Il vaccino come questione generazionale

Le minoranze rumorose hanno – sempre – più visibilità delle maggioranze silenziose. Perché i membri delle prime urlano, e sono ascoltati giocoforza di più, mentre gli altri tacciono o pacatamente ragionano.

A proposito dei vaccini ci troviamo spesso di fronte a posizioni settarie e militanti (parole di derivazione, rispettivamente, ecclesiale e guerresca). Persone che si sentono portatrici di una qualche verità esoterica, nota a pochi eletti, da propagandare muscolarmente: atteggiamento diffuso tra i no vax, e purtroppo condiviso da alcuni pro vax, che si fanno promotori della verità minuscola e provvisoria elaborata dalla scienza, ma con la posa assertiva di chi la scambia con la verità maiuscola. Le due logiche non sono tuttavia uguali nel merito: la seconda ha dietro di sé ragioni e principi, un metodo validabile e prove empiriche a sostegno, vantaggi sociali e interessi collettivi da tutelare, la prima ha soprattutto controverità inaffidabili, prove empiriche improbabili, nessuna proposta di metodi alternativi validabili, e una ideologia di supporto vagamente anarco-libertaria, in cui conta l’ubbia o il dubbio del singolo, mentre l’interesse collettivo non è mai nominato. In mezzo c’è tuttavia il gran numero di chi magari qualche dubbio ce l’ha, timori anche, ma alla fine si convince e disciplinatamente si vaccina, considerando il vaccino (e il green pass che lo rende vincolante per molte necessarie attività) – con ragione – se non il bene assoluto, almeno il male minore e il vantaggio più probabile. A loro vanno indirizzate spiegazioni comprensibili, conferme attendibili, una valutazione pragmatica delle misure adottate e, nel caso, l’ammissione degli errori commessi. È a questi infatti che dobbiamo parlare, perché è all’interno di questa maggioranza silenziosa che ci sono anche coloro che sono ancora da convincere.

Tra costoro, in particolare, i due milioni di ultra-cinquantenni che continuano a posporre la scelta del vaccino. Alcuni, specie tra i più anziani, perché non sono in grado (anche solo materialmente: perché isolati, incapaci di usare un computer…) di organizzarsi, e di essere raggiunti dall’informazione o dalla possibilità concreta di vaccinarsi – e qui devono intervenire le articolazioni dello stato. Molti, invece, per scelta culturale: e qui qualche considerazione in più va fatta. Di procrastinatori (non sempre espliciti no vax) ne ho incontrati molti anch’io. Persone mediamente istruite, spesso over 60 e over 70, soggettivamente privilegiate (senza particolari problemi, quando non benestanti), con una certa abitudine culturale a cercarsi verità alternative per lo più innocue (medicine alternative, religioni alternative, investimenti alternativi, candidati o partiti alternativi…). Anagraficamente, in buona parte figli del ’68: ma come temperie culturale respirata, non come impegno politico diretto (allora, anzi, magari avversato, o vissuto criticamente). Le discussioni avute con loro mi pare facciano emergere soprattutto un dato: l’assoluto individualismo, e l’incapacità di comprendere la dimensione del proprio privilegio. L’individualismo emerge nelle preoccupazioni stesse: i rischi che può avere il vaccino per me, i suoi possibili effetti collaterali sul mio stato di salute. La dimensione sociale, il vaccino come gesto altruistico, come segno di appartenenza, di compartecipazione, di solidarietà, di impegno civile, non compare mai – ognuno pensa solo a sé (in maniera cieca, peraltro: se tutti facessero così e nessuno si vaccinasse, sarei molto più in pericolo anch’io – ma la logica del battitore libero, del free rider, è quella di massimizzare il profitto individuale e minimizzare il costo, come chi non partecipa allo sciopero sapendo che beneficerà comunque dei vantaggi ottenuti in termini di aumento salariale). La dimensione del proprio privilegio ne consegue: la generazione più fortunata della storia, che ha beneficiato dei maggiori e più rapidi progressi, anche in termini di salute e aspettativa di vita, oggi nella grande maggioranza dei casi titolare di pensioni largamente superiori ai contributi versati, dunque di vantaggi che nessuna generazione successiva avrà (altri pagheranno i costi della immeritata fortuna o degli sprechi di chi li ha preceduti), si rifiuta di fare il minimo gesto civile della vaccinazione, a tutela della salute pubblica, per paura di intaccare la propria. Tanto le loro pensioni sono garantite, e il prezzo di un altro lockdown lo pagherebbero le generazioni successive.

La lezione etica maggiore, a loro, la stanno dando i giovani di generazioni che sanno già di essere meno fortunate, che si stanno vaccinando volontariamente a tutela di tutti (e in particolare proprio degli anziani più “egoisti”), pur correndo soggettivamente meno rischi. Non sappiamo se è una lezione che sarà compresa. Ma prima o poi da qualcuno se la sentiranno sbattuta in faccia. E sarà semplicemente giusto.

 

Quel mondo di mezzo “ni” vax, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, “Corriere di Bologna”, 13 agosto 2021, editoriale, p. 1

Quando la burocrazia funziona (inutilmente)

Un professionista padovano di una certa notorietà, la cui onorabilità è oggi giustamente macchiata da quanto diremo, ha ricevuto da un ente pubblico incaricato dei controlli sui versamenti (ma poteva essere un altro ente pubblico qualsiasi) una “nota di rettifica” per aver dichiarato un “importo non corrispondente” ai calcoli dell’ente suddetto. La nota, di cui siamo entrati fortunosamente in possesso e gelosamente conserviamo, e siamo nel caso in grado di produrre, è un documento di estremo interesse per comprendere gli abissi di immoralità che allignano nella società a seguito dell’abitudine alla scorrettezza o anche solo alla sciatteria amministrativa, ma anche la forza morale del riscatto imposto dal ripristino dell’etica pubblica.

L’errore, grave, che la nota evidenziava e che il professionista ha prontamente ammesso, cospargendosi metaforicamente il capo di cenere e provvedendo immantinente agli adempimenti relativi, corrispondeva a un ammontare di 0,01 euro a debito dell’azienda. Ad alcuni potrà sembrare veniale: ma se lasciassimo passare queste indebite violazioni, dove mai andremmo a finire?

Giustamente quindi sono state comminate sanzioni per ritardato versamento (“numero giorni 18 al tasso del 5,50%”) per un ammontare di ben 14,30 euro (con doverosa severità, 1.430 volte il valore dell’incauta violazione), e un conseguente importo totale a debito dell’azienda di 14,31 euro. Magnanimamente l’ente in questione ha offerto al professionista la possibilità di ottemperare al suo debito con la pubblica amministrazione con adeguata rateazione, ma il reo, consapevole della gravità del suo gesto e voglioso di riscatto, con impeto virile e uno scatto di volontà in un sol colpo ha deciso di saldare il suo debito con la giustizia e la sua colpa rispetto alla civile convivenza. A conti fatti, l’impresa che gestisce avrebbe saputo resistere all’imprevisto evento, e il vantaggio della correttezza e della trasparenza nei rapporti con l’ente, e la consapevolezza di avere cancellato un’onta che avrebbe potuto diventare indelebile, ha spinto a procedere per le vie brevi, senza nemmeno ipotizzare alcun tipo di eventuale contenzioso.

Siamo affascianti da questo meraviglioso esempio di acribìa burocratica, di un’efficienza dalle reminiscenze asburgiche, cha ci fa guardare con speranza e fiducia al buon funzionamento della macchina amministrativa. Neanche ci domandiamo quindi quanto è costata la pratica, all’ente e al professionista, anche solo in termini di tempo speso per il controllo e il successivo ravvedimento operoso: l’onestà e la correttezza valgono qualsiasi sacrificio per le casse pubbliche e per quelle private. Magari, soggettivamente – noi che siamo lontani dalle rispettabili e onerose incombenze del pubblico controllore – ci domandiamo quale è la vera motivazione alla base di un comportamento che, in ambiti alieni da queste alte responsabilità (l’economia reale o la famiglia, per dire) suonerebbe irrazionale, antieconomico, e addirittura comicamente assurdo. Ci possiamo soltanto immaginare la reazione dell’integerrimo impiegato di fronte a cotanta violazione. E il timore, forse, che a non rilevarla si rischi il controllo, la valutazione e la sanzione del proprio operato, quando non l’accusa di omissione di atto d’ufficio, e le conseguenti ricadute sul percorso di carriera.

Da cittadini e osservatori esterni, non direttamente coinvolti in questa sordida storia, possiamo solo essere felici: siamo assolutamente certi che l’ente in questione, e tutti gli altri, dedicano lo stesso tempo e le stesse se non maggiori attenzioni alle indagini su violazioni sostanziali e cospicue delle norme, anziché limitarsi a meri controlli formali sulle pratiche in essere. E di questo rispettosamente ringraziamo.

Il puntiglio asburgico per 0,01 euro, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 5 agosto 2021, editoriale, p.1

Gli schieramenti pregiudiziali di Voghera

Da un lato la vittima perfetta: fastidioso, occasionalmente violento o comunque attaccabrighe, spesso alticcio, considerato un pericolo (anche solo perché orinava per strada o faceva apprezzamenti pesanti alle ragazze anche minorenni). La persona che nessuno di noi vorrebbe trovarsi sotto casa o al bar che frequenta. Per giunta straniero, immigrato, marocchino. Tutto, tranne che una figura difendibile, quindi: semmai il prototipo del rompiballe emarginato, ‘contro’ cui è facile identificarsi.

Dall’altro il colpevole che ci viene spontaneo considerare innocente: l’irreprensibile cittadino che vuole solo un po’ più di ordine e migliorare la vita degli altri, avvocato noto in città, con contatti professionali con le forze dell’ordine, seppure con l’abitudine inconsueta di girare armato e col colpo in canna, anche se non ne ha motivo, non correndo rischi personali o avendo subìto minacce. Un po’ giustiziere della notte su dimensione provinciale (gli amici commercianti lo chiamano se ci sono grane), un po’ aspirante supereroe: uno ‘con’ cui, a molti, viene altrettanto facile identificarsi. Figure assimilabili alla sua sono presenti anche dalle nostre parti, con amministratori “sceriffi” (che come lui si compiacciono di considerarsi tali: ignorando che la parola “sharif”, nella lingua della vittima, significa nobile, eletto) che hanno il porto d’armi, amano le ronde, e incidentalmente detestano gli immigrati, specie se importuni.

È questo il quadro che emerge dalle descrizioni di quanto accaduto a Voghera: la morte di un immigrato marocchino a causa di un proiettile sparato dalla pistola di un assessore leghista. Che, detta così, sembra una sceneggiatura persino banale.

Non ci interessa discutere il reato commesso, su cui non sappiamo e non possiamo né dobbiamo dire nulla, perché non è compito nostro. Se si tratti di eccesso colposo di legittima difesa, omicidio volontario o altra fattispecie di reato, lo deciderà la magistratura.

E non ci interessa la strumentalizzazione politica: il partito di appartenenza dell’assessore e la nazionalità della vittima (non a caso i suoi compagni di partito già hanno deciso che è innocente e i suoi oppositori che è colpevole; chi non ama gli immigrati che è innocente, chi li difende che è colpevole). L’essere diventati bandiera, che si tratti dello sparatore o dello ‘sparato’, è in un certo senso una complicazione non necessaria. E anzi, la strumentalizzazione a difesa dell’assessore che già monta finirà per giustificare, inevitabilmente, l’accusa di xenofobia contro di lui: fosse stato un cittadino italiano, nelle condizioni della vittima, la reazione sarebbe stata la stessa?

Altre cose, invece, ci interrogano di più: forse perché vanno oltre i protagonisti della vicenda, o perché sono dettagli che illuminano altre domande. Perché un assessore (che non è minacciato dalla mafia, e in una città che non è certo Los Angeles) gira armato e col colpo in canna, e se ne fa vanto, o almeno ostentata abitudine? Perché questo viene apprezzato dai suoi sostenitori, e non stigmatizzato dai suoi colleghi di governo? Da cosa discende quest’idea – forse questa granitica presunzione – di essere nel giusto perché si colpisce qualcuno che si presume non lo sia? Perché di fronte a un uomo ferito, che sarebbe morto di lì a poco, si sente il bisogno di chiamare la polizia e non anche il pronto soccorso? E come ci si sarebbe comportati a parti invertite: diciamo un marocchino sbandato che spara e uccide un assessore leghista che lo aveva aggredito? Come avrebbe reagito la politica, come se ne parlerebbe nei bar?

E ancora: perché si è arrivati a quest’atto finale? Cosa c’era (o cosa non c’è stato e avrebbe dovuto esserci) nel mezzo, che non ha funzionato? Perché la vittima era solo mal sopportata e non anche presa in carico, magari curata? Cos’hanno fatto o non hanno potuto o saputo fare i servizi sociali della giunta cui l’assessore apparteneva, o altre, poco importa?

Passi pure che sia stata, come si dice spesso in questi casi, una tragica fatalità. Ma forse uscire dalle estremizzazioni e dagli ideologismi, dalle difese e dalle accuse d’ufficio, ci aiuterebbe a farci almeno delle buone domande, senza pretendere di trovare subito delle soddisfacenti risposte.

 

Gli eserciti schierati a Voghera, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 25 luglio 2021, editoriale, p.1

Perché gli insegnanti (e altri) si devono vaccinare

Sono un insegnante, e un dipendente pubblico. Sono vaccinato. E credo dovremmo esserlo tutti. È per me motivo di orgoglio sapere che la stragrande maggioranza dei miei colleghi ha fatto la stessa scelta. E motivo di scandalo che una quota ancora troppo ampia non la faccia. Per questo trovo corretto ragionare su forme di incentivazione e di obbligo vaccinale.

La scuola è un servizio pubblico essenziale, indispensabile, ma prima ancora è un diritto, faticosamente acquisito nel tempo e costituzionalmente garantito. Ma è anche il settore (e bambini e ragazzi, la fascia di età) che ha pagato il prezzo più alto, in termini di chiusure, a seguito della pandemia. È impensabile che gli insegnanti, potendo (quindi esclusi coloro che hanno seri e dimostrabili problemi di salute), non si vaccinino. Tanto più nella scuola dell’obbligo, dove non si può pensare di vaccinare i ragazzi (non esistono ancora nemmeno vaccini per gli under 12); ma vale anche per ragazzi di altra età e nelle scuole di altro ordine e grado (anche se molti già si stanno vaccinando, avendo maturato contezza del problema: io stesso ho un figlio di quindici anni che ha scelto consapevolmente di vaccinarsi, e come genitori abbiamo condiviso la sua volontà).

Gli operatori sanitari, come noto, sono già obbligati a vaccinarsi. Credo che non solo gli insegnanti, ma tutte le categorie a contatto stretto con il pubblico – e tanto più se in servizi pubblici o pagati con denaro pubblico (dai magistrati agli addetti ai trasporti agli impiegati) – dovrebbero essere sottoposti a un trattamento simile, visto che siamo in presenza di un problema di salute pubblica. E che il servizio pubblico si fa carico di tutti, senza distinzioni e senza sovrapprezzi, come giusto che sia, quando si tratta di affrontare la diffusione della malattia e le sue conseguenze, oltre a farsi carico gratuitamente del vaccino. Se non con l’obbligo vaccinale esplicito, a cui non sarei contrario per principio, con altri mezzi cogenti e stringenti.

Sono abituato a rispettare forme di pensiero divergente e obiezioni di coscienza. Fin da quando ho scelto di essere – molti anni orsono – obiettore di coscienza al servizio militare. Ma sono abituato a pensare che le scelte di principio abbiano un prezzo, e valgano precisamente per questo. Nel mio caso, il rischio era di passare un equivalente periodo in carcere militare: allora avevo pensato di correrlo (anche se poi il ministero della difesa ha accettato la mia motivatissima domanda, e ho svolto un servizio civile, di lunghezza maggiore). Nel caso di cui stiamo parlando, il prezzo è inferiore. Essere destinato ad altre mansioni, se possibile: cercarsi un altro lavoro, se non possibile. O almeno accettare un periodo di sospensione dal lavoro senza stipendio e senza la maturazione di altri diritti collegati (anzianità, progressione di carriera, ecc.), finché la pandemia non sarà passata. Peraltro, penso che questo principio dovrebbe valere anche per altre forme di obiezione di coscienza (ad esempio, l’esclusione dai concorsi negli ospedali pubblici dei medici obiettori all’aborto, se servono ginecologi per i quali l’aborto è uno dei compiti). Del resto, chi non si vaccinerà pagherà comunque consapevolmente un prezzo, e accetta di farlo: nell’esclusione da eventi specifici, viaggi, residenze, vacanze, paesi, e dal moltiplicarsi della necessità di tamponi a pagamento (mentre il vaccino è gratis…) – non si capisce perché questa logica, accettata in altri settori, dovrebbe escludere la sfera lavorativa, tanto più in servizi pubblici essenziali.

Detto questo, per la scuola si aprono altre questioni. È giusto responsabilizzare i docenti (e indirettamente genitori e ragazzi) sulla vaccinazione. Ma ci si aspettano doverosi interventi almeno negli ambiti in cui la scuola ha competenza diretta: sugli impianti di ventilazione e di filtraggio dell’aria (o davvero immaginiamo che i ragazzi potranno stare in aula tutto l’inverno con le finestre aperte?), e sul potenziamento degli strumenti legati alla didattica a distanza (e la relativa formazione dei docenti, nonché la distribuzione di pc e tablet agli studenti che non ne dispongono) nel malaugurato caso in cui si sia obbligati a rinunciare, per qualche periodo, alla didattica in presenza. Ambiti in cui si è fatto ancora troppo poco: da parte delle scuole e delle istituzioni di governo nazionale e locale.

 

Perché non si può dire di no, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, “Corriere di Bologna”, “Corriere del Trentino”, “Corriere dell’Alto Adige”, “Corriere di Verona”, 9 luglio 2021, editoriale, p. 1

 

Provvisorietà: cosa significa vivere senza legami stabili

Eravamo abituati a pensarci all’interno di storie di lungo periodo. L’amore di una vita, il lavoro stabile, la passione che ci accompagna – e con essi, una memoria storica sedimentata. Ma cosa succederebbe se le cose cambiassero, se vivessimo dentro percorsi meno lineari, rapporti più instabili, percorsi interrotti, maggiori discontinuità? E succederà?

È già successo, in realtà. Prendiamo la relazione per eccellenza, quella che dà il nome alle altre, e ne è l’idealtipo: l’amore di lungo periodo, e con esso la sua istituzionalizzazione – il matrimonio. Significativa, se non altro, perché è l’unica (a parte alcune adesioni di tipo religioso, come i voti) in cui ci si promette reciprocamente – o si lascia credere – che durerà indefinitamente (non così nei rapporti professionali, nell’appartenenza a una tribù metropolitana, nella pratica sportiva, e nemmeno nelle amicizie, o nelle passioni intellettuali).

Nel 1970, anno dell’introduzione della legge sul divorzio, il 98% dei matrimoni si celebrava religiosamente, con una formula che esplicita una promessa di fedeltà che solo la morte può spezzare. Dal 2018 i matrimoni religiosi calano per la prima volta al di sotto di quelli civili, nei quali la formula della promessa di durata non è esplicitata. E ogni anno il gap aumenta, con grosse differenze territoriali: nel Centro-Nord, che è anche l’area più abitata del paese, i matrimoni religiosi sono circa un terzo, al Sud le percentuali si invertono. Senza contare che questo avviene nel contesto di un calo complessivo della nuzialità (il più basso d’Europa) e un aumento delle coppie e delle convivenze di fatto, in cui non c’è alcun elemento contrattuale esplicitato.

Certo, c’è di mezzo un massiccio processo di secolarizzazione, e la diffusione di forme di religiosità non (o meno) istituzionalizzata. Ma anche una visibile ritrosia ad impegnarsi in percorsi di lungo termine, o addirittura di lunghezza indefinita. Lo stesso processo che è avvenuto nel mondo del lavoro, dove la linearità e il posto fisso hanno lasciato spazio ad un’ampia diversificazione di percorsi, un alternarsi di progetti, la possibilità (o l’obbligo, ma non va sottovalutato l’approccio culturale positivo rispetto a questa tendenza) di cambiare. L’innovazione tecnologica, il rapido succedersi delle mode, hanno del resto introdotto questo abito mentale nella nostra vita quotidiana, negli oggetti che acquistiamo e nella loro più rapida obsolescenza (eventualmente anche programmata – ma in complicità con una nostra già esistente propensione a cambiare), nelle nostre scelte, nei nostri hobby, negli sport che pratichiamo, nelle nostre opzioni valoriali, nelle opinioni politiche (non a caso cresce la percentuale di persone che sceglie chi votare direttamente in cabina elettorale, o comunque all’ultimo, e diminuisce la membership partitica, che si è fatta peraltro infedele – così come si è abbreviata la durata delle leadership e degli stessi contenitori politici): potevano rimanere escluse le nostre relazioni?

A questo aggiungiamo la mobilità sociale, la mobilità professionale e ancor più quella geografica, che ci spingono ad abbandonare e ri-creare nuove forme di relazioni, magari intense e coinvolgenti ma stabili solo finché serve o finché piace, fino al prossimo spostamento e al prossimo radicamento.

Infine, va tenuto presente il ruolo che in tutto questo ha il progressivo aumento della durata della vita. Che da un lato spinge in avanti nel tempo biografico alcune esperienze: prolungamento dell’obbligo scolastico e degli anni dedicati all’istruzione (finché non si capirà che deve diventare lifelong learning e intrecciarsi con l’attività professionale e altri tipi di esperienze, anziché costituire fasi successive e separate), e innalzamento dell’età del primo matrimonio (che ha raggiunto nel Centro-Nord i 37 anni per gli uomini e i 34 per le donne) che a sua volta spinge in alto quella della riproduzione. Dall’altro pone un interrogativo (che spesso rimane nel non detto, ma si insinua sottilmente nel nostro vissuto) sulla desiderabilità stessa di mantenere – in una vita che si avvia ad avere una lunghezza sempre maggiore – lo/la stesso/a partner, la stessa religione, lo stesso mestiere, la stessa meta per le vacanze, ecc.

Non è la fine dei rapporti stabili e di lungo periodo, delle scelte definitive, delle fedeltà inscalfibili: che continueranno ad esistere per una quota di popolazione, anche come elemento di desiderabilità sociale e culturale. Ma l’inizio della constatazione che si potrà scegliere tra l’una e l’altra cosa, e al limite praticare l’uno e l’altra in fasi diverse della propria vita. La constatazione – che è un fatto – che non c’è più un modello sociale unico da perseguire.

 

Senza legami stabili, in “Confronti”, luglio/agosto 2021, p. 38, rubrica “Il mondo se…”

“Torneremo a percorrere le strade del mondo” – Presentazione

Sabato 3 luglio, ore 18,30

Libreria Tarantola

Nell’ambito del Festival Vicino Lontano

“Torneremo a percorrere le strade del mondo” – Recensione Robinson

Robinson, “Repubblica”, 19 giugno 2021 . recensione di Marino Niola

robinson-recensione

 

https://www.utetlibri.it/libri/torneremo-a-percorrere-le-strade-del-mondo/

Dopo il Covid. Appunti per una teoria della mobilità

Corriere Fiorentino___17-06-2021

 

I fermi obbligatori, i lockdown prolungati, le chiusure delle frontiere, ci hanno costretto a una situazione di immobilità involontaria. Ci siamo accorti che molte delle mobilità cui eravamo abituati, e che consideravamo necessarie, si sono rivelate superflue. Ma anche quanto la mobilità ci sia in sé necessaria. È il paradosso del Covid: il virus si è messo a viaggiare al nostro posto, costringendoci all’immobilità – condizione ideale per riflettere sulle ragioni della mobilità.

Siamo nati nomadi, e lo siamo stati per gran parte della nostra storia. Quando i nostri antenati Sapiens hanno lasciato l’Africa, da cui tutti proveniamo, e una migrazione dopo l’altra hanno abitato il pianeta, eravamo ancora cacciatori e raccoglitori che si procuravano il cibo spostandosi, poi pastori, e solo molto lentamente (e molto recentemente) siamo diventati stanziali, con l’invenzione dell’agricoltura, poi con l’urbanizzazione, che oggi coinvolge oltre la metà della popolazione mondiale. Siamo pronipoti di raccoglitori e cacciatori, e poi di pastori, prima che di contadini e poi di cittadini. Per questo, come diceva Bruce Chatwin, il nomadismo è nel nostro DNA, o almeno nella nostra memoria storica, nel nostro inconscio individuale e collettivo, e nella nostra esperienza passata, presente e futura, se è vero che oggi abbiamo ricominciato ad essere mobili, e lo siamo in misura maggiore rispetto ai nostri genitori e ai nostri nonni.

Partire da questa constatazione può aiutarci a mettere le basi di una teoria della mobilità: che includa il nomadismo, il desiderio di viaggiare, la brama di conoscere, i tanti complessi motivi che ci spingono ad andare altrove (magari solo per un poco, come nel turismo, o nelle serate fuori porta), ma anche le migrazioni, in entrata e uscita, e le loro nuove forme. C’è un filo che lega il ruolo del viaggio nelle mitologie e nelle religioni (pensiamo, nella Bibbia, ad Adamo ed Eva cacciati dall’Eden – il primo push factor – passando per Mosè e l’Esodo, fino all’incessante attività missionaria di Paolo), per arrivare, dopo l’età delle scoperte geografiche e delle colonizzazioni, alle migrazioni moderne, fino agli scambi Erasmus e ai giovani expat che lasciano l’Italia, oggi in numero superiore agli immigrati (non c’è alcuna invasione in corso: semmai un’evasione…): a testimoniare una circolarità globale che riguarda tutti i paesi (la Germania, per dire, primo paese europeo per arrivi di immigrati, è anche il primo per partenze).

Ma non si capisce la spinta all’erranza se non si affronta il suo contrario, il radicamento, la stanzialità: i due poli tra cui continuamente oscilliamo, talvolta scegliendo con decisione uno dei due, più spesso vivendoli entrambi, in momenti diversi della nostra vita, e persino contemporaneamente, vagheggiando l’uno mentre sperimentiamo l’altro. Anche le migrazioni vanno contestualizzate all’interno di questo quadro più ampio, ma comprese nella loro specificità, e quindi gestite – cosa che abbiamo smesso di fare quando abbiamo chiuso le frontiere all’immigrazione regolare, gettando le basi per l’esplodere di quella irregolare. Le frontiere non sono muri, sono modi per controllare i passaggi. Per questo governare le migrazioni si può: dunque si deve, nell’interesse nostro e dei migranti (quelli che vengono, e dovrebbero venire in altro modo, e quelli che vanno). Le analisi e le ricette ci sono. Quella che manca è la lucidità politica di volerlo fare: perché è più facile agitare il problema per acquisire consenso, o non affrontarlo per paura di perderne, senza analizzare vantaggi e svantaggi, costi e benefici, individuali e di sistema. È più semplice immaginare per gli altri respingimenti universali, muri e isolazionismi (per i quali pagheremmo un prezzo enorme), pretendendo al contempo per noi il diritto ad andare liberamente ovunque, senza accorgerci della contraddizione – senza nemmeno percepire quanto, quella relativa al diritto alla mobilità, sia una delle nuove forme della diseguaglianza.

Il Covid ci ha illuminati anche su altro: il nostro stesso rapporto con l’alterità. Il virus è stato anche questo: il nemico che veniva da lontano, l’immigrato indesiderato, l’irregolare da cui proteggersi, il clandestino che mette a repentaglio le nostre sicurezze, l’invasore che devasta a caso. E quindi capace di rinviare alle nostre pulsioni più profonde – e irrisolte – proprio intorno al tema cruciale della diversità, dell’estraneità, dell’alterità. Di cui ci ha aiutato a vedere le contraddizioni. E i modi per scioglierle. Perché, banalmente, se davvero vogliamo garantire la nostra possibilità e libertà di muoverci, di tornare a percorrere le strade del mondo, e incontrare altre persone, dovremo in qualche modo gestire e garantire anche quella altrui: con le regole e le cautele necessarie, come in ogni viaggio, e in ogni incontro con l’altro che esso implica. Peraltro, questo riguarda sia chi viaggia, sia chi incontra i viaggiatori: ormai l’altro si ha sempre più occasione di incontrarlo anche restando fermi. Per questo è indispensabile rifletterci sopra.

 

Dopo il Covid, una nuova Teoria della mobilità, “Corriere della sera – Corriere Fiorentino”, 17 giugno 2021, p. 1-14

Testo di presentazione di “Torneremo a percorrere le strade del mondo”, UTET, 2021  https://www.utetlibri.it/libri/torneremo-a-percorrere-le-strade-del-mondo/

La società aconflittuale: un’illusione non necessaria

Qualcuno la sogna, la società senza conflitti. Alcune utopie del passato la ipotizzano come orizzonte benefico, da costruire. La cultura cui apparteniamo sembra considerare la parola stessa ‘conflitto’ come impronunciabile: un tabù, che è meglio evitare di nominare. Come se ne andasse della felicità personale: il mondo ideale come mondo aconflittuale.

La vita dell’individuo, il suo processo di crescita, la vita familiare, i rapporti di coppia, tutto ci insegna, o dovrebbe insegnarci, che non solo il conflitto è inevitabile, per maturare, per crescere, ma che esso è positivo: ci arricchisce delle posizioni altre (è combattendole che le conosciamo, e talvolta le incorporiamo), ci rafforza. “Il conflitto è il senso originale dell’essere-per-altri”, ha scritto Sartre, molti anni fa. C’è pure un’estetica del conflitto, una tensione conflittuale verso l’altro, che può essere una proiezione del meglio dei nostri sentimenti, senza il quale non ci sarebbe molta consapevolezza, molta arte, forse persino molto amore. Già, perché anche l’amore è un sentimento conflittuale: per costruirsi si mette contro ciò che è non amore, a cominciare dagli ostacoli che si frappongono ad esso.

Dopo tutto c’è un conflitto tra il bene e il male, uno sforzo, che è dentro di noi, ma anche fuori, che è il senso proprio e profondo della vita e del combattimento spirituale, come della parola jihad: al quale dobbiamo il meglio della capacità dell’uomo di elevarsi al di sopra della condizione animale, in cui il conflitto è solo lotta per la sopravvivenza. È anche il motivo vero per cui amiamo il genere fantasy e i supereroi, Il signore degli anelli, Harry Potter e Star wars, i film western e quelli di guerra, e i polizieschi, almeno finché vincevano i buoni: Sherlock Holmes o la signora in giallo, il tenente Colombo o Hercule Poirot. In cui, a costo naturalmente di forzare la realtà, il bene e il male sono chiaramente definiti, e combattono tra loro. E, di solito, nel nostro immaginario vince il bene.

Anche l’equilibrio sociale è conflittuale. La sociologia ci insegna che le teorie del conflitto, da Marx, passando per Max Weber, fino a Simmel, costituiscono uno dei modi fondamentali per interpretare le società umane, per comprenderne l’evoluzione e lo sviluppo. La spinta a fare politica ha la stessa origine: un combattimento tra visioni diverse del bene comune (o nei casi peggiori del bene proprio). Che è al contempo l’innesco delle nostre migliori energie e la sentina dei vizi peggiori: ma non è, il conflitto, il problema. Il problema è l’incapacità di passarci attraverso.

Il conflitto è persino etico, fondativo, ineliminabile: “occorre sapere che la giustizia è conflitto”, dice un frammento di Eraclito. La democrazia stessa è conflittuale, e dunque anche instabile, per definizione. Sia la democrazia parlamentare che la democrazia industriale sono precisamente modi di gestire il conflitto senza che degenerino fino alle estreme conseguenze: per limitarlo, dunque – attraverso il gioco conflittuale dei partiti e delle rappresentanze sindacali. In questi casi il conflitto non è la prima fase di una escalation il cui esito è la guerra, ma l’unico modo di evitarla: riconoscendolo, e quindi gestendolo, non negandolo, non reprimendolo. Come ci ha insegnato Gandhi, che il conflitto sociale lo porta a galla, lo va persino a cercare, lo crea, lo inventa, sfidando niente meno che un impero, l’Inghilterra – in maniera non violenta. Il problema è dunque semmai di trovare i metodi (tra cui vanno incluse le istituzioni) per risolverli, i conflitti. Per rimanere a Gandhi: “il fine sta nei mezzi come l’albero nel seme”. Anche il padre e la madre dobbiamo ucciderli, per emanciparci da loro e diventare adulti consapevoli: ma non significa farlo in senso letterale…

Non spariranno, dunque, i conflitti. E non ha senso sognare che accada: sarebbe controproducente. Semmai, ne vivremo più spesso. Anche perché dovuti a sempre più frequenti dissonanze culturali e divergenze nell’allocazione delle risorse materiali. Ma risolverli diventerà un’abitudine sociale e culturale. Proprio perché più frequenti, saranno meno distruttivi. Un po’ come già oggi accade con le separazioni e i divorzi. Sempre conflitti sono, ma se impariamo a gestirli fanno meno male. Lasceranno meno cicatrici. Anche se resteremo perennemente insoddisfatti, perché ci saremo sempre in mezzo.

 

Senza conflitti, in “Confronti”, rubrica “Il mondo se…”, giugno 2021, p. 38

Capirsi al di là delle barriere linguistiche. La Pentecoste tecnologica

La metà delle lingue esistenti potrebbe sparire nei prossimi cinquant’anni. Intanto la tecnologia sta facendo passi avanti per conservare e rivificare le lingue morenti, ma soprattutto per perfezionare i traduttori automatici e consentire così una comunicazione istantanea. Ma come sarebbe il mondo se…

 

Difficile definire una lingua e i suoi confini: tanto che i repertori mondiali che cercano di catalogarle variano tra le 4mila e le 11mila, e la stima più diffusa sta ovviamente nel mezzo – Languages of the world ne calcola quasi 7mila, 5mila delle quasi stanno in soli 22 paesi (Papua-Nuova Guinea, il paese che ne ha di più, ne conta 820). Il problema è innanzitutto di definizione, visto che anche noi tendiamo a dire, con qualche fondamento, che un dialetto è una lingua che ha perso sul piano storico, e viceversa una lingua è un dialetto dotato di esercito. Soprattutto, la variabilità linguistica è un continuum (o un insieme di continua) nel quale è difficile distinguere gli elementi discreti: per motivi storici che ne determinano il diverso destino nel tempo, e perché oltre agli elementi di separazione e distinzione ci sono quelli di somiglianza che consentono reciproca comprensione (il caso più noto è forse quello di hindi e urdu perché scritte con alfabeti diversi, per ragioni che rimandano a una diversa appartenenza religiosa, eppure perfettamente intercomprensibili nell’oralità – ma vale anche per altre, in giro per l’Europa e per il mondo).

Quale che sia il numero stimato, e i motivi per cui si è sviluppata la diversità linguistica, assistiamo oggi a un processo di progressiva estinzione linguistica: oltre la metà delle lingue esistenti, circa 3.800, conta meno di 10mila locutori, quando la soglia di ragionevole sopravvivenza è di 100mila (che mantengono solo 1.239 lingue, meno del 18% del totale). Il che significa che la metà di esse potrebbe sparire nei prossimi cinquant’anni, secondo l’Atlante delle lingue in pericolo dell’UNESCO: per l’estinzione o la migrazione dei parlanti di una lingua, o per il cedimento progressivo a una lingua dominante, in caso di bilinguismo.

Come per la biodiversità, perdere una lingua – magari perché, sempre in analogia con la natura, sono stati distrutti i suoi ecosistemi – è certamente una perdita culturale. Al contempo c’è un elemento di selezione naturale, di competizione darwiniana, di sopravvivenza del più adatto. Le lingue si possono tuttavia rivivificare, come accade per nazionalismi, etnicismi e identitarismi (spesso con effetti collaterali problematici: ma se lo sono, lo si decide sempre sul piano storico): è quanto accaduto ad alcune lingue minoritarie anche europee, laddove se ne è reso obbligatorio l’utilizzo come lingue scritte, peraltro irrigidendole e limitandone le varianti (ogni lingua è imperialista su qualche altra…). E si possono pure inventare, come accaduto all’ebraico moderno, l’ivrit.

La variabile interveniente più interessante, oggi, che potrebbe cambiare molti scenari, è però la tecnologia. Non solo per la possibilità di conservazione delle lingue morenti in memorie esterne (scritte e audiovisuali), che potrebbero sempre essere rivivificate all’occorrenza: a somiglianza di quanto può accadere in botanica, o come immaginato dalla fantasy per gli animali estinti (ma più ordinariamente, non è quanto già accade nella contraddittoria vitalità delle cosiddette lingue morte?). La vera novità è l’efficacia sempre maggiore, che a brevissimo potrebbe superare gli standard della traduzione umana qualificata, dei traduttori automatici, sia per lo scritto che per il parlato. Questo consentirebbe una comunicazione istantanea, a prescindere dalle lingue di appartenenza: Babele e Pentecoste insieme, riunendo il meglio di entrambe – consentendo la possibilità di parlare e dunque mantenere le proprie lingue, ma capendosi ugualmente, senza bisogno di un occasionale miracolo dall’alto. E questo sia nella vita quotidiana che nel mondo della produzione e della comunicazione. Penso a cosa vorrebbe dire in ambito accademico e scientifico, dove oggi se non pubblichi in inglese non esisti: da un lato il formarsi di un mercato globale della conoscenza, in un’unica lingua, al prezzo (modesto) di una sua semplificazione in una sorta di Basic English, dall’altro il vantaggio immenso di poter essere tradotti nelle lingue più diffuse a partire appunto dall’inglese, e soprattutto di poter leggere materiale accademico di lingue che non conosciamo. Non più solo la necessità di una lingua comune, come oggi, ma la possibilità di rendere più visibili i prodotti scientifici e letterari delle periferie del mondo, nelle lingue più disparate, salvaguardandole tutte. E forse creandone di nuove.

 

Senza barriere linguistiche, in “Confronti”, maggio 2021, rubrica “Il mondo se…”