“Torneremo a percorrere le strade del mondo” – Recensione Robinson

Robinson, “Repubblica”, 19 giugno 2021 . recensione di Marino Niola

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Torneremo a percorrere le strade del mondo – Recensione Marino Niola

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Robinson – supplemento Repubblica, 19 giugno 2021, pp.14-15

 

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Dopo il Covid. Appunti per una teoria della mobilità

Corriere Fiorentino___17-06-2021

 

I fermi obbligatori, i lockdown prolungati, le chiusure delle frontiere, ci hanno costretto a una situazione di immobilità involontaria. Ci siamo accorti che molte delle mobilità cui eravamo abituati, e che consideravamo necessarie, si sono rivelate superflue. Ma anche quanto la mobilità ci sia in sé necessaria. È il paradosso del Covid: il virus si è messo a viaggiare al nostro posto, costringendoci all’immobilità – condizione ideale per riflettere sulle ragioni della mobilità.

Siamo nati nomadi, e lo siamo stati per gran parte della nostra storia. Quando i nostri antenati Sapiens hanno lasciato l’Africa, da cui tutti proveniamo, e una migrazione dopo l’altra hanno abitato il pianeta, eravamo ancora cacciatori e raccoglitori che si procuravano il cibo spostandosi, poi pastori, e solo molto lentamente (e molto recentemente) siamo diventati stanziali, con l’invenzione dell’agricoltura, poi con l’urbanizzazione, che oggi coinvolge oltre la metà della popolazione mondiale. Siamo pronipoti di raccoglitori e cacciatori, e poi di pastori, prima che di contadini e poi di cittadini. Per questo, come diceva Bruce Chatwin, il nomadismo è nel nostro DNA, o almeno nella nostra memoria storica, nel nostro inconscio individuale e collettivo, e nella nostra esperienza passata, presente e futura, se è vero che oggi abbiamo ricominciato ad essere mobili, e lo siamo in misura maggiore rispetto ai nostri genitori e ai nostri nonni.

Partire da questa constatazione può aiutarci a mettere le basi di una teoria della mobilità: che includa il nomadismo, il desiderio di viaggiare, la brama di conoscere, i tanti complessi motivi che ci spingono ad andare altrove (magari solo per un poco, come nel turismo, o nelle serate fuori porta), ma anche le migrazioni, in entrata e uscita, e le loro nuove forme. C’è un filo che lega il ruolo del viaggio nelle mitologie e nelle religioni (pensiamo, nella Bibbia, ad Adamo ed Eva cacciati dall’Eden – il primo push factor – passando per Mosè e l’Esodo, fino all’incessante attività missionaria di Paolo), per arrivare, dopo l’età delle scoperte geografiche e delle colonizzazioni, alle migrazioni moderne, fino agli scambi Erasmus e ai giovani expat che lasciano l’Italia, oggi in numero superiore agli immigrati (non c’è alcuna invasione in corso: semmai un’evasione…): a testimoniare una circolarità globale che riguarda tutti i paesi (la Germania, per dire, primo paese europeo per arrivi di immigrati, è anche il primo per partenze).

Ma non si capisce la spinta all’erranza se non si affronta il suo contrario, il radicamento, la stanzialità: i due poli tra cui continuamente oscilliamo, talvolta scegliendo con decisione uno dei due, più spesso vivendoli entrambi, in momenti diversi della nostra vita, e persino contemporaneamente, vagheggiando l’uno mentre sperimentiamo l’altro. Anche le migrazioni vanno contestualizzate all’interno di questo quadro più ampio, ma comprese nella loro specificità, e quindi gestite – cosa che abbiamo smesso di fare quando abbiamo chiuso le frontiere all’immigrazione regolare, gettando le basi per l’esplodere di quella irregolare. Le frontiere non sono muri, sono modi per controllare i passaggi. Per questo governare le migrazioni si può: dunque si deve, nell’interesse nostro e dei migranti (quelli che vengono, e dovrebbero venire in altro modo, e quelli che vanno). Le analisi e le ricette ci sono. Quella che manca è la lucidità politica di volerlo fare: perché è più facile agitare il problema per acquisire consenso, o non affrontarlo per paura di perderne, senza analizzare vantaggi e svantaggi, costi e benefici, individuali e di sistema. È più semplice immaginare per gli altri respingimenti universali, muri e isolazionismi (per i quali pagheremmo un prezzo enorme), pretendendo al contempo per noi il diritto ad andare liberamente ovunque, senza accorgerci della contraddizione – senza nemmeno percepire quanto, quella relativa al diritto alla mobilità, sia una delle nuove forme della diseguaglianza.

Il Covid ci ha illuminati anche su altro: il nostro stesso rapporto con l’alterità. Il virus è stato anche questo: il nemico che veniva da lontano, l’immigrato indesiderato, l’irregolare da cui proteggersi, il clandestino che mette a repentaglio le nostre sicurezze, l’invasore che devasta a caso. E quindi capace di rinviare alle nostre pulsioni più profonde – e irrisolte – proprio intorno al tema cruciale della diversità, dell’estraneità, dell’alterità. Di cui ci ha aiutato a vedere le contraddizioni. E i modi per scioglierle. Perché, banalmente, se davvero vogliamo garantire la nostra possibilità e libertà di muoverci, di tornare a percorrere le strade del mondo, e incontrare altre persone, dovremo in qualche modo gestire e garantire anche quella altrui: con le regole e le cautele necessarie, come in ogni viaggio, e in ogni incontro con l’altro che esso implica. Peraltro, questo riguarda sia chi viaggia, sia chi incontra i viaggiatori: ormai l’altro si ha sempre più occasione di incontrarlo anche restando fermi. Per questo è indispensabile rifletterci sopra.

 

Dopo il Covid, una nuova Teoria della mobilità, “Corriere della sera – Corriere Fiorentino”, 17 giugno 2021, p. 1-14

Testo di presentazione di “Torneremo a percorrere le strade del mondo”, UTET, 2021  https://www.utetlibri.it/libri/torneremo-a-percorrere-le-strade-del-mondo/

La società aconflittuale: un’illusione non necessaria

Qualcuno la sogna, la società senza conflitti. Alcune utopie del passato la ipotizzano come orizzonte benefico, da costruire. La cultura cui apparteniamo sembra considerare la parola stessa ‘conflitto’ come impronunciabile: un tabù, che è meglio evitare di nominare. Come se ne andasse della felicità personale: il mondo ideale come mondo aconflittuale.

La vita dell’individuo, il suo processo di crescita, la vita familiare, i rapporti di coppia, tutto ci insegna, o dovrebbe insegnarci, che non solo il conflitto è inevitabile, per maturare, per crescere, ma che esso è positivo: ci arricchisce delle posizioni altre (è combattendole che le conosciamo, e talvolta le incorporiamo), ci rafforza. “Il conflitto è il senso originale dell’essere-per-altri”, ha scritto Sartre, molti anni fa. C’è pure un’estetica del conflitto, una tensione conflittuale verso l’altro, che può essere una proiezione del meglio dei nostri sentimenti, senza il quale non ci sarebbe molta consapevolezza, molta arte, forse persino molto amore. Già, perché anche l’amore è un sentimento conflittuale: per costruirsi si mette contro ciò che è non amore, a cominciare dagli ostacoli che si frappongono ad esso.

Dopo tutto c’è un conflitto tra il bene e il male, uno sforzo, che è dentro di noi, ma anche fuori, che è il senso proprio e profondo della vita e del combattimento spirituale, come della parola jihad: al quale dobbiamo il meglio della capacità dell’uomo di elevarsi al di sopra della condizione animale, in cui il conflitto è solo lotta per la sopravvivenza. È anche il motivo vero per cui amiamo il genere fantasy e i supereroi, Il signore degli anelli, Harry Potter e Star wars, i film western e quelli di guerra, e i polizieschi, almeno finché vincevano i buoni: Sherlock Holmes o la signora in giallo, il tenente Colombo o Hercule Poirot. In cui, a costo naturalmente di forzare la realtà, il bene e il male sono chiaramente definiti, e combattono tra loro. E, di solito, nel nostro immaginario vince il bene.

Anche l’equilibrio sociale è conflittuale. La sociologia ci insegna che le teorie del conflitto, da Marx, passando per Max Weber, fino a Simmel, costituiscono uno dei modi fondamentali per interpretare le società umane, per comprenderne l’evoluzione e lo sviluppo. La spinta a fare politica ha la stessa origine: un combattimento tra visioni diverse del bene comune (o nei casi peggiori del bene proprio). Che è al contempo l’innesco delle nostre migliori energie e la sentina dei vizi peggiori: ma non è, il conflitto, il problema. Il problema è l’incapacità di passarci attraverso.

Il conflitto è persino etico, fondativo, ineliminabile: “occorre sapere che la giustizia è conflitto”, dice un frammento di Eraclito. La democrazia stessa è conflittuale, e dunque anche instabile, per definizione. Sia la democrazia parlamentare che la democrazia industriale sono precisamente modi di gestire il conflitto senza che degenerino fino alle estreme conseguenze: per limitarlo, dunque – attraverso il gioco conflittuale dei partiti e delle rappresentanze sindacali. In questi casi il conflitto non è la prima fase di una escalation il cui esito è la guerra, ma l’unico modo di evitarla: riconoscendolo, e quindi gestendolo, non negandolo, non reprimendolo. Come ci ha insegnato Gandhi, che il conflitto sociale lo porta a galla, lo va persino a cercare, lo crea, lo inventa, sfidando niente meno che un impero, l’Inghilterra – in maniera non violenta. Il problema è dunque semmai di trovare i metodi (tra cui vanno incluse le istituzioni) per risolverli, i conflitti. Per rimanere a Gandhi: “il fine sta nei mezzi come l’albero nel seme”. Anche il padre e la madre dobbiamo ucciderli, per emanciparci da loro e diventare adulti consapevoli: ma non significa farlo in senso letterale…

Non spariranno, dunque, i conflitti. E non ha senso sognare che accada: sarebbe controproducente. Semmai, ne vivremo più spesso. Anche perché dovuti a sempre più frequenti dissonanze culturali e divergenze nell’allocazione delle risorse materiali. Ma risolverli diventerà un’abitudine sociale e culturale. Proprio perché più frequenti, saranno meno distruttivi. Un po’ come già oggi accade con le separazioni e i divorzi. Sempre conflitti sono, ma se impariamo a gestirli fanno meno male. Lasceranno meno cicatrici. Anche se resteremo perennemente insoddisfatti, perché ci saremo sempre in mezzo.

 

Senza conflitti, in “Confronti”, rubrica “Il mondo se…”, giugno 2021, p. 38

Capirsi al di là delle barriere linguistiche. La Pentecoste tecnologica

La metà delle lingue esistenti potrebbe sparire nei prossimi cinquant’anni. Intanto la tecnologia sta facendo passi avanti per conservare e rivificare le lingue morenti, ma soprattutto per perfezionare i traduttori automatici e consentire così una comunicazione istantanea. Ma come sarebbe il mondo se…

 

Difficile definire una lingua e i suoi confini: tanto che i repertori mondiali che cercano di catalogarle variano tra le 4mila e le 11mila, e la stima più diffusa sta ovviamente nel mezzo – Languages of the world ne calcola quasi 7mila, 5mila delle quasi stanno in soli 22 paesi (Papua-Nuova Guinea, il paese che ne ha di più, ne conta 820). Il problema è innanzitutto di definizione, visto che anche noi tendiamo a dire, con qualche fondamento, che un dialetto è una lingua che ha perso sul piano storico, e viceversa una lingua è un dialetto dotato di esercito. Soprattutto, la variabilità linguistica è un continuum (o un insieme di continua) nel quale è difficile distinguere gli elementi discreti: per motivi storici che ne determinano il diverso destino nel tempo, e perché oltre agli elementi di separazione e distinzione ci sono quelli di somiglianza che consentono reciproca comprensione (il caso più noto è forse quello di hindi e urdu perché scritte con alfabeti diversi, per ragioni che rimandano a una diversa appartenenza religiosa, eppure perfettamente intercomprensibili nell’oralità – ma vale anche per altre, in giro per l’Europa e per il mondo).

Quale che sia il numero stimato, e i motivi per cui si è sviluppata la diversità linguistica, assistiamo oggi a un processo di progressiva estinzione linguistica: oltre la metà delle lingue esistenti, circa 3.800, conta meno di 10mila locutori, quando la soglia di ragionevole sopravvivenza è di 100mila (che mantengono solo 1.239 lingue, meno del 18% del totale). Il che significa che la metà di esse potrebbe sparire nei prossimi cinquant’anni, secondo l’Atlante delle lingue in pericolo dell’UNESCO: per l’estinzione o la migrazione dei parlanti di una lingua, o per il cedimento progressivo a una lingua dominante, in caso di bilinguismo.

Come per la biodiversità, perdere una lingua – magari perché, sempre in analogia con la natura, sono stati distrutti i suoi ecosistemi – è certamente una perdita culturale. Al contempo c’è un elemento di selezione naturale, di competizione darwiniana, di sopravvivenza del più adatto. Le lingue si possono tuttavia rivivificare, come accade per nazionalismi, etnicismi e identitarismi (spesso con effetti collaterali problematici: ma se lo sono, lo si decide sempre sul piano storico): è quanto accaduto ad alcune lingue minoritarie anche europee, laddove se ne è reso obbligatorio l’utilizzo come lingue scritte, peraltro irrigidendole e limitandone le varianti (ogni lingua è imperialista su qualche altra…). E si possono pure inventare, come accaduto all’ebraico moderno, l’ivrit.

La variabile interveniente più interessante, oggi, che potrebbe cambiare molti scenari, è però la tecnologia. Non solo per la possibilità di conservazione delle lingue morenti in memorie esterne (scritte e audiovisuali), che potrebbero sempre essere rivivificate all’occorrenza: a somiglianza di quanto può accadere in botanica, o come immaginato dalla fantasy per gli animali estinti (ma più ordinariamente, non è quanto già accade nella contraddittoria vitalità delle cosiddette lingue morte?). La vera novità è l’efficacia sempre maggiore, che a brevissimo potrebbe superare gli standard della traduzione umana qualificata, dei traduttori automatici, sia per lo scritto che per il parlato. Questo consentirebbe una comunicazione istantanea, a prescindere dalle lingue di appartenenza: Babele e Pentecoste insieme, riunendo il meglio di entrambe – consentendo la possibilità di parlare e dunque mantenere le proprie lingue, ma capendosi ugualmente, senza bisogno di un occasionale miracolo dall’alto. E questo sia nella vita quotidiana che nel mondo della produzione e della comunicazione. Penso a cosa vorrebbe dire in ambito accademico e scientifico, dove oggi se non pubblichi in inglese non esisti: da un lato il formarsi di un mercato globale della conoscenza, in un’unica lingua, al prezzo (modesto) di una sua semplificazione in una sorta di Basic English, dall’altro il vantaggio immenso di poter essere tradotti nelle lingue più diffuse a partire appunto dall’inglese, e soprattutto di poter leggere materiale accademico di lingue che non conosciamo. Non più solo la necessità di una lingua comune, come oggi, ma la possibilità di rendere più visibili i prodotti scientifici e letterari delle periferie del mondo, nelle lingue più disparate, salvaguardandole tutte. E forse creandone di nuove.

 

Senza barriere linguistiche, in “Confronti”, maggio 2021, rubrica “Il mondo se…”

Le due facce dell’integrazione: Nelson, Saman, Seid e noi

Un medico padovano viene mandato per conto dell’INPS a Chioggia per una visita fiscale a un lavoratore che risulta in malattia, e che invece rientra proprio in quel momento in ciabatte e costume. Viene aggredito, insultato, minacciato di morte, inseguito. Il caso è già vergognoso in sé, e naturalmente da stigmatizzare e perseguire a norma di legge. Lo è ancora di più perché il medico in questione è originario del Camerun, e questo è sufficiente all’aggressore per sentirsi autorizzato ad aggiungere, alle minacce, delle considerazioni, chiamiamole così, più contestuali: “Negro di merda, da qui non esci vivo”, “Non puoi venire in Italia a fare quel cazzo che ti pare” e altri insulti razzisti. Il medico in questione ha una compagna italiana, una figlia di due anni, un lavoro con il quale in quel momento rappresenta proprio l’Italia, la legge, la correttezza del cittadino, il rispetto della norma – cioè tutti noi. Chi era fuori e contro il consesso civile, la legge, l’idea stessa di cittadinanza, era proprio il suo aggressore. Può darsi che la reazione aggressiva ci sarebbe stata comunque, anche se il medico fosse stato “bianco”: la cronaca è lì a testimoniarci che il mondo è pieno di cittadini non riusciti, e di violenti – il male esiste, dopo tutto.  Quella che non ci sarebbe stata è la sostanziale legittimazione del suo comportamento che, agli occhi dell’aggressore, era dovuta al fatto che il medico era nero – altro da sé, inferiore, nemico. Legittimazione che forse è leggibile in quella che appare come la sostanziale connivenza, o comunque la mancata reazione, di vicini e spettatori della scenata. Il fatto che la moglie del medico testimoni come spesso lo scambino per un ambulante o un ladro, e denunci un quotidiano stillicidio di minacce e preoccupazioni (fino a questa che “non è più ignoranza, maleducazione o stupidità” – che già sarebbe grave – ma “violenza del branco”) significa che nella cultura diffusa – che è frutto di anni di martellamento in tal senso – sembri proprio impossibile che un nero possa essere un medico (uno degli eroi di quest’ultimo anno), o magari un poliziotto. Motivazione che ci fa capire a contrario quanto sia importante, anche simbolicamente, che l’inclusione nei lavori “normali” si moltiplichi.

Non è un caso isolato, purtroppo. Nello stesso giorno si uccideva (anche se per altri motivi, come la famiglia ha dignitosamente e responsabilmente sottolineato), un ragazzo di vent’anni, di origine africana, adottato. In una lettera straziante e lucidissima, mandata tempo prima ad alcuni amici e alla psicoterapeuta, e letta durante il suo funerale, denunciava lucidamente il razzismo quotidiano, strisciante e diffuso, le accuse continue subìte – o per essere nero, o per non esserlo abbastanza, tanto da “rubare” il lavoro ai bianchi. C’è un passo terribile nella sua ordinarietà: “Ero riuscito a trovare un lavoro che ho dovuto lasciare perché troppe persone, specie anziane, si rifiutavano di farsi servire da me e, come se non mi sentissi già a disagio, mi additavano anche come responsabile perché molti giovani italiani (bianchi) non trovassero lavoro”. Diciamoci la verità: in quanti pensiamo queste stesse cose, come se – al di là della perversione dell’argomentazione in sé – non potessero esistere italiani non bianchi?

Oltre a ricordare questi fatti in sé, anche per contrastare la leggerezza con cui evitiamo di interrogarci seriamente su di essi, vale la pena avanzare due ulteriori considerazioni. La prima sulle aggravanti legislative: di fronte al razzismo, all’omofobia, ad altre forme di bullismo contro categorie già deboli in quanto minoritarie e con meno potere (dai disabili fino alle donne in quanto tali), capiamo quanto queste aggravanti legislative siano giustificate, in quanto educative. Perché molte forme di violenza, anche solo verbale, non ci sarebbero, o sarebbero di molto attenuate, se gli aggrediti non fossero portatori dell’una o dell’altra diversità. E ci sarebbe meno tolleranza e permissivismo da parte dei testimoni di queste forme di aggressione.

La seconda è legata alla tendenza – di fronte a questi fatti, figli di una società ormai plurale che tuttavia non si è accorta di esserlo – a schierarsi, incentivata da una propaganda politica colpevolmente ideologica, e da un giornalismo da talk show superficiale e distratto, che lascia passare troppe parole in libertà. Nei giorni scorsi – e tuttora – si dibatte della vicenda di Saman Abbas, la giovane pachistana con tutta probabilità uccisa dalla famiglia perché non voleva sottostare a un matrimonio forzato. La cosa terribile è che, in molti casi, chi si occupa di Saman lo fa non per pietas, ma come scusa per attaccare immigrati e musulmani, e mette in ombra gli episodi da cui siamo partiti. Viceversa, chi è sensibile al razzismo, spesso mette in secondo piano o sottovaluta i casi come quello di Saman, per non danneggiare la causa: anche qui senza vera pietas umana. È una deriva tristissima. Che deve farci riflettere. O siamo capaci di reagire di fronte a questi eventi allo stesso modo, e con la stessa forza e indignazione, e per gli stessi motivi, o abbiamo davvero un problema molto grosso. Di umanità, prima che di civiltà.

 

Serve uno scatto di civiltà, in “Corriere della sera – corriere del Veneto”, 8 giugno 2021, editoriale, p.1

qui il mio precedente articolo sul caso di Saman: https://stefanoallievi.it/articoli/saman-cosa-pensarne-cosa-fare/

 

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Saman: cosa pensarne, cosa fare

Saman Abbas: 18 anni e una vita davanti. Che una famiglia bigotta e la minaccia di un matrimonio imposto hanno cambiato per sempre. Come, lo sapremo alla conclusione delle indagini.

È una storia comune, quella del conflitto che ha vissuto. Che si presenta spesso nelle famiglie “tradizionaliste”, quale che sia la tradizione di riferimento (religiosa, etnica, tribale, in ogni caso popolare, da qualche parte, e tramandata come si tramandano le tradizioni, per inerzia e imitazione), ma che normalmente si risolve in altro modo: passando attraverso conflitti familiari dopo tutto fisiologici, che servono a inghiottire la novità, la libertà e il riconoscimento dei diritti individuali, non a rifiutarli o conculcarli fino alla soppressione della vita.

Le tradizioni che vanno contro la legge vanno denunciate. Con forza. Quelle che vanno contro la morale diffusa e il senso comune vanno ingaggiate in una discussione senza reticenze. Ma serve pensiero, non retorica. E pratiche di integrazione, non capri espiatori.

Il problema non è denunciare l’immigrazione, o l’islam (come se fosse pratica abituale tra immigrati e musulmani uccidere le figlie! E il matrimonio combinato non fosse presente alle più diverse latitudini, e peraltro come pratica ancestrale prima che come costume religioso). Mettere sotto attacco le culture in quanto tali porta spesso a una chiusura intracomunitaria ancora più ferrea. Il cammino giusto è fare l’opposto: bisogna incontrare le comunità, parlare, dialogare, coinvolgere – in una parola, integrare. Mettendole di fronte all’orrore di casi come questo, collaborando a trovare mezzi e vie d’uscita, combattendo insieme un’omertà comunitaria difensiva che è essa stessa parte del problema. Coinvolgendo come attori privilegiati proprio le nuove generazioni, i figli degli immigrati, che sono in prima linea in questo confronto/scontro culturale.

In altri paesi europei, quando è emersa la piaga dei matrimoni forzati, è aumentato l’impegno e l’investimento in attività di integrazione, non diminuito. E lo si è fatto non contro le comunità, ma con loro, coinvolgendone i vertici nazionali e locali, sia etnici che religiosi (di molte etnie e religioni: la piaga è diffusa, e il confine tra matrimonio combinato e matrimonio forzato non sempre facilmente discernibile), in concrete iniziative sul territorio, nei quartieri e nelle scuole a rischio, facendo iniziative congiunte di educazione, cioè prevenzione, cioè integrazione, cioè il bene di tutti.

In passato altri casi (e purtroppo altri omicidi) si sono visti, soprattutto in Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, cioè le regioni più sviluppate e avanzate del paese. Non è una contraddizione. Non potrebbe essere che così, visto che qui vivono la maggior parte degli immigrati, dando un contributo percentualmente assai superiore al loro numero alla produzione di ricchezza di queste aree, in cui si sono spesso inseriti bene. Tanto bene da fare famiglia – cioè proiezione (anche se inconsapevole) sul futuro – qui. È in questa realtà che si trovano a vivere i loro figli, e una delle contraddizioni (e delle occasioni di litigio familiare) è che i genitori vivono spesso voltati all’indietro: la loro cultura è quella d’origine, e il paese dove sperano di ritornare anche. Per i loro figli e figlie (ché le donne – il corpo e la volontà delle donne – sono sempre il terreno privilegiato di scontro delle culture che non a caso definiamo patriarcali) le cose stanno in maniera completamente diversa: sono proiettati qui, e questo è il loro paese, di cui a giusto titolo vorrebbero la cittadinanza (che, incidentalmente, aiuterebbe nell’affermazione di una consapevolezza e di una volontà autonoma, anche simbolicamente diversa e slegata da quella dei genitori).

È dunque questo paese – il loro – che deve reagire. Denunciando senza ambigue comprensioni e tolleranze l’inaccettabilità e persino l’indicibilità di comportamenti che coartano la volontà individuale, e ogni e qualsiasi tipo di violenza e sopraffazione. Reagendo con fermezza, forza e autorevolezza contro le discriminazioni interne alle comunità (nei confronti delle donne, in primo luogo) – e, per coerenza e maggiore legittimazione di questo suo sforzo, quelle esterne (nei confronti degli immigrati stessi). E dando una mano, anche e proprio rafforzando i soggetti deboli (le donne e i figli) con pratiche di empowerment e di integrazione diffusa. Solo così si risolvono i conflitti attuali. E si prevengono quelli futuri.

 

Saman e lo scontro culturale, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 2 giugno 2021, editoriale, p.1

Questioni di bioetica. Sul fine vita.

Samantha D’Incà, una giovane di Feltre, si trova in stato vegetativo. Non tra la vita e la morte: ma in un altrove che mi riesce difficile definire. La famiglia chiede di porre fine alla nutrizione artificiale. Credo sia un caso sul quale valga la pena riflettere. Ciascuno di noi, individualmente: magari per attivare una dichiarazione anticipata di volontà – io lo farò. E come cittadini ed elettori, chiedendo che si legiferi sul tema. Mi è stato chiesto di commentare il caso. Di seguito, le mie considerazioni.

 

Samantha ha trent’anni. È in stato vegetativo da sei mesi. Ci resterà per tutta la vita. Se è vita. Viene idratata e nutrita artificialmente, con una sonda infilata nello stomaco. Non ha coscienza, non ha conoscenza, non ha consapevolezza. Se non fosse supportata dalla tecnica, che la tiene letteralmente in vita – se è vita – sarebbe già morta.

La sua è una storia come sarebbe potuta accadere a ciascuno di noi. Una banale scivolata, la frattura di una gamba. Ordinaria amministrazione. Ma ci sono state delle complicazioni, che l’hanno portata dove è adesso: altrove. Una brutta polmonite, i polmoni collassati, il cervello rimasto senza ossigeno per troppo tempo, l’inutile trasporto in elicottero verso un altro ospedale. Proprio per la sua banalità il suo caso è importante. Perché serve a identificarci. È in casi come questo che la discussione sul fine vita mostra di non essere una disciplina per specialisti, ma questione essenziale per tutti noi, come singoli e come collettività che su questo dovrebbe legiferare e in ogni caso è chiamata a decidere: bioetica popolare, affare pubblico.

In questo momento Samantha è un corpo tenuto artificialmente in vita. La sua famiglia chiede di “scollegarla”: brutta espressione che significa lasciarla andare dove sarebbe andata naturalmente. Altrove. E anche in questo caso, come in quello di Beppino Englaro – che ho avuto l’onore di conoscere e rispettare per la sua testimonianza, continuata anche quando la sua vicenda privata era finita, a nome e per conto degli altri – sono i familiari più stretti, le persone che l’hanno amata di più, a farsi carico non di una battaglia, ma di una pacifica civile richiesta, che ai più appare di buon senso: pur mentre hanno già un dolore insopportabile e una domanda inevasa di senso da doversi gestire. Come fa la mamma di Samantha, descrivendo con parole semplici e per questo strazianti il suo limitarsi ad accarezzare la testa di sua figlia, perché altro non si può fare, di fronte ad una adulta che ha la coscienza di un neonato, e che secondo i medici potrebbe al massimo, se tutto andasse bene, acquisire quella di un bimbo di due mesi. E chiedendo quello di cui aveva parlato con la figlia, proprio discutendo con lei del caso Englaro, senza che tuttavia Samantha lasciasse una volontà esplicitata per iscritto: come non stupisce non abbia fatto una trentenne che credeva di avere una vita davanti, e come non fa la maggior parte di noi, anche molto più anziani.

Ci sono cose peggiori della morte. L’ossessione di (far) rimanere in vita è una di queste. Una forma estrema e inconsapevole di volontà di potenza, medica e giudiziaria (ma anche teologica, o parlamentare, a seconda di quali attori entrano in gioco). Un accanimento che non è nemmeno terapeutico, perché non è in grado di curare. Facile essere a favore di un simulacro di vita, se non è la propria, e se la decisione è demandata ad altri, per giunta: che sia la magistratura o la téchne ospedaliera. Facile sentirsi generosi, aperti alla vita, con il corpo altrui.

Lo sappiamo, sono scelte drammatiche. Difficili. E nessuna è veramente “giusta”. Nessuno, almeno, lo può sapere con certezza. Proprio per questo abbiamo il dovere di lasciar decidere chi a queste persone ha voluto bene, se non sono – come Samantha non sarà mai più – in grado di decidere da sé. Già la scelta è un peso difficile da portare. Il peso della lotta contro la legge, la tecnica, pezzi di opinione pubblica, un sistema che invece vuole imprigionare il corpo in un “per sempre” indefinito e senza speranza, lo è ancora di più.

L’ha detto un filosofo cattolicissimo come Giovanni Reale, meglio di chiunque altro: con la scusa di sacralizzare la vita, si finisce per sacralizzare la tecnica che permette di farla proseguire artificiosamente – perché senza la tecnica non ci sarebbe alcuna vita. Non vita degna: vita, proprio.

“Incerta omnia. Sola mors certa”, diceva Sant’Agostino. Oggi non è più così. Non sappiamo più qual è il confine tra la vita e la morte. È l’aspetto negativo dei progressi straordinariamente positivi delle scienze e della medicina. Presuppone la responsabilità di decidere, di scegliere, e anche di legiferare. È ora di farlo.

 

Fine vita, il peso della decisione, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 29 maggio 2021, editoriale, p. 1

Stiamo ripartendo? Come?

Un po’ alla volta, con la dovuta e ragionevole gradualità, si sta per aprire tutto, o così ci raccontano. Tutto bene? Tutto come prima? Finalmente liberi? Liberi tutti?

Si dice che la gente non aspetti altro, e probabilmente è vero. Certo, lo aspettano gli operatori economici che sono stati maggiormente danneggiati, come una liberazione: dal bisogno, dallo spettro concretissimo del fallimento, dalla crisi in agguato. Ma lo aspettano anche molti utenti, consumatori, cittadini che non vedono l’ora di tornare ad essere quelli di prima. E, certo, tutti quanti aspettiamo la liberazione dai lacci e dai vincoli: quasi per principio, prima ancora che per necessità. Tutto questo è comprensibile. Ma sia sul piano sanitario, che su quello economico, che su quello sociale, e persino su quello esistenziale, le cose sono più complesse. E crediamo che ci sia un pezzo di opinione pubblica che, pur apprezzando l’entusiasmo per le riaperture, non si senta di condividerlo, covando quasi in segreto profondi timori, per motivi diversi.

Qualcuno perché in oltre un anno di lockdown o semi-lockdown si è abituato a una condizione di minori frequentazioni, di più contenuti assembramenti (anche questa è una novità: abbiamo imparato a chiamare così ciò che prima era semplicemente la gente), di maggiore silenzio e isolamento. E non sembra eccitato all’idea di folle abbraccianti, di saluti festosi, di rumore assordante, di rinnovate code.

Qualcuno perché non si illude che tutto sarà come prima: e nemmeno lo vorrebbe. Perché, avendo sperimentato che le cose potrebbero essere altrimenti, spera che cambi anche il modo di divertirsi, di incontrarsi, di parlarsi. Che si recuperi un po’ di profondità contro il dominio della superficialità, un po’ di contenuti contro la loro mancanza, un po’ di peso contro l’eccessiva e insostenibile leggerezza, un po’ di densità contro l’evanescenza, un po’ di qualità rispetto alla quantità, un po’ di essere contro il sembrare.

Qualcuno anche perché teme che non sia affatto finita. Che la fine di questo lockdown sia solo una fase. Che, come quelli che hanno visto più lontano ci ripetono dall’inizio, dovremo abituarci a continue altalene di aperture e chiusure, di stop and go, di accelerazioni e rallentamenti, di ulteriori rinnovate campagne vaccinali. Perché questo insidioso nemico è capace di mutare continuamente forma, in quelle che abbiamo imparato a chiamare varianti, dando loro un’aggettivazione geografica, non a caso. E quindi, finché non sarà vaccinato il mondo intero (e noi stessi con la terza dose già in programmazione, e poi le altre a venire), questa cosa continuerà a rimbalzarci addosso per anni, in un interminabile ping pong attraverso i confini tra paesi, tra regioni, tra aree bianche, gialle, arancioni, rosse. È quella che chiamano shut-in economy, l’economia chiusa in domestici confini, dove l’aggettivo ‘domestico’ equivale al perimetro di casa, nemmeno del paese di cui si è cittadini.

Qualcuno anche perché sente che la libertà di ieri, a ripensarci meglio, un po’ mette i brividi. O forse perché sente che la ruota che gira, il meccanismo che ricomincia a muoversi (e non parliamo solo del lavoro), i rituali che tornano ad essere quelli di prima, non assomigliano necessariamente alla libertà: alcuni, molti, assomigliano alla ruota dello scoiattolo in gabbia, la libertà illusoria di una condizione di prigionia reale anche se incompresa. Da cui la pandemia ci aveva difeso, perché era la scusa perfetta per dire il nostro no, motivarlo, giustificarlo: o lasciarlo dire ad altri al nostro posto. Mentre da soli non siamo abbastanza forti per sostenerlo.

Qualcuno, infine, perché nel frattempo ci sono stati morti, feriti, lutti, perdite, sconfitte, fallimenti, e ad alcuni viene difficile fare finta di tutto, come se niente fosse: espressione significativa, perché le cose invece – le cicatrici specialmente – sono state e sono, e dunque restano e resteranno visibili, a volerle vedere.

Dev’essere per questo che anch’io provo un leggero tremore, un fremito impalpabile, uno sfarfallare di contraddizioni nello stomaco, un atteggiamento ambivalente, un camminare cauto, lento, meditato, incerto, insicuro verso le aperture a venire – l’inquietudine dei perplessi, probabilmente.

 

Una nuova libertà dopo il lockdown, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 21 maggio 2021, editoriale, p.1

Torneremo a percorrere le strade del mondo

Indice

 

Introduzione: Neanche il virus prossimo venturo ci fermerà

 

            Il Covid e noi

            Shut-in economy?

            Rivoluzione mobiletica e nuove diseguaglianze

 

Una storia che viene da lontano. Le ragioni della mobilità umana

 

            Piedi e radici

            Mitologia e religione

            Il caso europeo

           Le ragioni della mobilità…

           …e quelle delle migrazioni

 

Circolarità globale. Al di là di emigrazione e immigrazione

 

            Non aut aut: et et

            Nuove emigrazioni

            Tecnologie e mobilità

            Una fisiologica complessità

            Uno sguardo dall’alto

 

Tra erranza e radicamento. Appunti per una possibile teoria della mobilità

 

            Una premessa biografica

            Metafore della contemporaneità

           Ridiventare nomadi?

          La viandanza e la restanza

          Nel segno di Hermes 

 

Per una politica della mobilità e delle migrazioni. Proposte

 

            Governarle si può. Dunque, si deve.

            Se fossi ministro… Il coraggio della complessità

            Demografia, immigrazione, emigrazione

            Quali politiche sull’immigrazione: linee guida

            Le cose da fare, in dettaglio

 

Conclusione: Il virus, l’altro, l’altrove. Approssimazioni

 

Nota. La sociologia come genere letterario

Ringraziamenti

Bibliografia raccontata