La cultura dell’emergenza. E perché è un problema

La discussione sulla proroga dello stato di emergenza in Italia mostra quanto la cultura dell’eccezionalità sia ormai diventata pervasiva e potente, al punto che ci siamo sostanzialmente assuefatti ad essa.

Il presidente del consiglio butta lì, con sconfortante nonchalance, in una chiacchierata con la stampa, che chiederà la proroga dei suoi poteri fino al 31 dicembre – altri 5 mesi! – senza che nemmeno gli passi per la testa che dovrebbe doverosamente informare, prima, il parlamento. E i più si adeguano. I partiti sostenitori del governo, ovviamente, buona parte dei media, ma soprattutto dei cittadini. E si è lasciata la protesta in mano ai partiti di centro-destra e alla Lega (ironicamente, la stessa Lega che giusto un anno fa, senza nemmeno la plausibile motivazione del Covid, chiedeva i pieni poteri per il proprio uomo forte, e leader di tutto il centro-destra), come se la cosa non avesse alcuna rilevanza di metodo e di principio. E invece ce l’ha eccome.

È evidente che lo stato d’emergenza italiano non ha nulla a che fare con i golpe, gli Orban o le dittature sudamericane, e può avere una funzione in caso di recrudescenza della pandemia. È altrettanto evidente, tuttavia, che la sensibilità democratica conta. In Europa alcuni paesi non l’hanno mai introdotto, altri l’hanno introdotto con limiti cogenti, e quasi ovunque è terminato in aprile, in Spagna il premier Sanchez andava ogni 15 giorni a farselo rinnovare davanti al parlamento, giustificandone l’utilità finché è stato necessario. Solo da noi, tra i paesi civili, è ininterrottamente in vigore dall’inizio dell’emergenza e se ne chiede l’estensione fino a fine anno. Oltre tutto, trattandosi di un provvedimento che, volendo, potrebbe essere reintrodotto in un quarto d’ora di consiglio dei ministri, in caso di necessità.

Perché allora, da noi, questa vistosa eccezione? Per molti motivi. Cominciamo da quelli davvero funzionali: per abbreviare la catena di comando e aumentare la rapidità di decisione. Il che la dice lunga sulla fiducia che gli stessi governanti (i governati lo sanno per esperienza) hanno sulla loro capacità di gestire i processi: essendo abituati al fatto che la normalità non funziona, ci affidiamo all’eccezionalità (purtroppo, solo illusoriamente, come si è visto con l’incapacità dei commissari nazionali anche solo di procurarci delle mascherine, non parliamo di una efficace e generalizzata gestione di tracciamenti e tamponi). Le ragioni vere, di comodo, però sono altre: lo stato d’emergenza dà una vastissima vetrina a chi governa, una certa condiscendenza degli opinion leaders, e un consenso generalizzato da parte della pubblica opinione maggiormente impaurita; ecco perché, dichiarato esplicitamente o meno, ne hanno fatto grande uso i governanti sia a livello nazionale che regionale. In più, questo stato di cose silenzia sostanzialmente le opinioni contrarie, e soprattutto mette in ombra, sotto la visibilità delle grandi questioni (come è appunto lo stato di emergenza), i piccoli malfunzionamenti della macchina che l’emergenza dovrebbe gestirla: in Italia, senza riuscirci un granché. Tanto che potremmo dire che la situazione di emergenza sia anche conseguenza dell’incapacità di gestire l’emergenza: che produce la necessità di strumenti speciali come lo stato di emergenza. Stessa logica di chi, in altro ambito, non gestendo l’immigrazione fin dalla regolarità degli arrivi, produce irregolarità e di conseguenza insicurezza, cui risponde chiedendo consenso per leggi speciali e decreti sicurezza.

Infine, chi governa sa bene che la logica del nemico esterno funziona benissimo per convincere la polis ad unirsi sotto la guida dei governanti, contro la minaccia che viene da fuori (dal mondo minaccioso della foresta: i forestieri, i foresti, appunto). Da Tucidide a Carl Schmitt, passando per Machiavelli e Hobbes, questa logica è quella che, da che mondo è mondo, spinge a dichiarare una guerra per silenziare l’opposizione interna e guadagnare consenso tra i sudditi. Il fatto che il nemico esterno, oggi, non sia uno stato, un esercito straniero, una minoranza interna da usare come capro espiatorio, ma un virus, non cambia la sostanza e l’efficacia del meccanismo.

 

Emergenza infinita e democrazia, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 14 luglio 2020, editoriale, p. 1

Il potere dei senza potere

Non c’è più il potere di una volta: quello ostentato, visibile, terribile, presente nella mitologia, nella nostra immagine del Medio Evo, nelle gesta delle popolazioni guerriere, nelle tragedie di Shakespeare. Quello lo cerchiamo nella fiction, ma lo vediamo meno spesso nella realtà. Non che non esista. Ma per i nati nella parte più fortunata del mondo assume forme meno potentemente barbariche. E più di frequente in ambiti lontani dalla politica, piuttosto che al suo centro.

Certo, il potere pervade ogni cosa: sta alla società come l’energia sta alla fisica. Non c’è relazione, a cominciare da quelle di coppia, e di amicizia, che non ne sia intrisa. Eppure proprio a cominciare dalla coppia, dall’amicizia, dalla famiglia, possiamo imparare che si può suddividere diversamente da come si è fatto tradizionalmente, che non c’è nulla di ineluttabile nelle sue attribuzioni così come nelle sue modalità di esercizio. Nei rapporti di forza, oggi, c’è sempre qualcuno che ricava più dell’altro, ma raramente l’altro è del tutto disarmato, e a poco a poco lo si impara.

Lo sappiamo dalla solitudine di re e potenti quando scoprono che il mondo, nonostante tutto, gira da solo. Come in un personaggio raccontato nel Piccolo principe, il re che ordina al sole di tramontare pur di sentirsi obbedito, facendo finta di non sapere che il sole lo avrebbe fatto comunque. Ma c’è una trasformazione più recente del potere, che potrebbe avere conseguenze importanti in futuro: la sua perdita di efficacia – di potere, appunto… Sempre più il problema non è quello di conquistare il potere, ma di riuscire a fare davvero quello che si vuole o si è promesso di fare una volta che lo si è conquistato. È la scoperta amara che fanno oggi i politici, dai presidenti degli Stati Uniti ai presidenti del consiglio nostrani: una volta che ci sei arrivato, a quella che è considerata l’incarnazione suprema del potere, non è detto che tu possa davvero attuare le politiche che ti sei proposto. Semplicemente perché esistono innumerevoli soggetti che hanno anche loro un potere: non foss’altro che un potere di interdizione, di rallentamento dei processi, se non di loro boicottaggio – dalle burocrazie alle magistrature, dai sindacati a comitati di ogni tipo, passando per la forza d’inerzia, che per Tolstoj era la forza più grande della storia. Processo evidentemente più visibile nelle democrazie, ma che riguarda anche altre forme di governo, perché è dovuto alla complessità delle relazioni e alla numerosità dei soggetti, non solo agli strumenti della rappresentatività e alla trasparenza dei meccanismi. In un certo senso, la società complessa produce i suoi propri limiti. E scopriamo l’esistenza del potere diffuso, di sottopoteri e contropoteri, oltre che l’efficacia del soft power, cioè la capacità di persuadere, di convincere, di sedurre, o magari di cooptare, rispetto all’idea più grossolana degli hard powers, basati su indici quantitativi, a cominciare dal numero di armi e armigeri (lo diceva già Talleyrand a Napoleone: “Con le baionette, sire, si può far tutto, tranne una cosa: sedervisi sopra”; e comandare è tranquillo esercizio del potere, è sedersi, per così dire). È dunque il passaggio dall’hard power al soft power che caratterizza la società plurale e complessa: meno bisognoso di ricorrere alla violenza primigenia del potere, ma più efficace. O forse, tout court, “la fine del potere”, come titola un libro del politologo Moisès Naím, che descrive appunto questo progressivo indebolimento.

Questa idea del potere, che ne denuncia i limiti di efficacia, ha anche sottili implicazioni per l’idea stessa di democrazia: non tutte positive, dato che mette in questione anche la sua efficacia in termini di “democrazia decidente”, e dunque di azione capace di produrre conseguenze reali. Da un lato abbiamo scoperto i limiti del potere: che non ha più nemmeno una sede, un palazzo d’inverno che possa essere conquistato – ma molte e diffuse. Ed è buona cosa. Dall’altro, se il potere è innanzitutto potere di fare, di produrre il reale, dobbiamo toglierci anche molte illusioni sulla sua efficacia. Da questo, naturalmente, può venire anche un bene. Diceva Lao-Tse: “È meglio essere una guida che un padrone”. Cristo si servirà del potere rinunciandoci. Forme di cittadinanza sociale, e di organizzazione dal basso, territoriale o comunitaria, oggi, provano a organizzare nuove forme del potere: e a praticarle.

 

Senza potere, in Confronti, n. 7/8, luglio-agosto 2020, p. 37, rubrica “Il mondo se…”

Contro la perfezione

In sociologia – e più in generale nel dibattito sociale – non ci si imbatte frequentemente nella dicotomia perfetto/imperfetto. Se ne può parlare di una persona, quando si è innamorati (salvo autoaccusarsi di cecità, quando la fase dell’innamoramento passa – e passa…); di un’opera d’arte, per motivazioni estetiche, quando ci si lascia andare ad espressioni enfatiche (anche questo tipo di perfezione è sempre relativo a un’epoca – poi anche questa passa); pure di una società, quando ci si esercita nell’immaginarla, la società perfetta: e qui siamo nel campo dell’utopia (come anche nei due ambiti precedenti, probabilmente), o dell’ideologia, certo non della sociologia, o banalmente dell’osservazione realistica. La perfezione, insomma, per riprendere una frase non a caso proverbiale, non è di questo mondo. Dell’altro, non abbiamo testimonianze dirette.

Nessuno si azzarda a immaginare di vivere in una società perfetta. Qualcuno – sempre meno persone, sempre meno spesso, con sempre meno convincimento – afferma di volerla costruire: fondamentalismi politici e religiosi, per esempio. In ogni caso, la perfezione non è mai immaginata nel presente: è sempre qualcosa che caratterizza un ipotetico futuro (noi homines novi – guarda caso, quasi mai si tratta di donne – noi avanguardia, noi eletti, costruiremo la società perfetta, la Gerusalemme celeste in terra, ecc.), o un altrettanto ipotetico passato, nostalgicamente romanticizzato e mitizzato (l’età dell’oro – di solito quella delle origini, degli inizi, della fondazione: di un movimento, di una religione, di uno stato…). Già questo dovrebbe insospettirci. Ed è quello che probabilmente insospettisce i contemporanei, che vivono sempre di più nel presente, e sono sempre meno capaci di proiettarsi sul futuro quanto di conoscere il passato.

Di solito se ne parla male, della presentificazione degli orizzonti, testimoniata tanto dalla diminuita propensione al risparmio o a procreare o a impegnarsi in legami e lavori di lungo periodo, quanto dal minor investimento in utopie politiche e in fedi religiose che proiettano il loro orizzonte troppo nell’aldilà – in altre generazioni (socialismo realizzato) o dopo la propria morte (cristianesimo incluso, che tuttora troppo spesso dimentica la parte del messaggio che riguarda “il centuplo quaggiù” in favore di quella relativa alla “vita eterna”). Ma questo ‘presentismo’ ha probabilmente anche un lato positivo: siamo meno disponibili a farci coinvolgere, a fare sacrifici (vulgo: a farci fregare), in nome di un obiettivo alto e altro, e quasi sempre altrui, lontano (mentre siamo ancora relativamente disponibili a farlo per le persone vicine e cause più prossime). Lo fa meno la gente comune, almeno. Lo fanno ancora i fondamentalisti, appunto – minoranza pericolosa, ma pur sempre minoranza.

Ora, quello che crediamo è quello che percepiamo, e quello che percepiamo è quello che accade: “Se una cosa è percepita come reale, essa sarà reale nelle sue conseguenze”, come recita il teorema sociologico di Thomas. Da qui la perdita di importanza della dicotomia perfetto/imperfetto. Non la percepiamo: dunque non è reale nelle sue conseguenze.

Contano invece, continuano a contare, altre dicotomie: puro/impuro (su cui si fondano alcune religioni – non tutte – e la stessa sociologia delle religioni, basti pensare a Durkheim), e superiore/inferiore, ad esempio – peraltro tra loro legate. Proviamo a dedicare loro qualche breve considerazione: poco più di un cenno, molto meno di un approfondimento.

C’è un inquietante ritorno sulla scena pubblica e politica del linguaggio relativo al puro e all’impuro, applicato ad esempio alle comunità etniche, che per definizione pure non lo sono mai: non esiste una cosa che si possa chiamare razza (o etnia) pura, ed è quindi impossibile e velleitario qualsiasi tentativo di purificazione etnica e razziale. Ma il loro richiamo è una sirena seducente: che sé-duce, che conduce a sé. Questo richiamo non è identico alla dicotomia tra perfetto e imperfetto. Purificare è un tentativo, un mezzo, per recuperare uno stato di perfezione: ma sempre provvisorio, di efficacia assai temporanea. L’impurità si insinua sempre e inesorabilmente nel quotidiano, e occorre ricorrere nuovamente al rituale della purificazione. Da qui però la tentazione di provarci, anche in maniera simbolica, rituale, appunto: ricorrendo a rituali certo semplificati, ma che hanno questo identico obiettivo. Trasformando il diverso in capro espiatorio, per esempio: da punire o espellere ritualmente. Eccezionalizzando la sua presenza sottoponendolo a legislazioni specifiche (dagli immigrati alle minoranze religiose, abbiamo numerosi esempi a supporto). Ma vale anche nei confronti per esempio dei gay e del mondo LGBT, e di altri fastidiosi tipi di diversi e di diversità.

Questa dicotomia si richiama a quella superiore/inferiore. È la razza, civiltà, etnia, religione, modello familiare, cultura (e quant’altro) che si autodefinisce superiore che tende a eterodefinire l’altra come inferiore, e nel caso a purificarsi dalla sua presenza, espellendola da sé, o a purificarla per renderla meritevole di accedere al mondo dei puri.

Qui c’è un altro aspetto che differenzia purezza e perfezione. La perfezione è uno stato che costa fatica raggiungere (si tende alla perfezione – e non la si raggiunge mai): la purezza è uno stato che uno ha o non ha, per nascita, o perché l’ha acquisito in maniera relativamente facile, praticando ‘magicamente’ un rituale di purificazione, appunto, quale che sia – un’abluzione, o l’ingestione di un cibo puro e purificante, o una benedizione. Dunque è alla portata dei più. E garantisce più facilmente quell’autodefinizione in termini di superiorità così psicologicamente tranquillizzante…

Sono, questi fenomeni – probabilmente – una reazione ai processi di globalizzazione percepita, che ci rende esposti all’insignificanza e dunque al ritorno a – alla ricerca di – nuovi orizzonti identitari, nuove collettività di riferimento (elettive, tuttavia, raramente ascritte) – gli identitarismi, appunto: fondamentalismi, razzismi, etnicismi, tribalismi metropolitani (dal tifo calcistico alle mode identitarie che ci definiscono – e separano dagli altri – per modi di vestirsi, tipi di musica ascoltata, modalità di utilizzo del tempo e frequentazione di luoghi particolari e caratterizzati). L’individualizzazione di massa, che pure ha i suoi lati positivi, inclusa una democratizzazione dell’aspirazione ad avere un significato, porta a un’affermazione di massa dei (propri) diritti, ma anche la paura di non farcela, da cui il rancore nei confronti degli altri (impuri, inferiori, se del caso) a seguito della propria perdita di posizioni (sociali, culturali, di status) acquisite, un’insularità crescente delle opinioni, e la chiusura – o il tentativo di chiusura – nella cerchia dell’identificazione in tribù omogenee, come avviene trasparentemente anche nei social network. Ma questa tensione non è un destino. La verità, dopo tutto, è che non ci riusciamo davvero, a fare quello cui aspiriamo. Le caratteristiche strutturali stesse di una società complessa e plurale ce lo impediscono. Le identità sono fragili, i confini permeabili, possiamo acquisirle ma anche rifiutarle, trasformarle, ibridarle, meticciarle, sostituirle…

Alla fine, ci tocca accontentarci di noi stessi, di come siamo. E per tentativi ed errori, passando inevitabilmente attraverso conflitti che sono la fisiologia sana, e non la patologia, della società plurale, siamo costretti a moderare le nostre aspirazioni: incluse quelle identitarie.

La tensione si riduce a fare bene, a fare meglio, a stare meglio. Alla perfezione ci abbiamo rinunciato. E probabilmente è una buona notizia.

 

Dicotomia oerfetto/imperfetto, in “Servitium”, n. 248, aprile/giugno 2020, pp.107-110 (numero monografico: perfezione/imperfezione)

La retorica dell’autonomia

L’autonomia è tutto: la risposta ad ogni quesito, la soluzione per qualsiasi problema. Come certi medicinali miracolosi, rimedi universali, o panacee da mercato popolare. La virtù magica dell’autonomia consiste precisamente in questo: non solo serve per tutto, ma, addirittura, basta la parola – come un incantesimo. Solo che, a essere continuamente tirata in ballo, proprio come per i balsami buoni per ogni malanno, si rischia di scoprire che non servono, in realtà, a nulla, o a molto poco: niente più che un placebo – la cui definizione è quella di terapia o sostanza priva di principi attivi specifici, ma somministrata come se avesse davvero proprietà curative o farmacologiche. Una finzione, insomma: a fin di bene, ma pur sempre una finzione. Il paziente può anche migliorare, nella misura in cui ripone fiducia nel placebo: ma il miglioramento non è effetto del farmaco – solo della fiducia in esso. E sta meglio non grazie a, ma in un certo senso nonostante, esso. Quando il farmaco è somministrato in mala fede si tratta, invece, di una truffa.

Ecco: quando sentiamo rispuntare la parola a ogni piè sospinto, per giustificare la qualunque, l’effetto placebo fa immediatamente capolino; qualche volta accompagnato da un vago sentore di truffa, o almeno di fuffa. Come accade nel dibattito politico in vista delle prossime elezioni regionali.

In nessuna regione italiana si usa e abusa tanto la parola autonomia come in Veneto. Nemmeno in Lombardia, che ha dato i natali ai principali imprenditori politici del verbo autonomista – ci riferiamo alla Lega – se ne parla così tanto, per giustificare qualunque disegno. Come se fosse l’unica – sottolineo: l’unica – arma di cui si dispone: la panacea, appunto. Oggi torna d’attualità con la Lega che chiede a Fratelli d’Italia di firmare una specie di sacro giuramento scritto sul verbo autonomista (e FdI che risponde di crederci, ma di non volerlo giurare, o scambiandolo con un giuramento sul verbo presidenzialista), pena l’andare ad elezioni da separati in casa. Scontro peraltro prontamente rientrato: tutti pronti a firmare qualsiasi patto sull’autonomia, anche prima di leggerne i contenuti, e di fatto a prescindere da essi – tanto in Veneto su questo si è sempre andati d’accordo. Sappiamo quanto c’è di minuetto, di contrattazione pre-elettorale, di gioco, in questi meccanismi, che servono a nutrire la cronaca politica locale, appagare singoli narcisismi individuali, cercare visibilità per il proprio partito sulla stampa e le tv locali, e possibilmente nei cuori dell’elettorato. Tuttavia colpisce l’osservatore quanto tutto il meccanismo sia fondato su roboanti dichiarazioni, rigorosamente prive di contenuto empirico: anche perché, per fare politica in Veneto, l’adesione al verbo autonomista è praticamente obbligatoria, e largamente trasversale, da destra a sinistra, al massimo attraversata dal vaghissimo dubbio di un “sì” critico, qualunque cosa voglia dire l’espressione (anche nessuna).

Ciò che sorprende, nel dibattito, non è che se ne parli: la rivendicazione è legittima. Ma che se ne parli quasi sempre in astratto, vagamente, retoricamente – basta la parola, appunto. Mai o quasi mai che si dica “autonomia per fare cosa”, “gestita da quale leadership preparata allo scopo”, “con quali calcoli già fatti sulle conseguenze nei rispettivi settori”, magari con due tabelline di costi e benefici – vergate con numeri, non con vaghe parole – da accompagnare al dibattito.

Tutto questo mentre alcuni elementi importanti di autonomia o almeno valorizzazione della popolarità dei presidenti di regione si sono manifestate in questi mesi di emergenza sanitaria, di lockdown, e infine di tentativo di uscita dall’emergenza stessa, con margini di contrattazione sempre più allargati a favore delle regioni. Questo accade tuttavia anche nelle regioni che non fanno alcuna retorica dell’autonomia, non hanno celebrato referendum, e nemmeno fanno firmare dichiarazioni d’intenti sul tema alle forze politiche, ma semplicemente gestiscono quella che hanno, e acquisiscono margini maggiori, con almeno altrettanta – se non maggiore – efficienza, come in Emilia-Romagna. Tanto da far dubitare di quale sia il valore aggiunto reale della retorica autonomista di cui il Veneto fa uso a man bassa. Se non come strumento di consenso: ma quello era già noto.

 

Autonomia, l’uso retorico della riforma, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 1 luglio 2020, editoriale, p.1

Covid e dintorni: i musulmani e il diritto alla sepoltura

https://ilbolive.unipd.it/it/news/dove-seppelliamo-nostri-morti?fbclid=IwAR19bvbozOgD2NrMDIKrSHkH_TFndeWFLpzVK6GM2EfhwtJisOti82LybIY

 

Dove seppelliamo i nostri morti?

“Dove seppelliamo i nostri morti?” In questo periodo di emergenza sanitaria è un interrogativo non privo di inquietudine tanto per i cattolici quanto per i credenti di minoranze religiose. Tra queste, la comunità musulmana è particolarmente toccata dal problema e sono mesi che i giornali ne parlano. In realtà però, è da tempo che si discute per trovare una soluzione: dall’inizio degli anni Duemila si tenta di trovare un’intesa tra comunità islamica e stato italiano, ma ad oggi non sono stati raggiunti grandi risultati. Su circa 8 mila comuni italiani sono presenti solo 58 cimiteri islamici – destinati peraltro ai residenti nel comune in cui si trova il cimitero – e dovrebbero far fronte alle esigenze di una comunità di circa 2 milioni di credenti.

È evidente che anche senza Covid-19 il problema presto o tardi si sarebbe dovuto affrontare e risolvere in maniera definitiva.

L’attuale situazione, rendendo impossibile il rimpatrio delle salme a causa della chiusura di rotte aeree e marittime, non ha fatto altro che acuire una problematica già presente, creando emergenza nell’emergenza.

Per comprendere meglio la necessità di realizzare aree cimiteriali islamiche, abbiamo intervistato il professor Stefano Allievi, docente di sociologia dell’università di Padova.

“Noi diciamo che i migranti tendono a rimandare i corpi dei defunti nel paese di origine, ma questo accade solo in una prima fase, ovvero quando si sentono migranti temporanei. Man mano che risiedono per periodi più lunghi nel paese di immigrazione, e tanto più se ci fanno famiglia, la loro proiezione diventa il luogo in cui vivono. È quindi normale che desiderino essere seppelliti nel territorio dove hanno vissuto e dove si trovano i loro parenti più stretti” spiega il professor Allievi.

Ne consegue che questo vale anche per i musulmani e non bisogna dunque stupirsi se il loro obiettivo diventi quello di realizzare cimiteri islamici.

“Tuttavia in Italia sono ancora pochi e spesso i defunti vengono deposti in aree acattoliche; ma via via che la comunità cresce diventa necessario, banale, fisiologico, aprire spazi a loro dedicati. Questo produce opposizione da parte dei sindaci o delle amministrazioni perché il diritto alla sepoltura, che è un diritto umano, è sentito come un processo di invasione. In definitiva, il desiderio di essere sepolti nella terra in cui si è vissuto per la maggior parte della propria vita non è altro che un processo di integrazione post mortem”.

Intervista al professor Stefano Allievi, docente di sociologia dell’università di Padova sul problema delle sepolture dei musulmani in Italia

Dunque, quella che sembra essere un’esigenza specifica dei musulmani assume un carattere universale che abbraccia tutte le minoranze religiose. La richiesta di aree riservate dove seppellire i propri morti “è tipica delle comunità religiose sia minoritarie che maggioritarie”. Il fatto è, che nei confronti dei musulmani si è creata l’idea che il professor Allievi definisce con l’espressione “processo di eccezionalismo dell’islam”, ovvero “pensare sempre che questa religione rappresenti un caso eccezionale; in realtà non lo è affatto. Bisogna calcolare che alcune identificazioni più forti sono legate al fatto di essere una minoranza e quindi valgono anche per le altre. Le comunità minoritarie soffrono di non essere riconosciute, mentre quelle maggioritarie lo sono di fatto dalle leggi, dalle istituzioni, dal paesaggio, dall’urbanistica, dalla politica”. La mancanza di questo riconoscimento per le prime si esplica nel “bisogno di sancire in maniera più forte gli obblighi, ma questo vale per tutte le minoranze”. In Italia l’esigenza della comunità musulmana viene intesa come esclusiva rivendicazione di un non-diritto (ovvero il diritto alla sepoltura), quando ad altre minoranze religiose (valdesi, ebrei) la medesima necessità non solo è riconosciuta, ma è anche garantita.

Dunque, se non c’è niente di strano in questa richiesta da parte dei musulmani, perché loro “vogliono” e “chiedono” come fanno esattamente gli altri gruppi minoritari, qual è il problema?

Facciamoci aiutare da una notizia e da qualche numero (in costante aumento). La notizia riguarda il progetto di realizzare un cimitero islamico nel comune di Fiumicino su un terreno di 400 ettari. I numeri, invece, sono relativi all’appartenenza religiosa degli immigrati presenti in Italia (stimati di poco superiori ai 5 milioni). Secondo le stime del Dossier statistico immigrazione relative all’anno 2019, gli ortodossi sono circa 1,5 milioni; i protestanti 232 mila; gli induisti 158 mila; i buddhisti 120 mila; atei e agnostici 248 mila.

Se si uniscono le due informazioni, ci si rende ben conto che nel momento in cui tutti giustamente “chiedono”, viene a crearsi un problema di spazio. A questa problematica se ne lega un’altra: le sepolture permanenti. “All’inizio venivano negate per motivi di spazio” spiega il professor Allievi “ma poi sono state autorizzate, poiché la popolazione europea è in decrescita e il bisogno di aree cimiteriali non è così impellente. Tuttavia, le richieste di comunità religiose minoritarie come quella musulmana, ha innescato una richiesta anche in quelle maggioritarie, tra cui i cattolici”.

La società aperta e la spirale del sottosviluppo

una società aperta ci salverà (leggi qui l’intervista)

Post-Covid: la grande diseguaglianza. Le “3G” che dividono l’Italia

Non si uscirà dall’emergenza occupandosi solo dell’emergenza. Perché la crisi economico-sociale indotta dal Covid non ha fatto altro che far vedere meglio i mali strutturali dell’Italia.

In particolare, si sono manifestate in pieno le tre grandi disuguaglianze su cui si fonda il nostro paese, quelle che potremmo chiamare “le 3 G”: tra garantiti e non garantiti, tra generi e tra generazioni.

Il possesso o meno di garanzie ha diviso radicalmente l’Italia: tra titolari di un reddito fisso (un salario pubblico e pensioni, in particolare), e tutti gli altri. C’è chi ha potuto mantenere un reddito sostanzialmente inalterato, continuando a lavorare in presenza o a distanza, nel privato come nel pubblico (ma in qualche caso anche in assenza di un decente corrispettivo lavorativo, nella parte di pubblico impiego che non ha saputo o voluto reagire, diciamo pure quella parassitaria), e chi invece l’ha perso in tutto o in parte. La divisione si è vista benissimo nel tipo di reazione predominante al virus. I garantiti avevano e hanno tuttora in testa solo il problema sanitario, e la sua soluzione, privilegiando l’aspetto di prevenzione della diffusione del virus a scapito di tutto il resto: con elementi di sovrastima del pericolo, di sottostima delle conseguenze delle decisioni adottate, di evidente egoismo sociale. E hanno monopolizzato per lunghe settimane il discorso e la produzione di conoscenza (o presunta tale), quasi senza contraddittorio, a scapito delle tragedie che stavano avvenendo nell’economia e nella società, dove i non garantiti sono stati a lungo degli invisibili: una platea larghissima, ma quasi senza voce. Composta da tutti coloro che hanno perso lavori e lavoretti temporanei e a termine, i licenziati, i cassintegrati, gli imprenditori, artigiani e commercianti che sono stati obbligati a chiudere, senza più guadagni mentre le spese correnti si mantenevano quasi inalterate, i settori a contatto con il pubblico, dal turismo al mondo dell’arte e della cultura, ma anche le fasce tradizionalmente deboli e marginali della società, che vivono di lavoretti, di espedienti, di lavoro nero (e quindi non tutelato né quando c’è né quando non c’è più), gli immigrati (tra i quali il tasso di povertà era già prima quadruplo rispetto alle famiglie italiane), tutta quella fascia di società che sopravvive a cavallo tra emerso e sommerso, un po’ in regola e un po’ no. Se è vero che ci siamo impoveriti tutti di almeno il dieci per cento (ma crediamo che la percentuale finale sarà molto più alta – il peggio deve ancora venire), tutto ciò è avvenuto in maniera profondamente diseguale, e ha aggravato ulteriormente la già drammaticamente diseguale struttura delle opportunità nel nostro paese.

La seconda “G” riguarda le diseguaglianze di genere. Anche queste già ben visibili (prima della crisi eravamo all’82° posto nel Global gender gap index), ora si sono amplificate in maniera così evidente da rendere precarie anche le conquiste ottenute di recente. Come sempre, il costo vero delle scelte fatte e ancor più non fatte (si pensi al disinteresse per la scuola e i bambini) si è scaricato soprattutto sulle donne, costrette a rinunciare a redditi già prima più bassi per occuparsi della prole, di cui improvvisamente non si è occupato più nessun altro, né istituzioni né servizi. Gli studi cominciano a denunciarlo adesso, ma il problema ancora una volta era antecedente, con ritardi enormi su indicatori che non riguardano solo il benessere delle donne – che poi è il benessere delle famiglie e della società – ma anche le prospettive demografiche, che già erano una cappa cupa sul nostro futuro (in Italia si dimentica che i tassi di partecipazione al lavoro delle donne e i tassi di fecondità sono intrecciati in positivo: per cui meno le donne lavorano, meno fanno figli, non il contrario). Ma i passi indietro sono stati anche in altri ambiti, dalla divisione dei ruoli alla violenza di genere: condannando metà dei membri della società a sostenere l’altra metà, implementando discriminazioni già impressionanti e mal comprese.

La terza “G” tocca le diseguaglianze generazionali. Queste erano già gravissime prima, in un paese con la natalità più bassa d’Europa, il maggior disequilibrio negativo tra nati e morti, l’età media più elevata, le proiezioni più drammatiche nel rapporto tra popolazione attiva e pensionati (che potrebbe diventare di uno a uno tra poco più di vent’anni), la permanenza crescente dei giovani nelle famiglie d’origine (la più alta d’Europa: due terzi nella fascia 18-34 anni). Queste diseguaglianze sono aumentate drammaticamente in pochi mesi. O qualcuno crede che la colossale perdita di ricchezza e l’immenso debito pubblico che abbiamo deciso di accollarci con le scelte emergenziali successive non li pagherà davvero nessuno? Il problema è che i garantiti, che sono soprattutto maschi e anziani, si sono effettivamente abituati così: a vivere nell’irrealtà di un privilegio già oggi pagato dalle generazioni che seguono, e domani pagato ancora più salato proprio da chi sa già di essere destinato ad essere meno garantito di loro.

Ecco perché se non si affrontano questi nodi strutturali, non ne usciremo. O si costruisce una visione capace di guardare oltre l’emergenza, o ci si resta. E l’arrivo delle risorse europee è forse l’ultima occasione per farlo.

 

L’epidemia diseguale. Le “3G” dello choc economico, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 21 giugno 2020, editoriale, p.1

Scuola tradita, ragazzi dimenticati. La resa di uno stato senza progettualità.

Alla fine si è optato per il nulla. Niente fine dell’anno scolastico in presenza, almeno per le classi terminali dei vari cicli, inclusi i più piccoli. Niente attività alternative, in luoghi diversi dalle scuole. Niente lezioni di recupero nei mesi estivi, per chi ha fatto poco o nulla, e non per sua colpa, in questi mesi. Niente centri estivi, o almeno corsi di preparazione in vista della riapertura con il nuovo anno scolastico: per tappare i buchi principali di preparazione che, altrimenti, per molti rischiano di diventare irrecuperabili, e produrre abbandoni scolastici in percentuali maggiori negli anni a venire. Sospesi di fatto, per un semestre (se va bene: se non ci saranno seconde ondate del virus in autunno), gli articoli 33 e 34 della Costituzione sul diritto all’istruzione. Nessuna considerazione dei bisogni delle famiglie. Soprattutto, nessuna considerazione dei bisogni formativi e relazionali dei bambini e dei ragazzi. Tutte le cose che sarebbe stato utile fare, anche solo a livello sperimentale, a macchia di leopardo magari, se non altro per testare la capacità effettiva di ripartire a settembre – e, per tentativi ed errori, capire cosa si riesce e cosa non si riesce a fare – non sono state fatte, e non si faranno. Niente di niente. Ha vinto il virus, non la capacità di reazione ad esso: su tutta la linea.

Questo nulla è tanto più sorprendente di fronte alla constatazione – supportata ormai da molte ricerche scientifiche internazionali – che i bambini si contagiano molto meno degli adulti, quando sono contagiati ciò avviene normalmente in forme più deboli, e a loro volta contagiano gli adulti molto meno di quanto gli adulti si contagino tra di loro. Ragione per cui, in altri paesi, le scuole hanno riaperto prima, non dopo, altre attività economiche pur importanti. Insomma, in Italia, per un incomprensibile paradosso, bambini e ragazzi sono stati i più incolpevoli e al contempo i più colpiti dalle conseguenze del lockdown. Eppure la scuola dovrebbe essere al centro delle preoccupazioni del paese, essendo il principale motore dello sviluppo e del benessere economico e sociale, oltre che un indispensabile elemento di costruzione identitaria.

Non a caso, nella loro storia, gli stati-nazione hanno cominciato con l’attribuirsi delle prerogative esclusive, come il monopolio dell’esercizio della forza legittima e quello della giustizia. Ma progressivamente, e sempre più con lo svilupparsi del welfare state, lo stato ha poi preteso delle prerogative quasi monopolistiche anche in altri ambiti: sanità, assistenza sociale e previdenza, e appunto la scuola, l’alfabetizzazione e l’istruzione, attraverso un processo che ha una sua straordinaria grandezza prima ancora che degli evidenti limiti.

Ecco, proprio sulla scuola stiamo assistendo alla rinuncia dello stato (ma anche degli altri livelli di governo che, con competenze diverse, non hanno comunque mostrato di dare all’istruzione alcuna priorità) a pensarsi e a costruirsi attraverso la costruzione della cittadinanza effettiva dei suoi membri. Già eravamo messi male prima del Covid: una percentuale di spesa pubblica sul PIL investita nel settore nettamente inferiore alla media europea, la metà dei laureati e il doppio degli analfabeti funzionali d’Europa, un’età mediana degli insegnanti superiore ai cinquant’anni persino nella scuola dell’obbligo. L’abbandono completo del settore durante la pandemia, dai nidi fino all’università (che ha retto meglio per capacità di reazione dovuta anche a una limitata ma decisiva autonomia decisionale e di bilancio), l’incapacità di trovare soluzioni d’emergenza, la rinuncia stessa a considerare questo un problema, anzi il problema, mostrano il fallimento dello stato e delle sue articolazioni, incluse regioni e comuni, su un tema cruciale non solo per la sua vita, ma per dare ad essa un senso. Un indicatore perfetto di un paese privo di bussola, di visione, di riconoscimento delle priorità, di capacità di affrontarle.

 

Scuola, resa di stato, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 9 giugno 2020, editoriale, p.1

E se cambiassimo idea sull’eredità?

Come specie – come tutti gli animali – siamo abituati a vivere nel presente. A ricominciare sempre da capo. Quando ce lo dimentichiamo, ci pensa la natura a ricordarcelo: come in questi mesi di pandemia – in cui anche il ricco occidente e il mondo sviluppato è costretto a riscoprire la precarietà e la fragilità della vita umana e delle sue costruzioni, dei suoi progetti, delle sue aspettative, delle sue illusioni. E, con esse, il rischio di non avere un domani. Cosa che il resto del mondo – e una parte del nostro – sa bene per esperienza quotidiana: legata alla natura (terremoti, eruzioni vulcaniche, tempeste, siccità, magari invasioni di cavallette, ma anche, banalmente, malattie) o alla violenza dell’uomo (guerre, razzismo, repressione politica o religiosa, ma anche invidia, aggressività, brama di possesso – e quanto spesso riguarda gli uomini nei confronti delle donne, non solo del denaro –, gusto per il potere, pura e semplice cattiveria).

Ma come! Non ci eravamo appena emancipati dalla povertà? Non abbiamo – da poco, dopo tutto – inventato il welfare state e le pensioni? Non avevamo smesso di procurarci il cibo giorno per giorno? Non potevamo programmare, progettare, emanciparci almeno transitoriamente dalla schiavitù del bisogno e del lavoro? Sì, tutto questo è vero. È un processo recente nella storia dell’umanità – e reversibile, come ci dimostra anche questa crisi da pandemia (o da timore di essa) – ma è ancora in corso: molti di noi non sono più vincolati dalle sole risorse acquisite con le proprie mani, procurate nella dura fatica quotidiana per conquistarsi quanto basta per sopravvivere fino a domani. E questo riguarda sempre più persone nel mondo, anche se molti restano gli esclusi.

Nello stesso tempo comincia a emergere qua e là la coscienza che in un certo senso tutto è troppo. Troppa proprietà, troppi oggetti, persino troppe certezze, intorpidiscono. E così, si vedono emergere delle controtendenze. Tribù metropolitane, subculture e controculture alternative, che focalizzano il loro interesse e gerarchizzano le loro priorità su altro: qualità delle relazioni, valorizzazione del tempo, o anche solo chiusura in se stessi e nel proprio qui e ora senza voglia o capacità di uscirne, come nel caso estremo degli hikikomori. Ma è una tendenza più ampia e diffusa, e normalmente più vitale: indotta anche dall’evoluzione tecnologica e del costume. Il bagaglio leggero e portatile delle nuove mobilità e connettività (se possiedi pc, smartphone e un paio di memorie esterne hai più o meno tutto quel che ti serve, sia in termini di oggetti e ricordi sia di informazioni e conoscenze necessarie e disponibili), l’inutilità progressiva della proprietà (dell’auto, dell’ufficio, della casa, dei mobili, degli oggetti) in favore dell’utilizzo collettivo, del riutilizzo e dello scambio rapido, senza inutili affezioni. Conoscenza, cultura, valori, persino ricordi familiari ormai sono sempre meno incorporati negli oggetti e sempre più disponibili da qualche parte su internet. Soprattutto, sono sempre meno ereditati e sempre più acquisiti, secondo i giochi del caso e delle possibilità, e le avventure della ricerca, e i suoi inciampi, spesso casuali. Casa, per esempio, per moltissimi non è più dove si è nati, e nemmeno dove vivono le persone che ci hanno generato: ma dove si decide di stare, dove si viene accolti, dove piace (e spesso non è un luogo, ma magari un lavoro, un hobby, un’idea, un’appartenenza culturale, religiosa, politica…).

È il concetto stesso di eredità (non quello di ereditarietà) ad apparire obsoleto, oltre che sommamente ingiusto. Pensiamo alle eredità materiali: soldi, patrimoni. Persino i più ricchi tra i ricchi globali oggi cominciano a teorizzare e in certa misura a praticare che non è giusto e non ha senso lasciare immensi patrimoni (sempre più spesso, oggi, acquisiti in una sola generazione) alla generazione successiva, che non ne ha alcun merito – e magari cominciano a stoccare parte significativa di questi beni in fondazioni a servizio del pubblico. Anche in Italia è gravissima l’ingiustizia prodotta dalla trasmissione dei patrimoni per via ereditaria – da noi, oltre tutto, molto meno tassati che altrove – per finire non di rado in mani dissipatrici, per incapacità molto più che per indegnità: l’opposto della meritocrazia, oltre che di un’idea di bene comune. E sarebbe ora di cominciare a dirlo e ad agire di conseguenza. Tassando il giusto i beni ereditati. E cominciando a discutere pubblicamente sulla loro legittimità. In società ricche ed evolute, in cui il minimo per vivere decentemente potrebbe essere garantito indistintamente a tutti, il resto potrebbe essere lasciato alle capacità di ognuno, e al caso, ma non più a diseguaglianze ereditate alla nascita, senza merito o demerito di nessuno.

 

Confronti, n. 6, giugno 2020, rubrica “Il mondo se…”, Senza eredità, p. 34