La retorica dell’autonomia

L’autonomia, in questa regione, più che un obiettivo politico è sempre stata una retorica: una narrazione di successo, e per questo motivo molto utilizzata, ma troppo spesso priva di contenuto reale, buona da tirare fuori a giorni alterni a seconda delle convenienze del momento (specie in prossimità delle scadenze elettorali), e dimenticata per il resto dell’anno. Lo dimostrano anche le polemiche di questi giorni. Il Partito Democratico ha promosso un convegno sul tema, sostenendo che, visto che di autonomia tanto si parla ma poco si fa e ancor meno si ottiene, meglio chiedere l’autonomia solo sulle sette materie più facilmente gestibili a livello regionale (come ha fatto la pragmatica Emilia-Romagna, senza neanche bisogno di celebrare un referendum) – e che includono questioni importanti come politiche del lavoro, istruzione e formazione professionale, sostegno alle imprese, governo del territorio – che pretenderla su tutte e ventitré le competenze concorrenti e invocando la gestione dell’intero residuo fiscale (cosa che non ha fatto nemmeno la Lombardia, pure essa a trazione leghista), e ottenerla su zero. Come reagisce la Lega? Come troppo spesso è avvenuto. Ripetendo per bocca del suo capogruppo il suo mantra: o tutto o niente. Cioè, a tutt’oggi, niente.
Sono anni che si va avanti così. Da ben prima del mitico referendum, dal quale ci separano già quattro anni e mezzo: che avrebbe dovuto rappresentare una svolta storica (andate a riprendervi slogan e articoli di giornale dell’epoca), l’inizio della fine dell’odiato centralismo statale. E invece niente. Siamo al punto di partenza, forse anche un po’ più indietro: con meno convinzione, zero entusiasmo, e forse ancora meno argomenti che in passato, dato che tutti i messaggi troppo ripetuti e mai praticati finiscono per usurarsi, e trasformarsi, per l’appunto, in vuota retorica, in ipocrita attestazione di principio (un po’ come quando i genitori ci ripetono per anni sacri principi di comportamento che sono i primi a non mettere in pratica).
Ci sono molti motivi per cui questo è successo. E moltissimi sono in carico ai nemici dell’autonomia: lo stato che si muove con lentezza pachidermica (senza tuttavia apprezzabili differenze tra i momenti in cui gli alfieri dell’autonomia sono all’opposizione o al governo), le regioni del Sud che si oppongono per non perdere, oltre che dei privilegi, dei modi inerziali di governare il consenso, la contrarietà di burocrazie e corporazioni. Ma alcuni sono in carico alla responsabilità della classe politica di governo veneta, che ha incassato su questo un assegno in bianco, e della sua classe dirigente (produttiva e intellettuale, e anche politica di opposizione) che gliel’ha rilasciato, senza mai andare a vedere come e se è stato speso, il dividendo dell’autonomia. Se, oltre al consenso per chi se ne faceva alfiere, ha mai portato altro. E senza attivarsi in proprio per produrre dei risultati.
Certo, c’è una coscienza diffusa che sarebbe utile e necessaria. Ma forse perché obnubilati dalla eccessiva facilità con cui funzionava lo slogan, non si è mai andati oltre o sotto di esso, a cercare di riempirlo di contenuto. Ci sono alcuni bravi specialisti al lavoro, incontri tra delegazioni che ancora si svolgono. Ma niente che assomigli a una serie ben delineata e attuabile di proposte concrete. Non un quadro complessivo di previsioni e calcoli precisi di vantaggi e svantaggi, di costi e benefici, su cui poter discutere, accalorarsi, litigare. Non la formazione di un gruppo competente di esperti e decisori pubblici capaci di elaborare l’applicazione pratica di principi generici, e di discuterla con gli attori sociali coinvolti e le forme organizzate di società civile. Non la road map della fase di transizione, con l’individuazione di responsabilità e forme di controllo, ruoli decisionali e funzioni ispettive, tempi, modi e luoghi di partecipazione. Non una consultazione continua degli operatori dei vari settori per favorire la messa in pratica dei provvedimenti necessari, anticipandone gli scenari e i rischi (ci si prepara prima, non dopo, se si vuole affrontare una sfida nuova e difficile). Non una discussione pubblica e appassionata, convinta e coinvolgente, sul merito delle scelte da compiere. Ecco, si ricominci da qui: dal come, con chi, per fare cosa, in che modo – nel merito. È già tardi, ma meglio tardi che mai. O l’autonomia non sarà altro che quello che oggi sembra già essere diventata: l’ennesima occasione persa.

Autonomia, realtà e retorica, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 19 aprile 2022, editoriale, p.1

Salari, demografia, immigrazione. Perché nel turismo non si trova manodopera

Il ministro Garavaglia ha denunciato il danno provocato dal reddito di cittadinanza al comparto del turismo, in quanto farebbe concorrenza indiretta ai salari del settore, che non troverebbe – per questa ragione – manodopera disponibile. Prendiamo atto di questa tardiva critica a una legge approvata dal suo partito – la Lega, quando era nel governo Conte 1 con il Movimento 5 Stelle – in cambio della contestuale approvazione di Quota 100: entrambi provvedimenti catastrofici, per i loro costi e le loro conseguenze sul mercato del lavoro, scaricati sulle spalle del paese in cambio del premio dato a una clientela elettorale per ciascuno (leggi già immaginate allora come temporanee precisamente perché se ne conosceva il devastante impatto sui conti dello stato, per l’approvazione delle quali aspetteremo invano una parola di scuse). Il reddito di cittadinanza è stato sicuramente pensato male e applicato peggio: non come idea, ma per aver voluto mischiare due forme di intervento molto diverse (da un lato, la doverosa lotta alla povertà, che si era persino considerata, ipso facto, abolita; dall’altro la gestione dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro, naufragata nella grottesca vicenda dei navigator), finendo per affrontare male entrambe. Ma attribuirgli la difficoltà di reperimento di manodopera di un intero comparto appare eccessivamente autoindulgente.
Se il reddito di cittadinanza (sicuramente da riformare) è concorrenziale, significa che i salari del settore sono, mediamente, scandalosamente bassi. Ci si era abituati a una manodopera a disposizione abbondante e facilmente ricattabile, tanto più quando immigrata, che non c’è più, per due ragioni. La prima è che si è rimpicciolito il bacino disponibile, per questioni demografiche (è un quarto di secolo che abbiamo più morti che nati, ma ce ne accorgiamo solo oggi vedendone l’effetto nel calo della forza lavoro) e perché sono diminuite le migrazioni anche regolari (contro le quali il partito del ministro si è battuto con successo: ma se non ci sono immigrazioni sostitutive della forza lavoro non nata, la manodopera, semplicemente, non c’è). La seconda è che dopo il lockdown, con l’inaspettata potente spinta alla crescita che c’è stata, molti, sia italiani che immigrati, che prima galleggiavano precariamente nel turismo, con lavori stagionali, hanno cominciato ad essere regolarmente assunti nell’industria, come operai, con salari migliori e maggiori garanzie: il che dovrebbe spingere a domandarsi perché salari e condizioni di lavoro non sono attrattive. Quest’ultimo punto è volentieri omesso dagli operatori del settore. Nel turismo orari e turni sono spesso molto pesanti, ma il riconoscimento economico non è lontanamente proporzionale: in più (e nessuno faccia finta di cadere dalle nuvole) vi sono vasti ambiti di lavoro grigio (alcune ore pagate regolarmente, altre no). Trattandosi di lavoro fatto in trasferta, una parola va spesa sulle condizioni alloggiative del personale: talvolta indecenti perfino per chi le offre (che tuttavia non ha il problema di dovercisi adattare). Certo, non si deve generalizzare: ma il problema è notorio. E in un settore in cui la customer satisfaction è cruciale, non ci si possono aspettare sorrisi ed empatia nei confronti del cliente, se il personale è a sua volta scontento. La sua insoddisfazione, e a maggior ragione la sua mancanza, si pagano anche nel lungo periodo: se il cliente ha ricevuto un cattivo servizio una volta, tenderà ad andare e a fidelizzarsi altrove negli anni successivi.
Questo insieme di scelte è dovuto all’arretratezza di parte del settore, che in origine era a basso valore aggiunto: ma oggi è meno vero, e il capitale umano diventa cruciale. Per questo la parte innovativa del settore, che per fortuna c’è, dovrebbe combattere l’offerta predatoria di alcuni, anche perché ne paga un prezzo in reputazione, che non ricade solo sul singolo albergatore o ristoratore, ma sul territorio. Il Veneto è sicuramente messo meglio rispetto alle altre regioni d’Italia: ma se il termine di confronto si sposta verso altre mete all’estero, si rischia di scoprire che la sempre vantata crescita veneta è percentualmente inferiore a quella di molti concorrenti. E allora qualche riflessione va fatta. Senza tirare in ballo la comoda scusa del reddito di cittadinanza.

Il reddito peggiore del reddito. Il caso stagionali, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 14 aprile 2022, editoriale, p.1

Contro il pacifismo a parole, per una nonviolenza attiva: una proposta

cliccando di seguito, l’articolo originale: Avvenire1422

La distinzione troppo manichea tra pacifisti e guerrafondai, tra sostenitori delle ragioni delle armi e oppositori del loro uso, tra chi è favorevole all’aumento delle spese militari e chi vorrebbe una loro diminuzione, rischia di essere fuorviante. Bisogna uscire da questa logica binaria, da questa contrapposizione troppo facile. Non è pacifista chi si dice a favore della pace, ma chi fa qualcosa di concreto per produrre pace. Non è guerrafondaio chi sostiene che gli ucraini hanno il diritto di difendersi dall’aggressore anche con le armi, ma chi pensa che le armi siano l’unico modo per reagire all’aggressione russa. E, infine, il problema non è quanto, ma come si spende: se aumentassimo le spese militari per organizzare un esercito di attivisti esperti nelle forme di difesa popolare nonviolenta, di resistenza e di boicottaggio, oltre che nell’uso delle armi come extrema ratio, si tratterebbe di denari spesi bene, utili in tempo di pace e per preparare la pace, oltre che in tempo di guerra.
Chi si considera nonviolento non è un’anima bella che immagina un mondo ideale privo di conflitti, e si sottrae persino all’idea di prendere posizione di fronte ad essi. Il nonviolento vede con chiarezza la dinamica dei conflitti, prende una posizione ferma contro l’ingiustizia, contro l’aggressore e dalla parte dell’aggredito, ma cerca tutti i mezzi possibili per scongiurare un’inutile escalation del conflitto, esplorando le possibili soluzioni precedenti e alternative alla guerra.
Sono un antico obiettore di coscienza. Per me impugnare le armi non è un’opzione. Credo che in molte situazioni (ma ho l’onestà di dire: non in tutte) sia possibile trovare mezzi diversi, e persino più efficaci, per combattere un nemico, un aggressore, rispetto all’uso della stessa forza che sta usando lui. Ma ho sempre pensato che questo valga per la mia coscienza. E non implica che sia sbagliato, o moralmente ingiustificabile, rispondere alla violenza difendendosi anche usando la violenza, da parte di chiunque. Tanto meno presuppone una superiorità morale di chi rifiuta di combattere, rispetto a chi sceglie di lottare: al contrario, bisogna riconoscere la virtù o il coraggio di chi si ribella all’imposizione, pagandone il prezzo, in qualsiasi modo lo faccia.
Credo che di fronte a un’aggressione plateale e ingiustificata come quella russa nei confronti dell’Ucraina sia necessario prendere una posizione chiara ed esplicita a fianco dell’Ucraina. Questo, da fuori, può essere fatto in tre modi, tra loro compatibili e non mutuamente escludentisi: a) inviando armi a chi ritiene di dover combattere contro la prepotenza dell’esercito russo, costringendolo a trattare da una posizione di non totale asservimento e dunque debolezza della parte aggredita; b) aiutando la popolazione civile con supporto materiale e morale, come fanno le ONG e le organizzazioni di cooperazione impegnate nella risposta all’emergenza umanitaria, ma anche come ha fatto l’Unione Europea imponendo sanzioni e sequestrando patrimoni di sostenitori del regime russo, e boicottando attivamente le istituzioni dell’aggressore, come fa Anonymous; c) aiutando tutte le persone sfollate a trovare una nuova casa a casa nostra. Non fare nulla, tanto più in nome del pacifismo, non è accettabile.
Nessuna opposizione alla guerra è credibile se non si paga un prezzo personale e non si attiva una testimonianza diretta. Chi combatte come partigiano lo fa costruendo la resistenza armata, e chi vuole sostenere la resistenza armata senza combattere in prima persona, anche per non allargare il conflitto ad altri fronti, lo fa inviando armi. Chi combatte usando l’arma economica e la moral suasion, lo fa con le risoluzioni dell’ONU, sanzioni che producono un costo anche su chi le dichiara, l’isolamento internazionale dell’aggressore, il supporto al dissenso interno, la promozione di tavoli di trattativa che manifestino un sostegno attivo all’aggredito, aprendo tuttavia a soluzioni praticabili per terminare il conflitto prima possibile, riducendo le sofferenze della popolazione civile e cercando di limitare quelle dei soldati di ambo le parti. Chi aiuta i profughi a trovare una sistemazione, manifestando così concretamente la propria solidarietà, combatte per così dire su un fronte interno, alla propria coscienza e al proprio paese.
Ma forse si può fare un passo ulteriore. I cittadini comuni che vogliono sostenere la causa dell’aggredito in maniera pacifica non hanno altra arma che se stessi. Possono manifestare sostegno alle scelte fatte dai propri governi, anche se implicano un costo pure per sé. Possono impegnarsi attivamente per promuovere discussione e consapevolezza, senza abdicare mai al dovere di sostenere le ragioni dell’aggredito contro l’aggressore: in maniera equilibrata, ma non equidistante. Possono finanziare gli aiuti personalmente, o attivarsi direttamente nella solidarietà e nell’ospitalità. Ma credo che potrebbero fare anche altro.
Siamo contro il conflitto? Ci crediamo davvero? Siamo pronti a pagare un prezzo, a fare dei sacrifici, per questo? Siamo, davvero, credibilmente, contro la guerra e a favore della pace? Testimoniamolo. La sola altra arma che abbiamo – se vogliamo che tacciano altre armi – è il nostro corpo. Usiamolo: non in alternativa alle altre forme di lotta e resistenza, ma al contrario in collegamento e in collaborazione con esse – come un’arma ulteriore a disposizione dei resistenti e, perché no, dei governi. Andiamo a praticarla, questa solidarietà, questo impegno attivo contro la guerra e contro l’ingiustizia: con una grande marcia della pace (ma non a casa propria: troppo facile!) che coinvolga milioni di cittadini europei, che si mettano in cammino verso l’Ucraina, e poi verso la Russia (ma anche dentro l’Ucraina, e dentro la Russia, per quanto possibile). In maniera organizzata. Sostenuti dalla logistica pacifica dei governi e delle organizzazioni della solidarietà transnazionale. Ma disposti a correre dei rischi, come li corre chi combatte. Mettendo in conto la possibilità di essere attaccati: e non fermandosi al primo morto, come non lo fa la resistenza armata. Sfidando le bombe con la civiltà e la forza del dialogo e della testimonianza personale, ma moltiplicata per milioni: una pacifica forza di interposizione, un impegno attivo ma non bellicista e belligerante. Non i caschi blu, ma nemmeno le bandiere bianche di chi si arrende. Il solo pacifismo moralmente accettabile, perché assunto in proprio, non scaricato sulle spalle e sulla pelle degli altri.

Guerrafondai e pacifisti a parole? No, grazie.La nonviolenza attiva faccia un passo avanti, in “Avvenire”, 1 aprile 2022, p.1-3

Il prezzo del pacifismo. In marcia per l’Ucraina. E altre cose necessarie da fare

Idee
Il prezzo del pacifismo
di Stefano Allievi

#pacifismoannozero, l’intervento del sociologo e animatore sociale: «Non è pacifista chi si dice a favore della pace, ma chi fa qualcosa di concreto per produrre pace. Nessuna opposizione alla guerra è credibile se non si paga un prezzo personale e non si attiva una testimonianza diretta. Che rischi siamo disposti a correre?»

La distinzione troppo manichea tra pacifisti e guerrafondai, tra sostenitori delle ragioni delle armi e oppositori del loro uso, tra chi è favorevole all’aumento delle spese militari e chi vorrebbe una loro diminuzione, rischia di essere fuorviante. Bisogna uscire da questa logica binaria, da questa contrapposizione troppo facile. Non è pacifista chi si dice a favore della pace, ma chi fa qualcosa di concreto per produrre pace. Non è guerrafondaio chi sostiene che gli ucraini hanno il diritto di difendersi dall’aggressore anche con le armi, ma chi pensa che le armi siano l’unico modo per reagire all’aggressione russa. E, infine, il problema non è quanto, ma come si spende: se aumentassimo le spese militari per organizzare un esercito di attivisti esperti nelle forme di difesa popolare nonviolenta, di resistenza e di boicottaggio, oltre che nell’uso delle armi come extrema ratio, si tratterebbe di denari spesi bene, utili in tempo di pace e per preparare la pace, oltre che in tempo di guerra.

Chi si considera nonviolento non è un’anima bella che immagina un mondo ideale privo di conflitti, e si sottrae persino all’idea di prendere posizione di fronte ad essi. Il nonviolento vede con chiarezza la dinamica dei conflitti, prende una posizione ferma contro l’ingiustizia, contro l’aggressore e dalla parte dell’aggredito, ma cerca tutti i mezzi possibili per scongiurare un’inutile escalation del conflitto, esplorando le possibili soluzioni precedenti e alternative alla guerra.

Sono un antico obiettore di coscienza. Per me impugnare le armi non è un’opzione. Credo che in molte situazioni (ma ho l’onestà di dire: non in tutte) sia possibile trovare mezzi diversi, e persino più efficaci, per combattere un nemico, un aggressore, rispetto all’uso della stessa forza che sta usando lui. Ma ho sempre pensato che questo valga per la mia coscienza. E non implica che sia sbagliato, o moralmente ingiustificabile, rispondere alla violenza difendendosi anche usando la violenza, da parte di chiunque. Tanto meno presuppone una superiorità morale di chi rifiuta di combattere, rispetto a chi sceglie di lottare: al contrario, bisogna riconoscere la virtù o il coraggio di chi si ribella all’imposizione, pagandone il prezzo, in qualsiasi modo lo faccia.

Credo che di fronte a un’aggressione plateale e ingiustificata come quella russa nei confronti dell’Ucraina sia necessario prendere una posizione chiara ed esplicita a fianco dell’Ucraina. Questo, da fuori, può essere fatto in tre modi, tra loro compatibili e non mutuamente escludentisi:

a) inviando armi a chi ritiene di dover combattere contro la prepotenza dell’esercito russo, costringendolo a trattare da una posizione di non totale asservimento e dunque debolezza della parte aggredita;
b) aiutando la popolazione civile con supporto materiale e morale, come fanno le ONG e le organizzazioni di cooperazione impegnate nella risposta all’emergenza umanitaria, ma anche come ha fatto l’Unione Europea imponendo sanzioni e sequestrando patrimoni di sostenitori del regime russo, e boicottando attivamente le istituzioni dell’aggressore, come fa Anonymous;
c) aiutando tutte le persone sfollate a trovare una nuova casa a casa nostra. Non fare nulla, tanto più in nome del pacifismo, non è accettabile.
Nessuna opposizione alla guerra è credibile se non si paga un prezzo personale e non si attiva una testimonianza diretta. Chi combatte come partigiano lo fa costruendo la resistenza armata, e chi vuole sostenere la resistenza armata senza combattere in prima persona, anche per non allargare il conflitto ad altri fronti, lo fa inviando armi. Chi combatte usando l’arma economica e la moral suasion, lo fa con le risoluzioni dell’ONU, sanzioni che producono un costo anche su chi le dichiara, l’isolamento internazionale dell’aggressore, il supporto al dissenso interno, la promozione di tavoli di trattativa che manifestino un sostegno attivo all’aggredito, aprendo tuttavia a soluzioni praticabili per terminare il conflitto prima possibile, riducendo le sofferenze della popolazione civile e cercando di limitare quelle dei soldati di ambo le parti. Chi aiuta i profughi a trovare una sistemazione, manifestando così concretamente la propria solidarietà, combatte per così dire su un fronte interno, alla propria coscienza e al proprio Paese.

Ma forse si può fare un passo ulteriore. I cittadini comuni che vogliono sostenere la causa dell’aggredito in maniera pacifica non hanno altra arma che se stessi. Possono manifestare sostegno alle scelte fatte dai propri governi, anche se implicano un costo pure per sé. Possono impegnarsi attivamente per promuovere discussione e consapevolezza, senza abdicare mai al dovere di sostenere le ragioni dell’aggredito contro l’aggressore: in maniera equilibrata, ma non equidistante. Possono finanziare gli aiuti personalmente, o attivarsi direttamente nella solidarietà e nell’ospitalità. Ma credo che potrebbero fare anche altro.

Siamo contro il conflitto? Ci crediamo davvero? Siamo pronti a pagare un prezzo, a fare dei sacrifici, per questo? Siamo, davvero, credibilmente, contro la guerra e a favore della pace? Testimoniamolo. La sola altra arma che abbiamo – se vogliamo che tacciano altre armi – è il nostro corpo. Usiamolo: non in alternativa alle altre forme di lotta e resistenza, ma al contrario in collegamento e in collaborazione con esse – come un’arma ulteriore a disposizione dei resistenti e, perché no, dei governi. Andiamo a praticarla, questa solidarietà, questo impegno attivo contro la guerra e contro l’ingiustizia: con una grande marcia della pace (ma non a casa propria: troppo facile!) che coinvolga milioni di cittadini europei, che si mettano in cammino verso l’Ucraina, e poi verso la Russia (ma anche dentro l’Ucraina, e dentro la Russia, per quanto possibile). In maniera organizzata. Sostenuti dalla logistica pacifica dei governi e delle organizzazioni della solidarietà transnazionale. Ma disposti a correre dei rischi, come li corre chi combatte. Mettendo in conto la possibilità di essere attaccati: e non fermandosi al primo morto, come non lo fa la resistenza armata. Sfidando le bombe con la civiltà e la forza del dialogo e della testimonianza personale, ma moltiplicata per milioni: una pacifica forza di interposizione, un impegno attivo ma non bellicista e belligerante. Non i caschi blu, ma nemmeno le bandiere bianche di chi si arrende. Il solo pacifismo moralmente accettabile, perché assunto in proprio, non scaricato sulle spalle e sulla pelle degli altri.

Il prezzo del pacifismo, in “Vita”, 31 marzo 2022

Ucraina: cosa possiamo fare da qui? Contro l’ingiustizia. Per la pace. Nel concreto.

La tragedia è loro, non nostra. Ma qualcosa possiamo fare anche da qui. Innanzitutto uscire dalle contrapposizioni interne, come quella, fasulla, tra pacifisti e guerrafondai. Non è pacifista chi si dice a favore della pace, ma chi fa qualcosa di concreto per produrre pace. Non è guerrafondaio chi sostiene che gli ucraini hanno il diritto di difendersi dall’aggressore anche con le armi, ma chi pensa che le armi siano l’unico modo per reagire all’aggressione russa. Anche chi si ritiene nonviolento non è un’anima bella che immagina un mondo ideale privo di conflitti. Il nonviolento vede con chiarezza la dinamica dei conflitti, prende una posizione ferma contro l’ingiustizia, contro l’aggressore e dalla parte dell’aggredito, ma cerca tutti i mezzi possibili per scongiurare un’inutile escalation del conflitto, esplorando le possibili soluzioni alternative.
Di fronte a un’aggressione plateale e ingiustificata come quella russa nei confronti dell’Ucraina è necessario prendere una posizione chiara ed esplicita. Questo, da fuori, può essere fatto in tre modi, tra loro compatibili e non mutuamente escludentisi: a) inviando armi a chi ritiene di dover combattere contro la prepotenza dell’esercito russo, costringendolo a trattare da una posizione di non totale asservimento e dunque di debolezza; b) aiutando la popolazione civile con supporto materiale e morale, come fanno le ONG e le organizzazioni di cooperazione impegnate nella risposta all’emergenza umanitaria (anche con il nostro personale sostegno), ma anche come ha fatto l’Unione Europea imponendo sanzioni e sequestrando patrimoni di sostenitori del regime russo, e boicottando attivamente le istituzioni dell’aggressore, come fa Anonymous; c) aiutando tutte le persone sfollate a trovare una nuova casa a casa nostra. Non fare nulla, tanto più in nome di un vago e generico pacifismo, che finisce inevitabilmente per assomigliare all’indifferenza morale, e senza pagare di persona, non è un’opzione. Non serve a nulla, e gratifica solo i nostri ideologici solipsismi. Le tre modalità di azione evidenziate hanno il merito di uscire da questa trappola, coinvolgendoci direttamente, attraverso il prezzo che paghiamo.
a) Chi combatte come partigiano lo fa costruendo la resistenza armata, e chi vuole sostenere la resistenza armata senza combattere in prima persona, anche per non allargare il conflitto ad altri fronti, lo fa inviando armi e collaborando logisticamente a questa impresa, ciò che implica dei costi, economici e politici. b) Chi combatte usando l’arma economica e la moral suasion, lo fa con le risoluzioni dell’ONU, sanzioni che producono un costo anche su chi le dichiara, l’isolamento internazionale dell’aggressore, il supporto al dissenso interno, la promozione di tavoli di trattativa che manifestino un sostegno attivo all’aggredito, aprendo tuttavia a soluzioni praticabili per terminare il conflitto prima possibile, riducendo le sofferenze della popolazione civile e cercando di limitare quelle dei soldati di ambo le parti. c) Chi aiuta i profughi a trovare una sistemazione, manifestando così concretamente la propria solidarietà, combatte per così dire su un fronte interno al proprio paese, condividendo con altri, bisognosi di aiuto, le proprie risorse.
Un’ulteriore battaglia che si può combattere, forse, è quella per un’informazione corretta. Immedesimarsi (anche nelle ragioni dell’altro, ma senza farle proprie), prendere parte, assumere posizioni pubbliche, aiutare gli altri a farsi un’idea e sollecitare all’impegno. Collaborando con chi fa. Sostenendo le scelte fatte dai propri governi, anche se implicano un costo pure per sé. Impegnandosi attivamente per promuovere discussione e consapevolezza, senza abdicare mai al dovere di sostenere le ragioni dell’aggredito contro l’aggressore: in maniera equilibrata, ma non equidistante. Non arrendersi all’inutilità dello spettatore, e alla vacuità della discussione da talk show: interessata spesso a esibire narcisisticamente le proprie opinioni, e non veramente a contribuire a risolvere i problemi. Che deve essere la priorità, se crediamo davvero a quello in cui diciamo di credere.

Ucraina, che fare da qui, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 27 marzo 2022, editoriale, p.1

Accoglienza profughi ucraini: non ripetere gli errori del passato

L’arrivo in poche settimane di quelle che saranno a breve decine di migliaia, e tra non molto forse centinaia di migliaia, di profughi ucraini in fuga, ci costringe a rivedere le nostre modalità di accoglienza: e, forse, anche i principi in base ai quali è stata praticata in passato.
Stavolta conta l’aspetto emotivo: per ora favorevole all’accoglienza, sulla base della drammaticità di quanto sta accadendo, del fatto che ci sentiamo (e siamo) fisicamente vicini alla guerra, del fatto che si tratta di europei (bianchi e cristiani: meglio essere espliciti fino in fondo) e li percepiamo come tali (quindi non è facile inventarsi comode scuse per essere contro o sentirsi diversi da loro), e infine del fatto che la presenza di una radicata comunità ucraina in Italia di 250mila persone ci costringe, in qualche modo, a una vicinanza personale. Può spiacere che in altri casi sia percepita una profonda distanza, ed è giusto indagarne i motivi, ma qui ci limitiamo a prenderne atto. Sapendo che l’emotività accogliente non durerà a lungo: già sono presenti, e si rafforzeranno, le voci critiche di chi dice “ma i nostri? perché questi ci passano davanti?”, da parte di italiani in situazione critica ma anche di stranieri arrivati in precedenti ondate (“perché loro li aiutate e noi no?”).
Detto questo, vediamo cosa fare e soprattutto non fare. Molta di questa migrazione si sente temporanea: le persone sfollate da noi, in gran parte donne e bambini, vorrebbero tornare a casa, appena possibile. Ma molte di queste propensioni al rientro sono illusorie, come per tutte le prime generazioni di migranti, e i più si installeranno definitivamente qui, raggiunti eventualmente, un domani, da coniugi e familiari sopravvissuti ai combattimenti, quando la guerra finirà. Bisogna dunque parlare di integrazione, non di accoglienza. Occorrono luoghi e strumenti per l’emergenza e i bisogni primari: avere un tetto per dormire, da mangiare e di che vestirsi (nonché supporto medico, non solo per le vaccinazioni, e psicologico); ma occorre anche un rapidissimo e professionale insegnamento della lingua italiana e inserimento scolastico per i piccoli, e nel mondo del lavoro per gli adulti (e una rapidissima consegna di documenti di soggiorno: già decisa, ma che la burocrazia delle Questure ritarderà, come sempre successo). Il contrario di quanto accaduto in passato, anche perché – a seguito di una narrazione popolarizzata ai tempi di Salvini al ministero degli interni – il governo Conte 1 ha tagliato i contributi per le spese di integrazione, quasi fossero superflue, abbassando le diarie conseguenti. È lecito esprimere una parola di rammarico anche per aver chiuso in quell’epoca molti SPRAR gestiti dai comuni, così che oggi quegli stessi comuni sono costretti a riattivare frettolosamente dei CAS (i Centri di accoglienza straordinaria) che inevitabilmente funzioneranno peggio.
A vantaggio dell’integrazione gioca il fatto che molti sono accolti in case private, da loro connazionali o da italiani. Questi meccanismi, come accaduto anche per i corridoi umanitari, facilitando l’attivazione di efficaci reti di solidarietà, favoriscono i meccanismi di integrazione, di conoscenza del territorio, di inserimento lavorativo, in tempi più rapidi rispetto all’accoglienza gestita dalle autorità locali o peggio dalle grandi agenzie d’intervento: ma occorre trovare il modo di finanziare e sostenere logisticamente, anche attraverso servizi comuni (ad esempio di apprendimento della lingua) queste reti, in tempi rapidi e con risorse adeguate. Il lavoro dell’integrazione non può essere lasciato sulle spalle di famiglie che già si attivano con generosità, in un contesto peraltro di aumento dei costi e quindi di maggiori difficoltà per tutti.
Un argomento di rilievo, ed è bene spiegarlo sin da ora alla pubblica opinione, è che in realtà questo arrivo, per quanto spiacevole nelle sue motivazioni e drammaticamente rapido nelle sue modalità, si mostrerà nel medio ma anche nel breve termine un vantaggio complessivo per il sistema Italia. Ricordiamo che veniamo da oltre un ventennio di saldo demografico negativo (più morti che nati, con un invecchiamento della popolazione che è il peggiore d’Europa, con contestuale caldo della forza lavoro e del numero di bambini), che ha raggiunto negli ultimi due anni la cifra record di oltre 400mila persone l’anno in meno (l’equivalente di una città come Bologna), aggravato dal fatto che fin dagli ultimi anni pre-Covid era negativa anche la bilancia migratoria, con più partenze che arrivi. La presenza di nuovi membri della società, giovani e pure acculturati (la percentuale di laureati sulla popolazione è maggiore in Ucraina che in Italia), si rivelerà dunque preziosa. Un aspetto che avremmo dovuto capire da molti anni anche con le migrazioni da altrove (con livello di istruzione più basso, è vero: ma per una richiesta di lavoratori in gran parte non professionalizzati, dalle colf ai manovali, dai braccianti agli addetti alle pulizie e magazzinaggio), ma che avremo la possibilità di introiettare oggi, che le sirene della xenofobia, di fronte a questa tragedia (non è stato così per i morti in mare), sono state opportunamente tacitate anche da parte di chi se ne è fatto alfiere in passato.

Più integrazione che accoglienza, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto” e “Corriere di Bologna”, 22 marzo 2022, editoriale, p.1

Scuola, social network, e alfabetizzazione digitale. È urgente una formazione specifica. Per i docenti, prima che per gli studenti.

Le storie individuali possono servire ad approfondire un problema più ampio e diffuso. È questo lo spirito con cui va letto il caso dell’insegnante che, dopo aver dato 1 al tema di un alunno che ha copiato da internet, ha pensato bene di postare parte del tema, il voto e le sue considerazioni in proposito, su Facebook.
In questione non è il voto: la preside conferma che il regolamento didattico prevede l’1 in caso di copiatura. Altri insegnanti o istituti avrebbero probabilmente scelto diversamente, e c’è sempre un certo grado di discrezionalità del docente nella scelta del voto, ma quel che conta è lo scopo punitivo, e dissuasivo: in sé comprensibile, anche se ne potremmo opinare l’utilità, in favore di altri strumenti, più pedagogicamente articolati.
Il problema sta nella pubblicizzazione, e nell’uso maldestro dei social network, privi della necessaria minimale alfabetizzazione digitale. Platealmente dimostrata dall’insegnante prima nel difendere la propria scelta, e poi nel reiterare la dose, aggiungendo, per giustificarsi: “l’alunno ha 20 anni e frequenta l’ultimo anno. Tra tre mesi dovrà affrontare l’Esame di Stato e successivamente cercarsi un lavoro. Ebbene, ha copiato un tema svolto da internet. Gli errori di sintassi o di grammatica hanno valore relativo di fronte a fatti di questa gravità. Non stiamo parlando di un adolescente fragile, ma di un adulto incapace di prendersi delle responsabilità”. Con ciò informandoci che l’alunno è pluribocciato, che ha pure fatto errori di sintassi e grammatica, e per giunta è “un adulto incapace di prendersi delle responsabilità”. Giusto per capire la gravità della cosa, immaginiamola a parti invertite: detta di noi da un nostro superiore, o detta di nostro figlio, senza mediazioni. Mostrando una totale mancanza di comprensione del funzionamento del mezzo che si sta usando. Che riguarda molti altri.
È infatti uno sport abbastanza diffuso, anche tra colleghi universitari, quello di usare i social network, e in particolare Facebook (di per sé già un mezzo da boomer, obsoleto e riconducibile a una fascia d’età abbastanza precisa – grosso modo, il mondo degli adulti, dato che i giovani hanno trasmigrato altrove), come sfogatoio, e anche per ironizzare sui ragazzi e le loro performance in classe o agli esami: la quantità di respinti a un appello, una certa maligna soddisfazione nel raccontare un episodio di crassa ignoranza, o nel compilare un intero stupidario delle risposte più ridicole a una domanda di qualche tipo.
Per un insegnante c’è l’ulteriore cautela del ruolo educativo e di riferimento che si svolge, che dovrebbe aiutarlo a contenersi, anche quando non parla di scuola. Ma il problema è più generale: l’incapacità di comprendere che i social network sono pubblici, visibili, non limitati a una cerchia ristretta, e non equivalgono dunque a una chiacchierata tra amici. Persino una chat chiusa di Whatsapp è in realtà aperta: perché un dispositivo può capitare in mano altrui anche senza la volontà che ciò accada, e perché comunque un messaggio può essere facilmente condiviso senza che noi lo sappiamo. Figuriamoci Facebook, Twitter, e altre diavolerie collettive. Non possono e non debbono dunque essere utilizzati come se fossimo tra quattro mura: il tenore dei messaggi, il loro stesso contenuto, andrebbe controllato e misurato con cautela, come se si trattasse di un discorso pubblico, semmai. Invece moltissimi adulti lo usano menando fendenti virtuali – come Napalm 51, il personaggio di Crozza che si indigna con tutti sparando complotti a vanvera sulla tastiera, di cui ridiamo perché in realtà è facile identificarcisi – o con atti di sostanziale bullismo digitale, come nel caso da cui siamo partiti. Senza nemmeno avere consapevolezza che di questo si tratta. L’ironia ulteriore è che sono le stesse critiche di cui facciamo oggetto i ragazzi e il loro uso dei social, senza accorgerci che noi abbiamo spesso ancora meno strumenti di loro, che nel mondo digitale ci sono nati: noi adulti, come tutti gli immigrati in un mondo nuovo, siamo spesso ancora più spaesati, talvolta incapaci di capire le regole di un gioco che pratichiamo senza che nessuno ce l’abbia veramente mai insegnato. Ecco perché l’alfabetizzazione digitale (morale, prima che tecnica) dovrebbe essere materia di studio. In primo luogo per chi insegna.

Anche i docenti a lezione di social, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 17 marzo 2022, editoriale, p. 1

I giovani e la guerra. Generazioni a confronto.

“Non pensavo che avrei visto anche una guerra”. Così, dopo due anni di pandemia, di lockdown, di didattica a distanza, di isolamento sociale, di prospettive depressive, di pessimismo diffuso, di catastrofismo incipiente, mi ha detto un sedicenne – nella fattispecie, mio figlio. L’invasione dell’Ucraina, la brutalità della guerra, la paradossale umanità che mostra, facendo emergere sentimenti primari, scelte radicali, obblighi di identificazione (domandarsi cosa si farebbe al loro posto, nella loro situazione), riflessioni sul destino, vita e morte, ha effetti anche sugli altri, di giovani.
Quelli ucraini, in prima fila, volontari per combattere, o fuggiaschi verso Occidente per portare in salvo le famiglie, neanche loro si aspettavano di dover vedere una guerra. Avevano vinto l’indipendenza, rovesciato un regime corrotto, conquistato la loro primavera. Avevano quindi la speranza dello sviluppo, della libertà e della democratizzazione, in un paese poverissimo ma colto e orgoglioso: probabilmente si consideravano in salvo, destinati a un futuro radioso. E invece…
I nostri giovani, con minore drammaticità, ma forse con non minore consapevolezza, si ritrovano anche loro a rimettere in questione un ordine costituito che tanto ordinato non è, una giustizia sociale internazionale che tanto giusta non si è mostrata. Abituati a confrontarsi seriamente con problemi globali drammatici, che le generazioni che li hanno preceduti, i loro padri e le loro madri, hanno creato, e di cui non sono stati capaci di gestire gli effetti negativi – mi riferisco agli equilibri ecologici, al cambiamento climatico, alla consapevolezza dell’interconnessione di tutto – non hanno avuto maestri, e si sono dovuti creare le loro proprie guide, i loro propri leader. Che mostrano una consapevolezza maggiore di molti tra i loro genitori, figli invece del baby boom, di adolescenze protette e protratte (alcune ormai potremmo chiamarle adultescenze), di scoperte, di desideri esauditi, di miglioramenti percepiti: la possibilità di viaggiare, la libertà sessuale, una crescente disponibilità economica. Tutto il contrario di quello che vivono gli adolescenti di oggi, di quello che hanno sperimentato in questi anni: la chiusura tra le mura di casa, la mancanza di libertà e anzi l’obbligo di distanziamento sociale, orizzonti economici che si restringono.
Forse è per questo che vediamo genitori equidistanti, vagamente e genericamente pacifisti, “né con Putin né con la NATO”, viziati dal loro stesso benessere e dai privilegi acquisiti, che non vogliono accettare di mettere in questione (per quanto alcuni possano stare male, i loro figli, con certezza, staranno peggio: mentre i giovani che sono stati avevano la concreta speranza di stare meglio). Con maggiore consapevolezza delle cose, sembra, i ragazzi di oggi stanno con la radicalità delle scelte, e la capacità di prendere posizione. Mi ha colpito, in questi giorni, una foto di Greta Thunberg, attivista globale: in una mano un cartello per ricordare i “Fridays for future”, nell’altra uno con scritto “Stand with Ukraine”. Nessuna ambiguità, la capacità di riconoscere e distinguere il giusto dall’ingiusto, la voglia di schierarsi per il primo contro il secondo, lottando. Certo, non è tutto in bianco e nero: abbiamo anche genitori consapevoli e figli irresponsabili. Ma l’impressione, sgradevole, di una diversa consapevolezza e diremmo moralità, che è anche generazionale, resta.
Ecco allora che questa riflessione – “Non pensavo che avrei visto anche una guerra” – diventa una dolente, realistica constatazione: non siamo in salvo, non ci hanno protetti, dobbiamo trovare noi la soluzione, impegnarci per cambiare – radicalmente. Nessuno si salva da solo. E non solamente siamo tutti connessi: tutto è connesso, anche temi che sembrano lontani tra loro. La giustizia ambientale, e quella sociale. Il consumismo e la geopolitica. La libertà personale e le relazioni internazionali. Il diritto di fuga e il dovere di accoglienza. La sovranità nazionale e l’hackeraggio senza confini. Anonymous e l’Unione Europea. “Fridays for future” e “Stand with Ukraine”.

La guerra e I giovani, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, “Corriere di Verona”, “Corriere di Bologna”, “Corriere del Trentino”, “Corriere dell’Alto Adige”, 12 marzo 2022, editoriale, p.1

Guerra in Ucraina e russi d’Italia. Riflessi sul fronte interno.

Abbiamo parlato molto degli ucraini in Italia. E di come la loro presenza ci aiuti ad avere maggiore consapevolezza di cosa significa la guerra, questa guerra: anche per noi. Del dolore che provoca. Delle reazioni che innesca. Ma la globalizzazione è trasversale. Da noi ci sono 225mila ucraini. Ma anche 40mila russi. E nelle nostre scuole ci sono 20mila ragazzi e ragazze ucraini, e oltre 4mila russi. Dobbiamo evitare di cadere nella trappola di considerare amici gli uni e nemici gli altri. Sono tutti innocenti, gli uni e gli altri. Non c’entrano con la guerra, né gli uni né gli altri. Ne sono vittime: tutti.
Il conflitto ci chiama sempre allo schieramento: stare con gli uni o con gli altri. La guerra, che è un conflitto all’ennesima potenza, ci chiede ancora con maggiore forza: con chi stiamo? Siamo chiamati a rispondere: ma senza cadere nella trappola del bellicismo. Noi, che non siamo direttamente coinvolti, ancora meno delle parti in causa.
Con chi stiamo? Con la vittima, certamente. Con l’aggredito. Che in questo caso è senza ombra di dubbio il libero stato sovrano dell’Ucraina, invaso dai carri armati russi. Stiamo oggi con l’Ucraina come nel ’68 stavamo con Praga, invasa dai carri armati sovietici, con gli studenti di piazza San Venceslao, con Jan Palach. Lo ricordo bene, perché avevo solo dieci anni, ma quelle immagini, quelle fotografie che ritagliavo dalle pagine del “Corriere della sera” e appendevo sull’armadio di camera mia, sono state la molla della mia socializzazione politica. Ho pianto allora, bambino, come piango oggi, da adulto. Ma oggi abbiamo una consapevolezza diversa. Oggi abbiamo potuto e saputo reagire. E nel frattempo, il mondo è cambiato. Queste cose non accadono più solo altrove: accadono (anche) qui. Grazie alle immagini in tempo reale, ai social network, e alle persone che stanno vicino e intorno a noi. Per questo sappiamo con chi stare. Ma anche contro chi non vogliamo stare.
Stare dalla parte dell’Ucraina, e degli ucraini, vuole dire stare contro la Russia? Sì: cercando di fermarla, e pagando il prezzo della responsabilità, delle scelte che dovremo fare, che non sarà basso – non lo è mai. Ma non vuol dire stare contro i russi. Tanto meno i russi che abitano tra di noi. Non dobbiamo commettere gli errori che sono stati commessi durante la seconda guerra mondiale: quando i cittadini dei paesi nemici sono stati arrestati, fatti prigionieri, i loro beni confiscati. Anche nelle democrazie: si parla spesso dell’esempio statunitense, maggiormente studiato, ma è accaduto anche in Europa. Semmai, possiamo chiedere anche a loro di mobilitarsi per la pace, in solidarietà con gli aggrediti. Sapendo tuttavia che ci sono memorie diverse nei vari gruppi etno-nazionali: ognuno rivendica le proprie vittime e i propri vittimismi, spesso fondati, almeno nel quadro delle narrazioni di riferimento, fortemente selettive, dimenticando accuratamente vittime e vittimismi altrui. Occorre evitare dunque di mettere gli uni contro gli altri, ucraini contro russi, come già è accaduto in qualche tv, come rischia di accadere nelle scuole e nei quartieri se non si governano le discussioni. I russi in Italia sono come gli ucraini in Italia: lavoratori e lavoratrici, mogli e mariti in coppie miste, figli di lavoratori e lavoratrici. Vanno trattati come tali.

Gli ucraini, ma anche i russi, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, “Corriere di Verona”, “Corriere di Bologna”, “Corriere del Trentino”, “Corriere dell’Alto Adige”, 1 marzo 2022, editoriale, p.1

La guerra, quella vera. E noi.

Torna la guerra, quella vera. Non quella delle metafore abusate, che con una leggerezza intollerabile ma significativa usiamo quando parliamo di politica, di sport, o di virus: a colpi di battaglie, conquiste, vittorie, sconfitte, nemici, alleati, lotta, trincea, vittime, sangue, vincere, perdere, difendere, attaccare…
No, torna la guerra come fatto reale. Perché tocca persone che conosciamo, e attraverso di loro. Gli ucraini e le ucraine che vivono tra noi. Finora solo forza lavoro: badanti e operai di cui sappiamo pochissimo (per esempio non sappiamo che hanno livelli di istruzione più alti dei nostri, ma sono costretti a fuggire la miseria di un paese tanto più povero del nostro), ma che oggi scopriamo nella loro umanità di persone dilaniate dal dolore e dalla necessità di compiere scelte primarie: partire, restare, difendere il paese e stare vicini agli affetti rimasti in patria, o aiutare da qui, in qualche modo. E poi ci sono i loro figli e figlie nelle nostre scuole, e quelli (e soprattutto quelle) sposate qui, in matrimoni misti ormai stabilizzati, che ci mostrano quanto le persone si identifichino assai meno nelle loro presunte radici etniche o linguistiche (in cui anche le guerre li imprigionano) e assai più nei frutti che la vita, nella sua casualità, ha fatto sbocciare dove è capitato. In loro ritroviamo una sofferenza che avevamo dimenticato: quella che ci hanno raccontato i nostri genitori e nonni che la guerra l’hanno vissuta, attraverso eventi troppo più grandi di loro, che li schiacciavano e li dominavano, e li costringevano a scelte dilanianti.
È vero che non sono stati settant’anni di pace, questi. Guerre vicine, come quella di Bosnia, ci hanno in parte coinvolto. Con altre guerre più lontane ci siamo invece emozionati meno. Ma forse per la prima volta da moltissimo tempo, attraverso gli ucraini e le ucraine che vivono tra noi (e anche attraverso gli assai meno numerosi italiani che vivono e lavorano là, testimonianza di una globalizzazione ormai saldamente intrecciata alle nostre vite), sentiamo con maggiore evidenza la violenza dell’aggressione ingiustificata, l’impotenza della vittima innocente la cui vita è travolta da qualcosa di troppo più grande, di incomprensibile, di indicibile. E riscopriamo il significato della parola destino, applicata a un’intera popolazione, a un’intera generazione.
Ma la guerra torna nelle nostre vite anche come archetipo potente, comprensibile per tutti. Quello che ti mette di fronte a scelte discriminanti, che ti cambiano e ti mettono a nudo, a potenze e passioni soverchianti, al bisogno di chiederti “tu cosa faresti al loro posto”, nella loro situazione. Dunque al tuo coraggio, o alla tua vigliaccheria, al desiderio di fare qualcosa e al non saper che fare, allo sprofondarti nel climax lasciandoti inondare di notizie e immagini terribili, o al contrario fuggirle, distraendoti, occupandoti d’altro, per non dover pensare. E purtroppo è vero che qui, anche qui, in questo modo, nei nostri egoismi e chiusure, o al contrario nei nostri slanci di altruismo, nel modo in cui reagiamo alle polemiche, o le fuggiamo, o al contrario le alimentiamo, in come traduciamo quello che accade là nelle nostre posizioni da qua, capiamo il peggio e il meglio della nostra umanità. Che si parli di sanzioni sì o no, a livello istituzionale, di governo o di impresa, pensando se ci conviene o meno. O se vogliamo usare il nostro portafoglio, o anche solo un po’ del nostro tempo, per testimoniare una vicinanza, per attivare una piccola solidarietà. Al di là delle retoriche. Nel concreto.

I dolori antichi e il conflitto che entra in casa, “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, “Corriere di Bologna”, “Corriere del Trentino”, “Corriere dell’Alto Adige”, 27 febbraio 2022, editoriale, p. 1