Le piazze e i partiti. La società reagisce, la politica ancora no

Il paese si trova di fronte a un governo inedito: che si fa opposizione da solo, in cui il livello di divisione interna non ha precedenti, ma che è capace di superare le divisioni non mediando ma scambiando (io approvo una cosa che interessa a te se tu approvi una cosa che interessa a me), cercando di portare a casa più risultati simbolici possibili prima delle elezioni europee, senza troppo preoccuparsi della loro reale efficacia. Ma di fronte a una crisi che si aggrava sempre di più, con tutti gli indicatori (debito, occupazione, produzione, reputazione internazionale) negativi, e scelte di politica economica in corso che rischiano di aggravarli ulteriormente, il paese non si può permettere di zigzagare senza prospettiva. Continua a leggere

A proposito del manifesto di Calenda (e del PD)

Sto osservando uno strano dibattito, in queste ore.
Alcuni dicono: ma no, il listone non va bene, diventa un fronte che fa involontaria propaganda ai sovranisti. E poi alle europee c’è il proporzionale, meglio moltiplicare l’offerta…
Modesta opinione di un firmatario della prima ora (che poi, ne sono passate solo 48, e già ci sono più di 60.000 adesioni, e forse qualcosa vuol dire, e ascolterei il messaggio…). Continua a leggere

Sindaci, governo e immigrati: la vera sfida

Da una parte, il governo: che vede contestata una delle principali vittorie simboliche della sua componente leghista – il decreto sicurezza. Dall’altra, i comuni: Trento e Rovereto (ma anche diversi centri minori che ospitano richiedenti asilo), così come Bologna: “con la non violenza e il rispetto della legge”, come ha detto il sindaco Merola. Ma anche, in maniera più bellicosa – sui fondamenti stessi di costituzionalità del decreto e invitando alla disobbedienza civile sulla questione dell’iscrizione all’anagrafe degli immigrati – Palermo (e dubbi hanno sollevato a vario titolo anche i sindaci di Napoli, Firenze, Parma, Milano, Pescara e altre ancora). Gli osservatori guardano soprattutto all’ultima, di sfida, che è politica e ideologica. Ma per molti versi è più insidiosa la prima: proprio perché pragmatica, e di buon senso – una cosa su cui si possono identificare anche molti cittadini, al di là delle differenze politiche. Continua a leggere

Manifesto per una nuova opposizione

MANIFESTO PER UNA NUOVA OPPOSIZIONE
Una proposta
Il consenso per il governo

Il governo costituito dalla alleanza tra Lega e Movimento 5 Stelle sembra godere, per ora, di un ampio consenso popolare: lo attestano i sondaggi, e l’aria che si respira nel Paese. Continua a leggere

"L'opposizione del cambiamento" (che ancora manca)

Di fronte a un “governo del cambiamento” che sta effettivamente cambiando le carte in tavola, e forse proprio sparigliando il gioco della rappresentanza, nello stile e nei contenuti (in maniera benemerita per chi lo sostiene; preoccupante e perfino eversiva per chi lo avversa), quella che manca è “l’opposizione del cambiamento”. O meglio ne abbiamo due, scollegate tra loro: una in parlamento, che fa il suo lavoro in aula, senza parlare né essere ascoltata nella società; e una nel paese, che si esprime nelle prese di posizione delle categorie, dei ceti produttivi, dei corpi intermedi, della società civile, talvolta assumendo le forme e i rituali della politica partitica (dalle petizioni alle manifestazioni di piazza). Ma due debolezze disunite non fanno una forza. Quella che manca, è un’opposizione che sappia legare entrambe le cose. Continua a leggere

Meno sicurezza: per scelta del governo

Per il governo l’immigrazione sembra essere sempre meno un processo da gestire o eventualmente un problema da risolvere: e sempre più un tema da agitare. Non qualcosa di cui occuparsi, ma qualcosa da cui essere occupati. Non qualcosa da fare, ma qualcosa di cui parlare. Per varie ragioni. Continua a leggere

Sicurezza e integrazione: le contraddizioni del decreto Salvini

Espulso un richiedente asilo spacciatore a Treviso: e altri sono pronti per il medesimo destino. Il segnale per la pubblica opinione – certamente apprezzato – è chiaro: se chiedi asilo in un paese, e sei da questo transitoriamente mantenuto, non lo tradisci, poi, facendo il delinquente. Ed è giusto che, se lo fai, tu venga rispedito da dove vieni. Inoltre, l’espulsione può funzionare da deterrente per altri richiedenti asilo tentati di percorrere una facile scorciatoia.
Non cambia niente, invece, rispetto allo spaccio. Nella percezione comune, meno spacciatori può significare più sicurezza. Ma gli uni sono facilmente sostituiti dagli altri. Ad andare dentro e fuori le patrie galere (troppo spesso, e troppo presto fuori, anche quando dovrebbero stare dentro) sono delinquenti e spacciatori italiani e stranieri. In quanto delinquenti, non per la loro provenienza: a causa di un sistema farraginoso e inefficiente, che spesso non tutela davvero l’ordine pubblico. In questo senso, che lo spacciatore in questione subito rilasciato a piede libero sia italiano o straniero, non cambia nulla: è il sistema che è sbagliato. Con l’espulsione degli stranieri, lo miglioriamo? No, resta lo stesso: eliminare gli stranieri, espellendoli, non cambia nulla. Loro sono solo, da qualche anno a questa parte, i sostituti degli italiani nell’ultimo anello dello spaccio: quello più visibile, a maggiore rischio di essere beccati. Immaginiamo non ci fossero più – nemmeno uno: niente più spaccio? Neanche per idea, finché la domanda (di italiani, in maggioranza) non calerà. Semplicemente verrebbero ri-sostituiti da italiani, preferibilmente minori, più difficilmente imputabili. Risolto il problema, dunque? Purtroppo, no. Il problema dell’integrazione ha altre logiche, che richiederebbero altre iniziative.
E’ un problema che si ripropone su un altro piano, a scala ben maggiore. Prendiamo un altro effetto, molto pubblicizzato, del decreto Salvini: la drastica diminuzione della spesa pro capite pro die per i richiedenti asilo, ovvero dei finanziamenti erogati a favore degli enti che se ne occupano (che, lo ricordiamo, lo fanno al posto dello stato, che non lo fa, mentre sarebbe compito suo). Passiamo dagli attuali 35 euro al giorno a 25 o addirittura 19, come si sostiene nelle stime più ottimistiche: il minimo europeo, probabilmente. Poiché le spese di vitto e alloggio sono di fatto incomprimibili, cosa si taglierà? I corsi di italiano, la formazione professionale, l’inserimento lavorativo, i mediatori culturali, gli educatori: ovvero, le politiche di integrazione. Risultato certo? Meno integrazione. Conseguenza probabile? Meno sicurezza, più conflitti. Perché la sicurezza è data precisamente dalla condizione di regolarità e dall’efficacia dei processi di conoscenza e integrazione (abbiamo precedenti chiarissimi, in proposito: per qualche tempo i rumeni sono stati al vertice degli indicatori di criminalità. Dopo l’ingresso nell’Unione Europea, e l’ottenimento della libera circolazione della manodopera, gli indici di devianza sono precipitati. Vuol dire che il tasso di criminalità non era dovuto all’essere rumeni, e nemmeno all’essere stranieri, ma all’essere irregolari). Ed è un investimento, non una spesa improduttiva: ripagato rapidamente con le tasse ottenute dal lavoro regolare. Perché buttarlo via?
Non è un problema di schieramenti politici. Le scelte sono del governo attuale, ma il disastro di un’accoglienza gestita malissimo, senza progetto e senza controlli, è eredità dei governi precedenti: il disastro viene da lì. Il problema è decidere come ne usciamo. Non basta trovare un capro espiatorio: serve un progetto. Vogliamo più sicurezza? Sì. La risposta è più integrazione? Sì. E allora lì si deve lavorare: favorendola, non rendendola più difficile. Altrimenti pagheremo domani il prezzo del problema che non abbiamo voluto affrontare oggi. E il conto sarà molto più salato.
Integrare per essere più sicuri, in “Corriere della sera – Corriere Nordest”, 11 novembre 2018, editoriale, p. 11

L'Italia, l'Europa e la Russia: il rischio di un cambio di alleanze

Da paese fondatore dell’Unione Europea e atlantista ad oltranza, a paese anti-europeista e filoslavo. La Russia come patrono e protettore al posto degli Stati Uniti. E insieme, le due superpotenze anticamente nemiche, contro l’Europa, che entrambe vogliono indebolire: con l’Italia, anello debole in ogni caso (dell’Europa, dell’alleanza con gli Stati Uniti in chiave anti-europea, ma anche di un’eventuale alleanza con la Russia allo stesso scopo), che si presta a un gioco altrui. Continua a leggere

La discriminazione sottile: immigrati in Veneto

Dopo Lodi, anche il Veneto sceglie la discriminazione istituzionale, operata da chi – se facesse bene il suo lavoro – dovrebbe favorire i processi di integrazione.
Parliamo dei buoni scuola per i libri di testo: antipasto di altre politiche discriminatorie in preparazione. Per i quali gli stranieri, oltre all’Isee, dovrebbero portare documenti quasi impossibili da produrre, o comunque costosi da tradurre, per accedere alle agevolazioni. Fardello burocratico che ha scatenato una serie di polemiche. Bene ha fatto quindi il governatore Luca Zaia ad aprire alla possibilità dell’autocertificazione. Anche se il problema rischia di riproporsi in seguito.
Ma quale è il motivo di questa misura per gli stranieri? Una presunta discriminazione al contrario, degli italiani. Ben esemplificata dalla difesa della norma da parte di Luca Zaia: «Mi sembra normale, se uno ha un pozzo di petrolio ad Abu Dhabi è giusto che questo rientri nelle sue condizioni economiche. È una polemica sul nulla e il razzismo non c’entra». Ma se uno ha un pozzo di petrolio chiede i buoni libro? Siamo seri! Prendiamo i dati di Veneto Lavoro. Risulta che gli occupati stranieri in Veneto sono 354.000 (il 31% delle imprese venete ha almeno un dipendente straniero, ma sono il 69% di quelle con più di 15 dipendenti, e l’83% di quelle con oltre 100 dipendenti). Ebbene: che lavoro fanno? 66.210 sono badanti e colf, 27.537 facchini, 25.195 braccianti, oltre 78.000 sono operai non qualificati, 16.000 quelli specializzati, 15.000 gli edili, 11.600 sono personale non qualificato nel turismo, i camerieri sono 10.900,  gli autisti 11.300, gli addetti alle vendite 14.000 (solo con queste categorie superiamo le 267.000 unità). Il grosso degli altri è lavoratore autonomo: imprese di pulizie, bancarelle al mercato, ecc. Altro che petrolieri di Abu Dhabi! Inoltre gli stranieri guadagnano mediamente 7.500 euro l’anno meno degli autoctoni a parità di lavoro. E li carichiamo di costi e burocrazia in più? Come si chiama, questa, se non discriminazione?
Senza contare che si opera una sostanziale inversione dell’onere della prova. Se ci sono furbetti, si perseguano loro. Perché puntare il dito su un’intera categoria, gli stranieri, come se lo fossero per definizione? Perché poi, a guardare le dichiarazioni dei redditi dei veneti, di furbetti ci sarebbe sospetto anche altrove.
Ma la cosa più grave non è questa. E’ che si manda agli stranieri, attraverso un odioso messaggio che coinvolge i minori, inclusi quelli nati qui, un ulteriore segnale di rifiuto. Come dire, qui non siete benvenuti: vi sopportiamo, perché ci servite, ma sotto sotto non vi vogliamo. Un sentimento che rappresenta il Veneto politico, ma forse non quello reale. Dopo la legge anti-moschee: non vi lasciamo pregare perché la vostra religione non ci piace. Dopo le leggi ‘prima i veneti’, che pretendono quindici anni di residenza per poter accedere alle graduatorie di un sacco di beni scarsi (dagli asili agli aiuti ai disabili). E ora con i buoni libro. E domani con i buoni pasto a prezzo pieno, e altro ancora. E’ saggio? Conviene?
No, non è saggio. E, se non si capisce il linguaggio della giustizia, della correttezza, del rispetto sostanziale della norma (violata dalle istituzioni, non dagli stranieri), parliamo almeno quello dell’interesse, del portafoglio (anche se è triste ridursi sempre e solo a questo): non conviene. La popolazione in Veneto è in calo. Calano gli italiani, che muoiono in misura maggiore di quanto nascono, e in più hanno ripreso a emigrare (i dati appena visti sul lavoro spiegano che non è perché gli stranieri gli rubano il lavoro, ma perché non trovano lavori all’altezza del loro livello di studi). Ma calano anche gli stranieri. E se ne vanno quelli già integrati, magari appena acquisita la cittadinanza, e con essa la libera circolazione in Europa. Non stupisce: perché rimanere in una regione che ti dice continuamente, a modo suo, che non ti vuole? Ma la recessione demografica rischia di essere la premessa di quella economica: del resto, se un’impresa non trova manodopera, va altrove. Perché non lavorare per integrarla al meglio, allora, la manodopera che c’è e quella futura, invece di sbatterle continuamente in faccia una mal sopportata diversità? Rischiamo di pagarle care, domani, in termini economici, di mancata integrazione, di futuri conflitti sociali, le scelte elettoralistiche ma poco lungimiranti di oggi. Per le quali sapremo chi ringraziare. Ma sarà tardi.
Buoni libro: la lezione sbagliata, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 17 ottobre 2018, editoriale, p.1

I leader-bambini e l'infantilizzazione della politica

L’elettorato è sempre più anziano, i leader sempre più giovani, l’atteggiamento sempre più infantile. Potremmo riassumere così l’evoluzione, o l’involuzione, che si nota oggi nel mondo politico, non solo italiano. E non da oggi: con questo governo, è vero, ha toccato vertici mai visti. Ma il cambiamento è quantitativo, non qualitativo: quest’ultimo era iniziato già prima. Continua a leggere