente omologa al Veneto, stanno andando avanti con semplici delibere. È quindi discutibile la giustificazione perenne della politica regionale veneta, usata anche due anni fa come foglia di fico: tocca al legislatore nazionale decidere. Anche perché la maggioranza in regione e la maggioranza in parlamento è la stessa. Per cui se la politica regionale vuole davvero una legge, non ha che da chiederla a sé stessa, dando mandato ai parlamentari veneti di proporla, visto che oltre tutto gran parte dell’opposizione sosterrebbe una legge ragionevole in tal senso. Dove sono gli atti, le dichiarazioni, gli ordini del giorno, che mostrano una pressione in tal senso? Da nessuna parte, perché non esistono. Ed è questo il motivo per cui nascondersi dietro le critiche marginali della Corte Costituzionale a alcuni articoli delle leggi regionali altrui, dimenticando la colossale critica alla mancanza di una legge nazionale che regolamenti un principio che peraltro è già acquisito e approvato, espressa dalla Corte già nel 2019, rischia di apparire come una ipocrisia politica. Ancora di più, dato che il principio del suicidio assistito è già acquisito: sono solo le sue forme e i suoi tempi che devono essere regolamentati.

Peraltro, una calendarizzazione della discussione in parlamento ora c’è: è fissata ai primi di giugno. E, come lo stesso Stefani ha adombrato, le regioni – magari, insieme, quelle governate dal centro-destra e quelle governate dal centro-sinistra – potrebbero fare loro, con la forza che hanno, una proposta che sia anche una richiesta ultimativa al parlamento nazionale. Vedremo cosa faranno e diranno i parlamentari veneti, ma anche i consiglieri regionali che dicono di volere la legge nazionale per non doverne discutere in regione. Come mostrano i sondaggi, il sostegno popolare sarebbe maggioritario e trasversale. E tuttavia, è ragionevole prevedere che nulla di tutto questo accadrà. Anche se, questa sì, sarebbe un’occasione di mostrare la propria capacità di autonomia, così spesso evocata.

Ricordiamo che non parliamo di eutanasia somministrata da altri (su cui, pure, qualche riflessione onesta andrebbe fatta), ma di suicidio assistito, liberamente richiesto e per lo più autosomministrato con farmaco letale da persone affette da sofferenze fisiche e psicologiche intollerabili, o peggio tenute in vita solo grazie alle macchine cui sono attaccati, senza le quali sarebbero già morte. Persone che richiedono una vita e una morte dignitosa. È chi è contro che, con la scusa di difendere la vita (quale? e perché non fidarsi dei diretti interessati, che vengono invece scavalcati nella loro libertà e capacità decisionale?), cancella la nozione di morte naturale. E finisce per sacralizzare non già la vita, ma la tecnica che la prolunga oltre ogni limite naturale e anche di ragionevolezza. Una forma paradossale di idolatria, come accusava un cattolicissimo filosofo morale come Giovanni Reale. E dovrebbero ricordarlo coloro che si autodefiniscono pro vita: espressione di cui andrebbe loro tolto il monopolio, visto che pro vita lo sono tutti, e semmai è diversa l’idea di dignità della vita stessa, dato che il suo allungamento artificiale sempre più spesso produce una sorta di dolorosa agonia prolungata obbligatoria. È il progresso tecnico, infatti, che rende la legge necessaria e urgente, perché è esso a produrre l’allungamento della vita anche di persone gravissimamente malate, allungandone indefinitamente anche il decadimento e le sofferenze. La natura non c’entra nulla: se fosse per lei, il caso sarebbe già chiuso.

 

Fine vita: La legge che si può fare, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 16 maggio 2026, editoriale, pp. 1-3

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Il 25 aprile che dimentica l’Ucraina

04/05/2026/in Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Politica / Politics Articles, Articoli di Società / Society Articles, Politica / Politics, Società / Society /da Augusta

La cosa che più assomiglia – nella nostra Europa – ai motivi profondi che stanno alla radice della festa della Liberazione, che abbiano appena celebrato, è la resistenza ucraina. Un popolo in lotta per la propria indipendenza, contro un invasore assai più potente, che si nasconde dietro l’eufemismo di una ‘operazione militare speciale’, senza neanche il coraggio di chiamarla per quello che è: una guerra di aggressione.

C’è una differenza sostanziale, però, rispetto alla resistenza italiana del periodo 1943-45. Loro, gli ucraini, non provengono direttamente dal totalitarismo: avevano appena imparato a respirare il sapore di una libertà pur giovane, appena conquistata. Erano già un paese democratico, quindi, che aveva acquisito da poco la propria indipendenza. Sapevano e sanno dunque cosa difendere e perché. Chiunque abbia potuto visitare, in questi anni, una città qualsiasi dell’Ucraina, lo ha percepito con chiarezza. L’orgoglio e la fierezza per la battaglia che si sta combattendo si respirano ovunque, a dispetto dei costi umani e economici della guerra.

Non è così per il loro aggressore, che infatti la guerra fa di tutto per nasconderla, anche per occultarne le ragioni più profonde. Che sono quelle di una dittatura oscurantista che temeva proprio il contagio benefico della democrazia e del benessere europeo ai propri confini, che avrebbe reso più fragile e meno giustificabile l’autocrazia putiniana agli occhi del popolo russo. E forse non è così nemmeno per noi. Noi, per i quali la libertà è acquisita, e anche gratis, perché il prezzo l’ha pagato una generazione precedente e ormai lontana, i cui valori molti considerano con superficialità, se non addirittura amabilmente invecchiati e fuori moda.

Dev’essere per questo che non riusciamo nemmeno a accettare la bandiera ucraina quando celebriamo la nostra resistenza e la nostra liberazione. Da qui un paradosso sorprendente. Che coloro che si ritengono gli eredi legittimi del 25 aprile sono troppo spesso incapaci di esprimere una solidarietà esplicita alla resistenza in Ucraina: sostengono giustamente le vittime delle stragi a Gaza, ma sono incapaci di articolare un pensiero capace di sostenere l’una e l’altra lotta, dopo tutto per le medesime ragioni – perché è giusto difendere gli aggrediti dalla violenza degli aggressori. Mentre coloro che il 25 aprile non l’hanno mai festeggiato si sono invece, in questi anni, dimostrati coerenti nel sostenere la resistenza ucraina contro l’invasore russo, indirizzando scelte politiche e risorse in questa direzione (almeno per quel che riguarda la destra moderata e post-fascista; la Lega fa caso a sé, essendo oggi filoputiniana dopo aver tradito l’ispirazione originaria: ai tempi di Bossi, antifascista). Risorse che forse sarebbero mancate, per non parlare del sostegno politico, se a governare fosse stata l’opposizione, visto che metà di essa ha votato contro l’invio di armi in Ucraina, ma non ha neanche mai proposto altre forme di sostegno e di solidarietà.

Dietro questo capovolgimento in politica estera ci sta un pastrocchio di politica interna tutto italico, che viene da lontano. Da una parte gli eredi del post-comunismo che non hanno mai fatto abiura, e che hanno trasformato il loro nostalgico filosovietismo in un atteggiamento filorusso, almeno in quanto antioccidentale e anti-NATO (è la posizione di molti tra cui l’ANPI, l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, oggi soggetto di parte più che partigiano). Dall’altra gli eredi del post-fascismo che, per quel che riguarda l’Italia, cercano di mettere sullo stesso piano la Resistenza e Salò per far finta che anche i loro valori ispiratori lo fossero: dimenticando che se avessero vinto i nostalgici oggi non avremmo alcuna liberazione né alcuna libertà da festeggiare. Capaci, cioè, di riconoscere che le due parti non sono uguali, solo guardando all’estero. E, da tutt’e due le parti, l’ignavia di chi preferisce la tranquillità alla libertà, e non è disposto a pagare il prezzo della pace: che non è un vago richiamo ideale, ma un dividendo di realismo e di impegno.

 

Il 25 aprile che dimentica la resistenza ucraina, in “ItalyPost”, editoriale, pp. 1-7

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La politica estera come bullismo. E la nostra (in)coscienza

29/04/2026/in Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles, Società / Society /da Augusta

Se un nostro amico, per colpire un contadino malvagio che tratta male la sua famiglia, bruciasse i suoi campi di grano, affamando così i suoi familiari innocenti, ma rendendo anche, per conseguenza, meno disponibile il pane nei villaggi vicini, facendone salire enormemente i prezzi, che cosa penseremmo? Gli daremmo man forte? Lo ringrazieremmo per quello che ha fatto? O lo condanneremmo e gli chiederemmo i danni? Soprattutto se scoprissimo che le ragioni del suo attacco sono meno filantropiche di quel che ci ha raccontato?

Ecco, ci sembra che quanto sta accadendo oggi con l’attacco israelo-statunitense all’Iran assomigli un po’ a questo esempio. Il regime è sicuramente cattivo nei confronti del suo popolo, e minaccioso nei confronti di altri. Ma non sembra che sia per motivi umanitari che il nostro amico, e nostro alleato – gli Stati Uniti, in parte per nome e conto di un altro nostro amico, Israele – lo ha attaccato: tanto che ha detto che gli basta sostituire il padre cattivo con un patrigno (nella realtà, un figlio della guida suprema, peraltro dichiaratamente più radicale del padre, e non diverso nelle idee e nei metodi) per essere contento. Nel frattempo, la famiglia – il popolo iraniano – soffre più di prima, i danni economici e ecologici ai villaggi vicini (gli altri paesi dell’area) sono già ingentissimi, i prezzi dell’energia rischiano di salire oltre ogni sostenibilità, facendo pagare un prezzo enorme anche a paesi e villaggi molto più lontani (noi, e il mondo intero), alle loro imprese, che poi vuol dire ai lavoratori, alle loro famiglie, alle loro speranze, alle loro vite. Staremo tutti peggio, per colpa di questo conflitto, peraltro nemmeno dichiarato. E noi, gli amici – l’Europa – cosa facciamo? Dobbiamo stare zitti? Far finta di non vedere? O dovremmo protestare, dire che non è questo il metodo, e agire di conseguenza, proponendone altri, ma soprattutto smettendola di rimanere ossequienti con i nostri amici? In fondo, nella vita reale, lo sappiamo, che gli amici sono tali solo quando ci dicono quello che davvero pensano su di noi e sulle nostre azioni. Perché in politica tutto ciò non lo applichiamo?

Eppure, è questo che ci serve: una operazione verità e onestà. Su noi stessi e le nostre parole e azioni (finora mancate clamorosamente entrambe). Ma anche su quelle altrui. Dopo tutto, i nostri amici sono stati e sono ancora gli Stati Uniti e Israele, come paesi, non i loro provvisori governanti Trump e Netanyahu. Prima o poi, loro non conteranno più nulla. Mentre i popoli che governano, e noi, dovremo contare e scontare per molti anni i danni che hanno fatto e che continuano a fare. Possibile non si sia, come Europa e come Italia, davvero capaci di dire nulla e fare ancora meno? A meno di accettare la triste condizione non di amici, e nemmeno di alleati, ma di sottoposti, acquiescenti e servili. Tutto quello che non insegneremmo mai ai nostri figli di essere. Ma che noi siamo, oggi. Sotto gli occhi anche dei nostri figli: che ci giudicano, al pari delle nostre coscienze.

Siamo amici di un bullo. O di due. O meglio di due che una volta erano amici sinceri, ma poi crescendo sono diventati altra cosa: arroganti, presuntuosi, violenti. A cui non interessa veramente né la nostra opinione né il nostro destino, che in passato avevano a cuore. Come nei film che ci piace vedere, ambientati nei college, possiamo scegliere: diventare la loro corte, i loro spalleggiatori, silenti e ignavi o peggio attivamente complici. Oppure stare dalla parte delle vittime, dei bullizzati: avere uno scatto di dignità, di resipiscenza, di orgoglio, di rivendicazione dei nostri valori e delle nostre azioni passate. E farci valere, o almeno farci sentire. Quello, appunto, che ci piacerebbe insegnare ai nostri figli. Ma che non stiamo più facendo noi.

 

Se il nostro amico è un bullo. Noi, Trump, Israele, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 29 aprile 2026, editoriale, pp. 1-3

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Solo circenses in un mondo che brucia: se la Rai non fa servizio pubblico, perché pagare il canone?

08/04/2026/in Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles /da Augusta

Non è momento di scadenza del pagamento del canone, non ci sono riforme della Rai in vista, né nomine della sua governance da discutere. Perché, allora, parlare di Rai? Forse per un motivo banale: perché il mondo è cambiato, ma la Rai, a occhio, non se ne è accorta. La terra brucia, viviamo emergenze inimmaginabili pochi anni fa (clima, risorse, guerre interne e esterne), gli equilibri geopolitici in cui siamo cresciuti sono distrutti, innovazione tecnologica e intelligenza artificiale aprono sfide epocali in tutti i campi (lavoro, welfare, controllo sociale, vita materiale), il legame sociale si allenta, dobbiamo inventare un mondo nuovo di cui non conosciamo i contorni. In tutto questo persone disorientate hanno bisogno di orientamento per non perdersi. E la Rai? È sempre la stessa: stessi linguaggi, stessi rituali, spesso stessi immarcescibili protagonisti del mondo di ieri.

Cominciamo da una considerazione pratica: chi guarda la tv pubblica? E in generale la tv? In particolare, senza operare una scelta (come avviene invece nelle piattaforme, inclusa Raiplay), ma adeguandosi a quanto offre il palinsesto quotidiano? Alcune tendenze sono facili da cogliere: i più anziani rispetto ai più giovani, le persone con livello di istruzione più basso rispetto a quelle con livello di istruzione più alto (i due dati peraltro, in parte coincidono). Due categorie che, in un’ottica di servizio pubblico, avrebbero bisogno dunque di elevare il loro livello culturale, dato che votano, e contribuiscono a decidere il nostro futuro: se è per abbassarlo, dovrebbe essere considerato più che sufficiente il mercato. Peraltro, non si tratta più di un pubblico universale, o che si può supporre tale: come invece tentano ancora di vendercelo dirigenti tv e conduttori, quando sbandierano share discutibilmente calcolati, come se riguardassero percentuali di popolazione complessiva, e non la ben più ridotta categoria della audience televisiva.

Il problema non è il canone in quanto introito: ovviamente l’informazione, come tutto, ha bisogno di risorse, e non c’è un criterio unico per procurarsele (tra i paesi che non hanno canone ci sono sia democrazie avanzate che stati autoritari). La via intermedia è quella di alcuni tra i paesi più civili e con tradizione informativa dalla reputazione più elevata (Regno Unito, in parte Francia e diversi paesi scandinavi): che hanno sì un canone, ma proprio per questo nessuna pubblicità, o limitata a alcune fasce orarie. In ogni caso la cosa più ragionevole è pensare che la tv pubblica debba essere finanziata a carico della fiscalità generale, come istruzione e sanità, infrastrutture e difesa, e tanti altri servizi che giustamente chiamiamo pubblici. Il che ne renderebbe il costo progressivo, mentre oggi, grazie al meccanismo del canone, ricchi e poveri pagano uguale, così come pagano uguale giovani che non la guardano e anziani per i quali costituisce la principale se non l’unica pietanza della loro dieta informativa. Ma proprio perché servizio, dovrebbe essere utile, dando il meglio: dovrebbe servire, appunto. E non sta accadendo. Forse per volontà politica, dato che la tentazione del potere è sempre stata quella di dare un po’ di circenses al popolo per consentirgli di sfogarsi e accontentarsi di un poco di panem, invece di pensare criticamente, il che potrebbe portarlo a pretendere di più. O forse per incapacità di pensiero strategico: il che, a osservare la nostra classe dirigente, non stupisce per niente. Il livello culturale e informativo è forse la nostra più grande emergenza, in un mondo dove vincerà la conoscenza, e in un paese dove l’analfabetismo funzionale è doppio rispetto alla media europea: il 30% circa, contro il 15% della media Ocse e Ue. Detta in maniera più brutale, quasi una persona su tre che incrociamo per strada (e non abbiamo motivo di pensare che la percentuale sia diversa in politica) è analfabeta funzionale: ovvero ha imparato più o meno faticosamente a leggere, scrivere e far di conto, ma poi l’ha dimenticato e non è in grado di capire una frase che include una subordinata, distinguere una notizia vera da una evidentemente falsa, calcolare una percentuale, distinguere milioni da miliardi. Figuriamoci interpretare un mondo in rapido cambiamento.

Il risultato è che ci ritroviamo un livello culturale della tv pubblica in drammatica discesa, stipendi o cachet oltre ogni ragionevolezza e merito, iniquità fiscale dato che è pagata uguale da tutti, e per giunta con concorrenti private che talvolta svolgono il core business della tv pubblica (informazione e cultura) di più e meglio. E, in più, trattandosi di risorse pubbliche sfruttabili a piacimento, ci siamo abituati a ingerenze intollerabili della politica, servilismo e familismo amorale (basta prestare un po’ di attenzione ai cognomi che girano, talvolta ereditari). Soldi spesi meglio, per uno scopo più alto, forse calmiererebbero anche questo fenomeno. Ma l’indizio più evidente della scarsa considerazione culturale data alla tv pubblica – in un paese dove pure, storicamente, ha giocato un ruolo fondamentale nell’alfabetizzazione di fette importanti della popolazione, nella loro crescita culturale, e nel formarsi stesso dell’idea di nazione con una lingua comune – è dato precisamente dai passaggi dal mondo dell’informazione (non di rado dalla stessa Rai) a quello della cultura (inclusi i vertici istituzionali di quel mondo, come il Ministero della Cultura: si pensi ai suoi ultimi titolari), e molto meno il contrario, come accadeva un po’ più spesso in passato. Con il risultato di trasformare la cultura in giornalismo anziché il giornalismo in cultura. E non è una buona notizia, se vogliamo pensare il mondo futuro e non solo osservare quello presente.

 

Il servizio pubblico del panem et circenses, in “ItalyPost”, 8 aprile 2026, editoriale, pp. 1-31

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Stefano Allievi

E’ autore di oltre un centinaio di pubblicazioni in vari paesi e di numerosi articoli e interviste su dibattiti di attualità. Suoi testi sono stati tradotti in varie lingue europee, in arabo e in turco.

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