Di vaccini, tamponi e scuola

La categoria degli insegnanti si è già vaccinata in gran parte, pur con percentuali fortemente differenziate tra regioni. Gli studenti medi e superiori hanno cominciato a vaccinarsi appena hanno potuto, su base volontaria, nonostante non siano nemmeno maggiorenni. L’università, per il tramite della conferenza dei rettori, ha esplicitamente richiesto il green pass obbligatorio per i docenti, il personale tecnico-amministrativo, e pure gli studenti, in questo caso maggiorenni. Con la serissima motivazione che un’istituzione che si basa su presupposti di scientificità non può consentire margini di ambiguità di fronte alla circolazione di posizioni non o anti-scientifiche: e scientificamente ci sono ottimi motivi (foss’anche solo probabilistici e statistici) per sostenere la ragionevolezza di una campagna di vaccinazione di massa.

C’è poi una motivazione che riguarda tutto il mondo dell’istruzione: che nasce per migliorare il livello di consapevolezza dell’intera nazione, aiutandola a raggiungere livelli sempre più alti di conoscenza. Deve dunque dare l’esempio, e non può permettersi di lasciare alle scelte arbitrarie – e spesso alle sciocchezze senza fondamento e alle parole in libertà – individuali ciò che riguarda il benessere sociale: in particolare dovendo garantire il diritto costituzionalmente statuito all’istruzione. In questo senso non vediamo differenze di merito con il personale sanitario, e semmai vorremmo che tale dibattito (e tale obbligo sostanziale) si allargasse dagli insegnanti ad altri servitori dello stato, pure essi erogatori di servizi pubblici essenziali – dai magistrati agli addetti al trasporto pubblico.

Legittimare coloro che non si vogliono vaccinare per tutelare la propria salute individuale – da rischi peraltro largamente immaginari (e che sarebbero molto maggiori senza il vaccino) – significa implicitamente sottovalutare o peggio svilire l’impegno altruistico e civile di chi, pur correndo i medesimi (e peraltro ridottissimi) rischi, si è vaccinato in nome della salute pubblica, e in particolare dei più fragili. In questo quadro anche la garanzia di tamponi gratuiti per coloro che non si vogliono vaccinare è una presa in giro, che finisce per gravare sulle spalle di chi si è vaccinato. Sono oltre duecentomila gli insegnanti e gli operatori scolastici non vaccinati. Per poter lavorare a scuola bisogna avere un tampone che attesti la negatività al Covid nelle 48 ore precedenti – il che significa un tampone ogni tre giorni, dieci al mese o giù di lì. L’associazione dei presidi stima in duecento euro al mese e a persona il costo dei tamponi. Tutto ciò, quando il vaccino è gratuito. Quale che sia il costo, è quindi assolutamente incomprensibile, e inaccettabile, che chi si è vaccinato si debba pure far carico di tale onere: vorrebbe dire cornuti e mazziati. Il servizio sanitario lo garantisca gratuitamente per chi ha serie ragioni mediche per non vaccinarsi: e il resto sia a carico degli individui che liberamente scelgono di non farlo, e non soggetto a contrattazione che oltre tutto, come sempre, va ad avvantaggiare il pubblico impiego, solo perché paga Pantalone (dubitiamo che gli imprenditori privati possano essere costretti a pagare i tamponi ai loro dipendenti no vax, tanto più che l’INAIL riconosce il Covid come possibile infortunio sul lavoro).

Non si tratta di una punizione, ma di un elementare principio di uguaglianza: anche di fronte alle responsabilità. E quello alla non vaccinazione non è un diritto, ma una scelta individuale, legittima in quanto tale, ma che necessariamente comporta dei costi e delle limitazioni: come, che so, non fare la patente, o non conseguire un titolo di studio, o non richiedere il passaporto.

Dopodiché, lo ripetiamo doverosamente: per la scuola non basta il vaccino. Occorrono investimenti: nuove scuole, meglio strutturate (con impianti di aerazione adeguati), più classi, con meno studenti, con più insegnanti, con maggiore formazione – a questo devono servire i soldi. Perché il gap da superare non è il Covid, ma il dislivello con altri paesi: la metà dei laureati e il doppio degli analfabeti funzionali della media europea (da noi il 30%). Un dato che non è per nulla estraneo al livello del dibattito: anche sui vaccini.

Il ruolo educativo di Gino Strada e di Emergency

Catania, incontro nazionale di EMERGENCY, 2019: decine di eventi, centinaia di volontari, migliaia di giovani. L’organizzazione compiva allora 25 anni, ed era al suo 18° incontro nazionale. Poco più che maggiorenne, insomma.
C’è anche questo nella storia di Gino Strada e di Emergency: l’elemento educativo. Non era e non è ‘solo’ (solo?) questione di aiutare chi ha avuto meno privilegi non giustificati da nulla, di salvare – molto concretamente e materialmente – vite umane ferite, non solo nel corpo. È stato ed è anche questione di coinvolgere persone e personaggi, di creare consapevolezza, di motivare azioni e collaborazioni, di far maturare solidarietà collettive.
In questo il carisma di Gino Strada, il suo ‘estremismo’ costruttivo, il suo essere forse suo malgrado personaggio ‘pop’, anche se preferiva di gran lunga tornare in sala operatoria, hanno aiutato molti, proprio sul piano educativo, della maturazione, del convincimento, del cambiamento anche interiore.
In un mondo che ha un disperato bisogno di simboli positivi, di esempi, di eroi anche, Gino Strada ha giocato questo ruolo: soprattutto in ambienti dove forse era meno usuale – dove c’era magari tanta disponibilità umana ma poche occasioni per esercitarla concretamente. E lo ha giocato perché non è stato solo un individuo più in gamba di altri, ma ha fatto nascere un’organizzazione, un marchio del bene se si vuole, un brand positivo, che ha consentito a tanti di sentirsi coinvolti e di coinvolgersi. Che è uno dei ruoli fondamentali dell’educazione propriamente intesa.

Il vaccino come questione generazionale

Le minoranze rumorose hanno – sempre – più visibilità delle maggioranze silenziose. Perché i membri delle prime urlano, e sono ascoltati giocoforza di più, mentre gli altri tacciono o pacatamente ragionano.

A proposito dei vaccini ci troviamo spesso di fronte a posizioni settarie e militanti (parole di derivazione, rispettivamente, ecclesiale e guerresca). Persone che si sentono portatrici di una qualche verità esoterica, nota a pochi eletti, da propagandare muscolarmente: atteggiamento diffuso tra i no vax, e purtroppo condiviso da alcuni pro vax, che si fanno promotori della verità minuscola e provvisoria elaborata dalla scienza, ma con la posa assertiva di chi la scambia con la verità maiuscola. Le due logiche non sono tuttavia uguali nel merito: la seconda ha dietro di sé ragioni e principi, un metodo validabile e prove empiriche a sostegno, vantaggi sociali e interessi collettivi da tutelare, la prima ha soprattutto controverità inaffidabili, prove empiriche improbabili, nessuna proposta di metodi alternativi validabili, e una ideologia di supporto vagamente anarco-libertaria, in cui conta l’ubbia o il dubbio del singolo, mentre l’interesse collettivo non è mai nominato. In mezzo c’è tuttavia il gran numero di chi magari qualche dubbio ce l’ha, timori anche, ma alla fine si convince e disciplinatamente si vaccina, considerando il vaccino (e il green pass che lo rende vincolante per molte necessarie attività) – con ragione – se non il bene assoluto, almeno il male minore e il vantaggio più probabile. A loro vanno indirizzate spiegazioni comprensibili, conferme attendibili, una valutazione pragmatica delle misure adottate e, nel caso, l’ammissione degli errori commessi. È a questi infatti che dobbiamo parlare, perché è all’interno di questa maggioranza silenziosa che ci sono anche coloro che sono ancora da convincere.

Tra costoro, in particolare, i due milioni di ultra-cinquantenni che continuano a posporre la scelta del vaccino. Alcuni, specie tra i più anziani, perché non sono in grado (anche solo materialmente: perché isolati, incapaci di usare un computer…) di organizzarsi, e di essere raggiunti dall’informazione o dalla possibilità concreta di vaccinarsi – e qui devono intervenire le articolazioni dello stato. Molti, invece, per scelta culturale: e qui qualche considerazione in più va fatta. Di procrastinatori (non sempre espliciti no vax) ne ho incontrati molti anch’io. Persone mediamente istruite, spesso over 60 e over 70, soggettivamente privilegiate (senza particolari problemi, quando non benestanti), con una certa abitudine culturale a cercarsi verità alternative per lo più innocue (medicine alternative, religioni alternative, investimenti alternativi, candidati o partiti alternativi…). Anagraficamente, in buona parte figli del ’68: ma come temperie culturale respirata, non come impegno politico diretto (allora, anzi, magari avversato, o vissuto criticamente). Le discussioni avute con loro mi pare facciano emergere soprattutto un dato: l’assoluto individualismo, e l’incapacità di comprendere la dimensione del proprio privilegio. L’individualismo emerge nelle preoccupazioni stesse: i rischi che può avere il vaccino per me, i suoi possibili effetti collaterali sul mio stato di salute. La dimensione sociale, il vaccino come gesto altruistico, come segno di appartenenza, di compartecipazione, di solidarietà, di impegno civile, non compare mai – ognuno pensa solo a sé (in maniera cieca, peraltro: se tutti facessero così e nessuno si vaccinasse, sarei molto più in pericolo anch’io – ma la logica del battitore libero, del free rider, è quella di massimizzare il profitto individuale e minimizzare il costo, come chi non partecipa allo sciopero sapendo che beneficerà comunque dei vantaggi ottenuti in termini di aumento salariale). La dimensione del proprio privilegio ne consegue: la generazione più fortunata della storia, che ha beneficiato dei maggiori e più rapidi progressi, anche in termini di salute e aspettativa di vita, oggi nella grande maggioranza dei casi titolare di pensioni largamente superiori ai contributi versati, dunque di vantaggi che nessuna generazione successiva avrà (altri pagheranno i costi della immeritata fortuna o degli sprechi di chi li ha preceduti), si rifiuta di fare il minimo gesto civile della vaccinazione, a tutela della salute pubblica, per paura di intaccare la propria. Tanto le loro pensioni sono garantite, e il prezzo di un altro lockdown lo pagherebbero le generazioni successive.

La lezione etica maggiore, a loro, la stanno dando i giovani di generazioni che sanno già di essere meno fortunate, che si stanno vaccinando volontariamente a tutela di tutti (e in particolare proprio degli anziani più “egoisti”), pur correndo soggettivamente meno rischi. Non sappiamo se è una lezione che sarà compresa. Ma prima o poi da qualcuno se la sentiranno sbattuta in faccia. E sarà semplicemente giusto.

 

Quel mondo di mezzo “ni” vax, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, “Corriere di Bologna”, 13 agosto 2021, editoriale, p. 1

Quando la burocrazia funziona (inutilmente)

Un professionista padovano di una certa notorietà, la cui onorabilità è oggi giustamente macchiata da quanto diremo, ha ricevuto da un ente pubblico incaricato dei controlli sui versamenti (ma poteva essere un altro ente pubblico qualsiasi) una “nota di rettifica” per aver dichiarato un “importo non corrispondente” ai calcoli dell’ente suddetto. La nota, di cui siamo entrati fortunosamente in possesso e gelosamente conserviamo, e siamo nel caso in grado di produrre, è un documento di estremo interesse per comprendere gli abissi di immoralità che allignano nella società a seguito dell’abitudine alla scorrettezza o anche solo alla sciatteria amministrativa, ma anche la forza morale del riscatto imposto dal ripristino dell’etica pubblica.

L’errore, grave, che la nota evidenziava e che il professionista ha prontamente ammesso, cospargendosi metaforicamente il capo di cenere e provvedendo immantinente agli adempimenti relativi, corrispondeva a un ammontare di 0,01 euro a debito dell’azienda. Ad alcuni potrà sembrare veniale: ma se lasciassimo passare queste indebite violazioni, dove mai andremmo a finire?

Giustamente quindi sono state comminate sanzioni per ritardato versamento (“numero giorni 18 al tasso del 5,50%”) per un ammontare di ben 14,30 euro (con doverosa severità, 1.430 volte il valore dell’incauta violazione), e un conseguente importo totale a debito dell’azienda di 14,31 euro. Magnanimamente l’ente in questione ha offerto al professionista la possibilità di ottemperare al suo debito con la pubblica amministrazione con adeguata rateazione, ma il reo, consapevole della gravità del suo gesto e voglioso di riscatto, con impeto virile e uno scatto di volontà in un sol colpo ha deciso di saldare il suo debito con la giustizia e la sua colpa rispetto alla civile convivenza. A conti fatti, l’impresa che gestisce avrebbe saputo resistere all’imprevisto evento, e il vantaggio della correttezza e della trasparenza nei rapporti con l’ente, e la consapevolezza di avere cancellato un’onta che avrebbe potuto diventare indelebile, ha spinto a procedere per le vie brevi, senza nemmeno ipotizzare alcun tipo di eventuale contenzioso.

Siamo affascianti da questo meraviglioso esempio di acribìa burocratica, di un’efficienza dalle reminiscenze asburgiche, cha ci fa guardare con speranza e fiducia al buon funzionamento della macchina amministrativa. Neanche ci domandiamo quindi quanto è costata la pratica, all’ente e al professionista, anche solo in termini di tempo speso per il controllo e il successivo ravvedimento operoso: l’onestà e la correttezza valgono qualsiasi sacrificio per le casse pubbliche e per quelle private. Magari, soggettivamente – noi che siamo lontani dalle rispettabili e onerose incombenze del pubblico controllore – ci domandiamo quale è la vera motivazione alla base di un comportamento che, in ambiti alieni da queste alte responsabilità (l’economia reale o la famiglia, per dire) suonerebbe irrazionale, antieconomico, e addirittura comicamente assurdo. Ci possiamo soltanto immaginare la reazione dell’integerrimo impiegato di fronte a cotanta violazione. E il timore, forse, che a non rilevarla si rischi il controllo, la valutazione e la sanzione del proprio operato, quando non l’accusa di omissione di atto d’ufficio, e le conseguenti ricadute sul percorso di carriera.

Da cittadini e osservatori esterni, non direttamente coinvolti in questa sordida storia, possiamo solo essere felici: siamo assolutamente certi che l’ente in questione, e tutti gli altri, dedicano lo stesso tempo e le stesse se non maggiori attenzioni alle indagini su violazioni sostanziali e cospicue delle norme, anziché limitarsi a meri controlli formali sulle pratiche in essere. E di questo rispettosamente ringraziamo.

Il puntiglio asburgico per 0,01 euro, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 5 agosto 2021, editoriale, p.1

Gli schieramenti pregiudiziali di Voghera

Da un lato la vittima perfetta: fastidioso, occasionalmente violento o comunque attaccabrighe, spesso alticcio, considerato un pericolo (anche solo perché orinava per strada o faceva apprezzamenti pesanti alle ragazze anche minorenni). La persona che nessuno di noi vorrebbe trovarsi sotto casa o al bar che frequenta. Per giunta straniero, immigrato, marocchino. Tutto, tranne che una figura difendibile, quindi: semmai il prototipo del rompiballe emarginato, ‘contro’ cui è facile identificarsi.

Dall’altro il colpevole che ci viene spontaneo considerare innocente: l’irreprensibile cittadino che vuole solo un po’ più di ordine e migliorare la vita degli altri, avvocato noto in città, con contatti professionali con le forze dell’ordine, seppure con l’abitudine inconsueta di girare armato e col colpo in canna, anche se non ne ha motivo, non correndo rischi personali o avendo subìto minacce. Un po’ giustiziere della notte su dimensione provinciale (gli amici commercianti lo chiamano se ci sono grane), un po’ aspirante supereroe: uno ‘con’ cui, a molti, viene altrettanto facile identificarsi. Figure assimilabili alla sua sono presenti anche dalle nostre parti, con amministratori “sceriffi” (che come lui si compiacciono di considerarsi tali: ignorando che la parola “sharif”, nella lingua della vittima, significa nobile, eletto) che hanno il porto d’armi, amano le ronde, e incidentalmente detestano gli immigrati, specie se importuni.

È questo il quadro che emerge dalle descrizioni di quanto accaduto a Voghera: la morte di un immigrato marocchino a causa di un proiettile sparato dalla pistola di un assessore leghista. Che, detta così, sembra una sceneggiatura persino banale.

Non ci interessa discutere il reato commesso, su cui non sappiamo e non possiamo né dobbiamo dire nulla, perché non è compito nostro. Se si tratti di eccesso colposo di legittima difesa, omicidio volontario o altra fattispecie di reato, lo deciderà la magistratura.

E non ci interessa la strumentalizzazione politica: il partito di appartenenza dell’assessore e la nazionalità della vittima (non a caso i suoi compagni di partito già hanno deciso che è innocente e i suoi oppositori che è colpevole; chi non ama gli immigrati che è innocente, chi li difende che è colpevole). L’essere diventati bandiera, che si tratti dello sparatore o dello ‘sparato’, è in un certo senso una complicazione non necessaria. E anzi, la strumentalizzazione a difesa dell’assessore che già monta finirà per giustificare, inevitabilmente, l’accusa di xenofobia contro di lui: fosse stato un cittadino italiano, nelle condizioni della vittima, la reazione sarebbe stata la stessa?

Altre cose, invece, ci interrogano di più: forse perché vanno oltre i protagonisti della vicenda, o perché sono dettagli che illuminano altre domande. Perché un assessore (che non è minacciato dalla mafia, e in una città che non è certo Los Angeles) gira armato e col colpo in canna, e se ne fa vanto, o almeno ostentata abitudine? Perché questo viene apprezzato dai suoi sostenitori, e non stigmatizzato dai suoi colleghi di governo? Da cosa discende quest’idea – forse questa granitica presunzione – di essere nel giusto perché si colpisce qualcuno che si presume non lo sia? Perché di fronte a un uomo ferito, che sarebbe morto di lì a poco, si sente il bisogno di chiamare la polizia e non anche il pronto soccorso? E come ci si sarebbe comportati a parti invertite: diciamo un marocchino sbandato che spara e uccide un assessore leghista che lo aveva aggredito? Come avrebbe reagito la politica, come se ne parlerebbe nei bar?

E ancora: perché si è arrivati a quest’atto finale? Cosa c’era (o cosa non c’è stato e avrebbe dovuto esserci) nel mezzo, che non ha funzionato? Perché la vittima era solo mal sopportata e non anche presa in carico, magari curata? Cos’hanno fatto o non hanno potuto o saputo fare i servizi sociali della giunta cui l’assessore apparteneva, o altre, poco importa?

Passi pure che sia stata, come si dice spesso in questi casi, una tragica fatalità. Ma forse uscire dalle estremizzazioni e dagli ideologismi, dalle difese e dalle accuse d’ufficio, ci aiuterebbe a farci almeno delle buone domande, senza pretendere di trovare subito delle soddisfacenti risposte.

 

Gli eserciti schierati a Voghera, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 25 luglio 2021, editoriale, p.1

Perché gli insegnanti (e altri) si devono vaccinare

Sono un insegnante, e un dipendente pubblico. Sono vaccinato. E credo dovremmo esserlo tutti. È per me motivo di orgoglio sapere che la stragrande maggioranza dei miei colleghi ha fatto la stessa scelta. E motivo di scandalo che una quota ancora troppo ampia non la faccia. Per questo trovo corretto ragionare su forme di incentivazione e di obbligo vaccinale.

La scuola è un servizio pubblico essenziale, indispensabile, ma prima ancora è un diritto, faticosamente acquisito nel tempo e costituzionalmente garantito. Ma è anche il settore (e bambini e ragazzi, la fascia di età) che ha pagato il prezzo più alto, in termini di chiusure, a seguito della pandemia. È impensabile che gli insegnanti, potendo (quindi esclusi coloro che hanno seri e dimostrabili problemi di salute), non si vaccinino. Tanto più nella scuola dell’obbligo, dove non si può pensare di vaccinare i ragazzi (non esistono ancora nemmeno vaccini per gli under 12); ma vale anche per ragazzi di altra età e nelle scuole di altro ordine e grado (anche se molti già si stanno vaccinando, avendo maturato contezza del problema: io stesso ho un figlio di quindici anni che ha scelto consapevolmente di vaccinarsi, e come genitori abbiamo condiviso la sua volontà).

Gli operatori sanitari, come noto, sono già obbligati a vaccinarsi. Credo che non solo gli insegnanti, ma tutte le categorie a contatto stretto con il pubblico – e tanto più se in servizi pubblici o pagati con denaro pubblico (dai magistrati agli addetti ai trasporti agli impiegati) – dovrebbero essere sottoposti a un trattamento simile, visto che siamo in presenza di un problema di salute pubblica. E che il servizio pubblico si fa carico di tutti, senza distinzioni e senza sovrapprezzi, come giusto che sia, quando si tratta di affrontare la diffusione della malattia e le sue conseguenze, oltre a farsi carico gratuitamente del vaccino. Se non con l’obbligo vaccinale esplicito, a cui non sarei contrario per principio, con altri mezzi cogenti e stringenti.

Sono abituato a rispettare forme di pensiero divergente e obiezioni di coscienza. Fin da quando ho scelto di essere – molti anni orsono – obiettore di coscienza al servizio militare. Ma sono abituato a pensare che le scelte di principio abbiano un prezzo, e valgano precisamente per questo. Nel mio caso, il rischio era di passare un equivalente periodo in carcere militare: allora avevo pensato di correrlo (anche se poi il ministero della difesa ha accettato la mia motivatissima domanda, e ho svolto un servizio civile, di lunghezza maggiore). Nel caso di cui stiamo parlando, il prezzo è inferiore. Essere destinato ad altre mansioni, se possibile: cercarsi un altro lavoro, se non possibile. O almeno accettare un periodo di sospensione dal lavoro senza stipendio e senza la maturazione di altri diritti collegati (anzianità, progressione di carriera, ecc.), finché la pandemia non sarà passata. Peraltro, penso che questo principio dovrebbe valere anche per altre forme di obiezione di coscienza (ad esempio, l’esclusione dai concorsi negli ospedali pubblici dei medici obiettori all’aborto, se servono ginecologi per i quali l’aborto è uno dei compiti). Del resto, chi non si vaccinerà pagherà comunque consapevolmente un prezzo, e accetta di farlo: nell’esclusione da eventi specifici, viaggi, residenze, vacanze, paesi, e dal moltiplicarsi della necessità di tamponi a pagamento (mentre il vaccino è gratis…) – non si capisce perché questa logica, accettata in altri settori, dovrebbe escludere la sfera lavorativa, tanto più in servizi pubblici essenziali.

Detto questo, per la scuola si aprono altre questioni. È giusto responsabilizzare i docenti (e indirettamente genitori e ragazzi) sulla vaccinazione. Ma ci si aspettano doverosi interventi almeno negli ambiti in cui la scuola ha competenza diretta: sugli impianti di ventilazione e di filtraggio dell’aria (o davvero immaginiamo che i ragazzi potranno stare in aula tutto l’inverno con le finestre aperte?), e sul potenziamento degli strumenti legati alla didattica a distanza (e la relativa formazione dei docenti, nonché la distribuzione di pc e tablet agli studenti che non ne dispongono) nel malaugurato caso in cui si sia obbligati a rinunciare, per qualche periodo, alla didattica in presenza. Ambiti in cui si è fatto ancora troppo poco: da parte delle scuole e delle istituzioni di governo nazionale e locale.

 

Perché non si può dire di no, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, “Corriere di Bologna”, “Corriere del Trentino”, “Corriere dell’Alto Adige”, “Corriere di Verona”, 9 luglio 2021, editoriale, p. 1

 

Fedi e politiche. Per rinnovare un dibattito invecchiato male

Il Forum di Limena mi ha chiesto una riflessione sul rapporto tra fede e politica.

Di seguito la mia risposta.

 

FEDI E POLITICHE

Per provare a rinnovare un dibattito invecchiato male

 

 

Ho fatto in tempo a vivere il fervore delle discussioni su “fede e politica” negli anni ’70 e ‘80. Conservo ancora un po’ di testi su questo tema, con questo esatto titolo (che non ho mai più sentito il bisogno di prendere in mano, e non lo farò ora). E non riesco a sfuggire alla sensazione che si tratti di un dibattito – come molti di quei tempi – irrimediabilmente datato. Non vecchio di quarant’anni, ma proprio di un altro evo (del resto, di un altro secolo si tratta). Lontanissimo…

Datato nella terminologia, nella solidità quasi ‘rocciosa’ che attribuisce presuntivamente alle categorie in questione. E anche per l’essere un tema quasi esclusivamente declinato al maschile. Che è il genere tuttora dominante nel mondo cattolico (inteso come gerarchia e funzionariato), nella teologia che pensa la politica, e anche nella politica (poca e poco profonda) che pensa la religione. Lo è statisticamente, percentualmente. Ma ho anche la sensazione che lo sia nella predilezione per temi totalmente astratti e quasi sempre disincarnati – cartesiani, mi viene da dire (“fede e politica” è tipicamente uno di questi temi). Ma Cartesio era quello che diceva cogito ergo sum quando sappiamo che nella vita è esattamente il contrario, per dire. Un filosofo, anche lui, tutto al maschile, oltre che maschio.

Dico questo per spiegare perché, quando sono stato invitato a riflettere su questo tema, ho subito accettato, ma anche contemporaneamente pensato che non avrei avuto molto da dire. O che, almeno, la pars destruens avrebbe preso decisamente il sopravvento sulla pars construens.

 

Cominciamo dai termini. Usare il singolare significa usare il retrovisore. Non posso riassumere qui lunghi processi in poche frasi (ho scritto parecchio di queste cose, visto che l’essere un sociologo delle religioni è uno dei miei mestieri). Ma possiamo e dobbiamo almeno dire che secolarizzazione, privatizzazione del religioso e pluralizzazione dell’offerta non sono passati invano. Né per la fede né per la politica, che è bene a questo punto cominciare a declinare entrambe al plurale.

 

Le fedi: perché il pluralismo interno al mondo cristiano, e ancora di più quello esterno, insieme alla soggettivizzazione del rapporto con il religioso, hanno di fatto reso sempre più frequenti nella nostra vita pratiche che non si riducono alla scelta tra essere credenti oppure no. Si può credere senza appartenere (e persino il contrario…), ci si può costruire di fatto, senza nemmeno accorgersene, la propria religione sulla base di elementi disparati raccolti lungo la strada (supermarket delle religioni, fai da te: un po’ di reminiscenze cattoliche, l’oroscopo, lo yoga, i cristalli, la guarigione attraverso l’imposizione delle mani, la cristalloterapia, la meditazione zen, il guru orientale e il santo cristiano…), si possono adottare processi di inclusione o di contaminazione (sono cattolico ma credo anche nella reincarnazione, o qualcos’altro), e ci si può convertire (e de-convertire) anche più volte (tanto per far capire che non è così strano, un venerato maestro della chiesa come sant’Agostino si è convertito al manichesimo e poi al neoplatonismo prima di approdare al cristianesimo) – e tutto questo lo si può fare in maniera intermittente e reversibile, e di fatto caratterizza la vita di molti noi, e sempre più dei nostri figli.

 

Le politiche: perché si comportano allo stesso modo, se sono “fedi laiche”, e finiscono per essere ancor più soggette alla logica della frammentazione se non lo sono (e di solito non lo sono più). Il rapporto del cittadino con le forze politiche è più debole, comunque meno fideistico (c’è meno credenza, e ancor meno appartenenza), spesso è mediato dal leader e passa attraverso di lui (e come ci si innamora, magari intensamente, con la stessa frequenza ci si disamora), c’è una notevole volubilità di opinioni, da parte delle stesse leadership, senza che questo incrini minimamente l’appartenenza, per i militanti, ma anche sempre meno militanza (una quota sempre più ampia di votanti oltre tutto decide in cabina elettorale). Dunque, anche in politica tutto vive uno statuto provvisorio e reversibile: a cominciare dalle stesse forze politiche, che hanno una durata sempre più breve, con ovvie conseguenze sulla fidelizzazione del voto (io per esempio nella mia vita sono stato iscritto a tre partiti, per lo più tuttavia non sono stato iscritto a nessuno, e ho simpatizzato e votato per almeno un paio d’altri – la stragrande maggioranza delle persone, di “fede” o meno, non si iscriverà mai a nessuno).

 

Non che non ci sia motivo di collegarle, allora, fede e politica: c’è sempre. Ma bisogna prendere atto che vanno declinate al plurale, e il cambiamento di opinioni è la nuova normalità, come lo è la mancanza di appartenenze stabili e dunque di comunità significative di riferimento. E non sono affatto convinto che sia necessariamente un male, un regresso, un passo indietro. Non solo, fedi e politiche pesano meno nella vita delle persone: tranne in quelle che hanno scelto professionalmente l’uno o l’altra, o tutt’e due. Perché ciascuno ha altre identità e appartenenze di riferimento significative (il sociale, la famiglia, la professione, il volontariato, i gruppi di simili perché interessati alle stesse cose, che siano hobbies, sport, ecologia o quant’altro). E quelli per cui sono determinanti le due di cui stiamo parlando sono una minoranza, di fatto un ceto di specialisti: con il rischio che il gergo con cui ci si esprime sia poco appetibile per il resto del volgo. Di fatto, è spesso più interessante coniugare le fedi con altre cose (prendiamo ad esempio la preoccupazione per l’ambiente) o le politiche con altre cose, che non fede e politica tra loro.

Di più, l’esperienza che tutti oramai facciamo, fin dai banchi di scuola o dai luoghi di lavoro, della pluralità (esperienze che fanno meno proprio le identità religiose e politiche, che tendono ad essere escludenti e a chiedere una militanza totalizzante, anche se pochi poi la praticano effettivamente), ci ha resi meno inclini a credere che i “nostri” siano necessariamente migliori degli altri, e che il semplice fatto di essere dei “nostri” non è per nulla una garanzia di comportamento migliore. Troppe controtestimonianze non ci consentono più una fiducia cieca, e neanche miope: occorre mettersi gli occhiali, se del caso, e non fidarsi di nessuno a scatola chiusa.

 

Faccio due esempi. Uno sul lato della politica: la Banca d’Italia – che è stata ed è per fortuna ancora un’istanza etica e una fondamentale riserva valoriale della repubblica (probabilmente la principale del nostro paese), dalla quale abbiamo attinto diversi tra i migliori nostri politici (ed è indicativo: gente cresciuta a fare conti, non a disquisire di valori). Direi che i momenti migliori li ha vissuti in mano a laici laicissimi, o a cattolici assai discreti: quando è finita in mano a pii teoreti, che amavano farsi vedere in compagnia di porporati, ha dato il peggio di sé e ha avuto uno sbandamento che ha rischiato di minarne radicalmente la credibilità. L’altro, sul lato della fede: penso ai ‘cappellani del parlamento’ – bravissimi nelle pubbliche relazioni e nell’organizzare incontri e pellegrinaggi in cui soprattutto i laici potevano ostentare la loro vicinanza, salvo la totale incapacità di aver fatto crescere una leadership cattolica presentabile, per non parlare di qualcosa che potesse assomigliare a una politica cristiana, qualunque, ma proprio qualunque cosa possa voler dire quest’espressione.

 

Quanto precede probabilmente spiega perché vivo una lontananza radicale da questo dibattito, e riesco a suggerire solo una soluzione individuale. Sia cattolico (o altro) chi lo è o si sente di esserlo, faccia politica chi vuole o pensa di poter dare un contributo, la faccia con chi c’è cercando di incrociarle come meglio riesce la sua attività con il fondamento delle sue radici valoriali. E addio nominalismi, addio retorica, basta ambigui pseudoriconoscimenti sulla base di un’appartenenza che, anche per i praticanti (e molti di noi lo sono a periodi alterni, peraltro – e trovo non ci sia nulla di male in ciò), non è più solida come in passato. E i luoghi di incontro, a prevalenza laica o cattolica (preziosissimi: tra questi anche quello che ci ospita) siano un contributo alla costruzione di un supplemento d’anima: meglio per temi che per princìpi. Esercitandosi empiricamente a fornire soluzioni. Che, si scoprirà, sono fondate anche su valori. Ma il confronto avvenga lì, non sui valori in sé.

 

Nel concreto. Ogni tentativo di creare una forza politica centrista, qualunque cosa significhi, per iniziativa di una rete di cattolici trasversali alle appartenenze partitiche, è in quanto tale destinato a fallire. Qualunque progetto potrà nascere solo in presenza di una qualche leadership carismatica – che in questo momento nel mondo cattolico impegnato in politica non si vede, domani può darsi, ma non è detto – e del sostegno di una base di interessi che per definizione non potrà coagularsi intorno a un’appartenenza fortemente modificata nelle sue architetture organizzative e men che meno intorno a una fede inevitabilmente evanescente. Tradotto: dubito che in futuro si potranno eleggere persone in un ipotetico partito “valoriale” o nei vari partiti esistenti solo perché vicine al vescovo o a una qualche associazione. Dati molti precedenti in cui ho avuto occasione di incocciare, meglio così. Basta con l’essere cattolico come rendita, anzi sinecura, magari per fare meno fatica nel trovare consensi per la propria piattaforma politica. Non abbiamo nessuna garanzia che gli altri siano meglio, certo, ma almeno non avremo alcuna complicità nell’aver scelto il peggio.

Credo sia utile impegnarsi in politica (io lo faccio) – ognuno rispondendo al proprio foro interiore, non certo alla curia (o alla parrocchia, a livello locale), né al movimento di turno – dove ci si trova a proprio agio (e cambiando ‘parrocchia’ – l’espressione è significativa – se non ci si sente più a proprio agio: ho fatto anche questo). Nessuna predilezione particolare per nessuna forza politica, quindi nessuna cogente indicazione di voto (che tanto non sarebbe rispettata), direi quasi nessuna esclusione, salvo alcune nette barriere valoriali (per dire, pur collocandomi personalmente in un campo che potremmo definire liberal-progressista, non vedrei affatto male la presenza di persone valorialmente solide nello schieramento di centro-destra: con cui collaborare non in quanto cattoliche, ma in quanto ragionevoli e che hanno maturato capacità dialogiche). E per il resto, buon lavoro, buona fortuna, con i compagni di viaggio che ciascuno troverà sul proprio cammino.

 

Stefano Allievi

Provvisorietà: cosa significa vivere senza legami stabili

Eravamo abituati a pensarci all’interno di storie di lungo periodo. L’amore di una vita, il lavoro stabile, la passione che ci accompagna – e con essi, una memoria storica sedimentata. Ma cosa succederebbe se le cose cambiassero, se vivessimo dentro percorsi meno lineari, rapporti più instabili, percorsi interrotti, maggiori discontinuità? E succederà?

È già successo, in realtà. Prendiamo la relazione per eccellenza, quella che dà il nome alle altre, e ne è l’idealtipo: l’amore di lungo periodo, e con esso la sua istituzionalizzazione – il matrimonio. Significativa, se non altro, perché è l’unica (a parte alcune adesioni di tipo religioso, come i voti) in cui ci si promette reciprocamente – o si lascia credere – che durerà indefinitamente (non così nei rapporti professionali, nell’appartenenza a una tribù metropolitana, nella pratica sportiva, e nemmeno nelle amicizie, o nelle passioni intellettuali).

Nel 1970, anno dell’introduzione della legge sul divorzio, il 98% dei matrimoni si celebrava religiosamente, con una formula che esplicita una promessa di fedeltà che solo la morte può spezzare. Dal 2018 i matrimoni religiosi calano per la prima volta al di sotto di quelli civili, nei quali la formula della promessa di durata non è esplicitata. E ogni anno il gap aumenta, con grosse differenze territoriali: nel Centro-Nord, che è anche l’area più abitata del paese, i matrimoni religiosi sono circa un terzo, al Sud le percentuali si invertono. Senza contare che questo avviene nel contesto di un calo complessivo della nuzialità (il più basso d’Europa) e un aumento delle coppie e delle convivenze di fatto, in cui non c’è alcun elemento contrattuale esplicitato.

Certo, c’è di mezzo un massiccio processo di secolarizzazione, e la diffusione di forme di religiosità non (o meno) istituzionalizzata. Ma anche una visibile ritrosia ad impegnarsi in percorsi di lungo termine, o addirittura di lunghezza indefinita. Lo stesso processo che è avvenuto nel mondo del lavoro, dove la linearità e il posto fisso hanno lasciato spazio ad un’ampia diversificazione di percorsi, un alternarsi di progetti, la possibilità (o l’obbligo, ma non va sottovalutato l’approccio culturale positivo rispetto a questa tendenza) di cambiare. L’innovazione tecnologica, il rapido succedersi delle mode, hanno del resto introdotto questo abito mentale nella nostra vita quotidiana, negli oggetti che acquistiamo e nella loro più rapida obsolescenza (eventualmente anche programmata – ma in complicità con una nostra già esistente propensione a cambiare), nelle nostre scelte, nei nostri hobby, negli sport che pratichiamo, nelle nostre opzioni valoriali, nelle opinioni politiche (non a caso cresce la percentuale di persone che sceglie chi votare direttamente in cabina elettorale, o comunque all’ultimo, e diminuisce la membership partitica, che si è fatta peraltro infedele – così come si è abbreviata la durata delle leadership e degli stessi contenitori politici): potevano rimanere escluse le nostre relazioni?

A questo aggiungiamo la mobilità sociale, la mobilità professionale e ancor più quella geografica, che ci spingono ad abbandonare e ri-creare nuove forme di relazioni, magari intense e coinvolgenti ma stabili solo finché serve o finché piace, fino al prossimo spostamento e al prossimo radicamento.

Infine, va tenuto presente il ruolo che in tutto questo ha il progressivo aumento della durata della vita. Che da un lato spinge in avanti nel tempo biografico alcune esperienze: prolungamento dell’obbligo scolastico e degli anni dedicati all’istruzione (finché non si capirà che deve diventare lifelong learning e intrecciarsi con l’attività professionale e altri tipi di esperienze, anziché costituire fasi successive e separate), e innalzamento dell’età del primo matrimonio (che ha raggiunto nel Centro-Nord i 37 anni per gli uomini e i 34 per le donne) che a sua volta spinge in alto quella della riproduzione. Dall’altro pone un interrogativo (che spesso rimane nel non detto, ma si insinua sottilmente nel nostro vissuto) sulla desiderabilità stessa di mantenere – in una vita che si avvia ad avere una lunghezza sempre maggiore – lo/la stesso/a partner, la stessa religione, lo stesso mestiere, la stessa meta per le vacanze, ecc.

Non è la fine dei rapporti stabili e di lungo periodo, delle scelte definitive, delle fedeltà inscalfibili: che continueranno ad esistere per una quota di popolazione, anche come elemento di desiderabilità sociale e culturale. Ma l’inizio della constatazione che si potrà scegliere tra l’una e l’altra cosa, e al limite praticare l’uno e l’altra in fasi diverse della propria vita. La constatazione – che è un fatto – che non c’è più un modello sociale unico da perseguire.

 

Senza legami stabili, in “Confronti”, luglio/agosto 2021, p. 38, rubrica “Il mondo se…”

“Torneremo a percorrere le strade del mondo” – Presentazione

Sabato 3 luglio, ore 18,30

Libreria Tarantola

Nell’ambito del Festival Vicino Lontano

“Torneremo a percorrere le strade del mondo” – Recensione Robinson

Robinson, “Repubblica”, 19 giugno 2021 . recensione di Marino Niola

robinson-recensione

 

https://www.utetlibri.it/libri/torneremo-a-percorrere-le-strade-del-mondo/