Il voto, le piazze, l’astensionismo

Se c’è una notizia dirompente di questa tornata elettorale, non è tanto la vittoria del centrosinistra nei municipi più importanti, quanto l’aumento spropositato dell’astensionismo.

Si illude chi pensa che il vento sia cambiato, e favorevole ai partiti che hanno sostenuto i candidati vincenti. La destra perde le sfide simbolicamente più significative con candidati sbagliati, tra l’inetto e l’inutile, come Michetti a Roma (cui Gualtieri ha dato venti punti di distacco) e Bernardo a Milano, addirittura doppiato da Sala fin dal primo turno. Eppure se si votasse oggi alle elezioni politiche nazionali, il centrodestra – seppure sonoramente bastonato nelle contese locali –  godrebbe ancora del favore dell’elettorato, superando di gran lunga il centrosinistra.

Il vento dell’astensionismo non è invece cambiato per nulla: viene da lontano, e promette di andare ancora più lontano, verso una perdita progressiva di rappresentanza sempre più visibile – in Italia ma anche altrove. Segno di una tendenza lunga che non può non preoccupare chi ha a cuore i destini delle democrazie. Che non significa necessariamente i partiti: che, invece, dall’astensionismo hanno in un certo senso da guadagnare, dato che facilita loro il compito. I posti da occupare sono sempre i medesimi, e con meno votanti, costa meno e si fa meno fatica a raggiungere gli elettori, e a indirizzare il voto verso i rappresentanti dell’apparato che meglio garantiscono controllo, carriere  e clientele.

Tra le tante spiegazioni dell’aumento dell’astensionismo c’è la progressiva perdita di capacità dei partiti di fare da collegamento tra i cittadini e le istituzioni. Un po’ perché sono scomparsi dai territori: tra tutti, solo Lega e Partito Democratico hanno ancora sezioni e circoli locali abbastanza diffusi: ma hanno una vita interna che arranca, abitata soprattutto da pensionati, poco attrattiva per le generazioni più giovani (che, infatti, in proporzione, votano meno degli anziani), poco vivace, poco collegata persino alle dinamiche territoriali, per lo più ridotta a riprodurre su scala locale messaggi e diatribe nazionali – più simili a stanchi megafoni che a vitali produttori di energia e attivismo. E per il resto la politica si fa altrove, in altro modo, senza intercettare la vita dei partiti.

Dovrebbe interrogare questa separatezza assoluta tra la militanza e il desiderio di impegno, pur esistenti sotto forme anche inedite, e la capacità della politica di rappresentarli, di veicolarne le istanze e le proposte. Quali sono le piazze più significative viste negli ultimi tempi, anche in Italia? Quelle dei giovani impegnati per i Fridays for future, in lotta per la salute del pianeta e un futuro migliore: eppure, in Italia, senza un partito ecologista di riferimento, e nemmeno una corrente di pensiero organizzata e magari trasversale all’interno degli schieramenti politici. O le piazze no vax (o no qualunque cosa), mobilitate intorno a egoismi individuali, che non riescono nemmeno loro a farsi partito, pur trovando orecchie strumentalmente condiscendenti in alcune forze politiche, che tuttavia è arduo ipotizzare si trasformino in consenso, per giunta minimamente stabile. Sì, è vero, ci sono le piazze sindacali: esse stesse sempre più distaccate dai tradizionali partiti di rappresentanza, non più cinghie di trasmissione ma nemmeno strumenti di collegamento tra le lotte per il lavoro (sempre più rituali nelle loro forme, e oltre tutto portate avanti da organizzazioni in cui la maggioranza degli iscritti e di coloro che si mobilitano dal mondo del lavoro sono già fuori, essendo pensionati) e la rappresentanza politica allargata. O le piazze dei diritti civili, dei pride: anche queste, se ci si pensa, legate a diritti e bisogni interpretati più come individuali che come esigenza collettiva. Che in politica si traducono più in carriere per rappresentanti monotematici di queste istanze che come parte di un disegno politico più complessivo.

Ecco allora che l’astensionismo diventa fatto sempre più significativo, addirittura dominante (non più solo il primo ‘partito’, ma maggioranza assoluta del corpo elettorale), ma tuttavia irrilevante, capace di mandare un segnale confuso di disagio, ma incapace di dare un produttivo scossone all’edificio malcerto della democrazia rappresentativa.

Le piazze e il primo partito, “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 20 ottobre2021, editoriale, p. 1

Urbino. All’inaugurazione dell’anno accademico, imprevedibilmente, fa capolino un libro…

 CORRIERE ADRIATICO

Cipolletta all’inaugurazione dell’anno accademico dell’università di Urbino:
«Innovazione dalla pandemia»

 

Mercoledì 20 Ottobre 2021 di Eugenio Gulini

URBINO – Con la sollecitazione “They call us dreamers but we are the ones who never sleeps” (“Ci chiamano sognatori ma siamo quelli che non dormono mai”) si è aperto ieri, al Teatro Sanzio, l’anno accademico 2021 – 2022 dell’università Carlo Bo di Urbino al 516esimo anno dalla fondazione. Ospite d’onore, con la sua personale lectio magistralis, Innocenzo Cipolletta. Il tema dello statistico ed economista, già direttore generale di Confindustria, era attualissimo e a lui molto caro: “La fatica di innovare”.

La ripartenza
Prima di lui il rettore Giorgio Calcagnini si è rivolto agli studenti con «l’augurio che ci si possa avviare verso una normalizzazione che consenta di accogliervi in aule confortevoli piuttosto che in un dialogo a distanza che, pur utile in determinate circostanze, è sicuramente meno rispondente alla mission di una Università come luogo di relazioni. Il nostro obiettivo prefigura una speranza: ripartenza. Forniti di una consapevolezza nuova, di nuove precauzioni, di nuove forme di socialità, dobbiamo essere pronti, con progetti sostenibili, a ripartire per nuove destinazioni, facendo emergere le difformità dei contesti in cui viviamo, annullando le distanze culturali e sanando le disuguaglianze sociali ed economiche. Magari, in questo viaggio, saremo ancora costretti ad esibire un passaporto sanitario piuttosto che uno anagrafico – ha concluso Calcagnini – ma sicuramente, per esemplificare il titolo di un recente e fortunato saggio del sociologo Stefano Allievi , “torneremo a percorrere le strade del mondo”».

Il personale amministrativo
Alessandro Gambarara, in rappresentanza del personale tecnico amministrativo, ha evidenziato come quest’ultimo «è sempre stato ed è tuttora in prima linea per profondere le proprie capacità per un proficuo funzionamento dell’istituzione universitaria, rappresentando un collante fondamentale tra docenti e studenti per tornare a vivere, in condivisione, gli spazi e le attività». Federica Titas, presidente del Consiglio degli studenti, ha auspicato «che si rafforzi sempre più l’attenzione dei docenti nei nostri riguardi, essendo noi l’anima di questa città. E, nel contempo, vorrei dai miei colleghi una maggiore partecipazione alla vita universitaria e cittadina, che è molto più dinamica di quel che ci si immagina».

Il progresso tecnologico
Infine Innocenzo Cipolletta con una risposta alla domanda “dove andremo”: «Un mondo aperto, collaborativo, retto da regole condivise, inclusivo e attento ai più deboli, ma favorevole al progresso tecnologico e sociale è la risposta ai molti quesiti che stanno sorgendo a fronte dei cambiamenti sociali e climatici che caratterizzano la nostra epoca. Sta a noi, anche a noi contribuire a costruirlo, se sapremo guardare con spirito aperto ai grandi cambiamenti che ci attendono e se sapremo volgerli a vantaggio di tutti, senza rimanere centrati sui nostri interessi di breve termine e senza cedere alla paura del nuovo e di ciò che ci è straniero».

I costi e la fatica
«Non sono un accademico di professione pur avendo svolto attività didattica per alcuni periodi – così ha esordito Innocenzo Cipolletta – Ho passato gran parte della mia vita ad osservare l’economia partendo dai numeri. In effetti, sono uno statistico che ha iniziato a lavorare sulla congiuntura economica, ossia studiando come evolve l’economia nel breve termine. Ma avendola osservata ormai per quasi 60 anni, alla fine ho finito per avere sotto gli occhi una storia lunga, di evoluzioni e di cambiamenti previsti e non previsti. La pandemia che ci ha colpiti ha generato un processo di reazione che spinge verso nuovi e più profondi cambiamenti. Investire nell’innovazione rappresenta la via principale per crescere. Ma l’investimento nell’innovazione è costoso e faticoso».

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

L’Italia al voto: l’anomalia veneta

“Le città premiano il centrosinistra”. “Veneto fortino di Lega e centrodestra”. Sono questi, rispettivamente, i titoli post-elettorali del Corriere della sera, edizione nazionale, e del Corriere del Veneto. E fotografano perfettamente l’anomalia veneta, o la sua diversità strutturale, non contingente, non episodica.

La regione resta in linea rispetto alle tendenze nazionali solo con la sostanziale sparizione del M5S: con la differenza che in Veneto non aveva mai veramente attecchito, e la sua breve fiammata stagionale, con i suoi fasti e i suoi sindaci, è stata in ogni caso molto meno intensa che altrove. Anche i dati sulla partecipazione al voto sono in linea con il dato nazionale: un po’ più alta che altrove, ma pur sempre in calo.

Senza sorprese, vince nettamente la Lega, in qualche caso con percentuali da emirato, o se si vuole da plebiscito: ma questa è quasi una non notizia, visto che la Lega in Veneto governa da quando esiste, indifferente alle sue stesse trasformazioni interne. Cresce anche Fratelli d’Italia, il che fa prospettare al Veneto una concorrenza molto più forte che in passato nel campo del centro-destra, per ora comunque più unito che a livello nazionale, dove l’ossessiva corsa per la leadership tra Salvini e Meloni ha prodotto, anche nella scelta delle candidature, più veti incrociati che obiettivi comuni: la differenza, naturalmente, sta nel fatto che qui in Veneto i due partiti governano insieme, a livello regionale e in moltissimi comuni, mentre a livello nazionale stanno l’uno al governo (per ora) e l’altro all’opposizione. Al limite, si potrebbe prefigurare un derby tutto interno alla coalizione in alcune delle prossime tornate elettorali comunali (a partire già dal prossimo anno): mentre è difficile immaginare scenari simili a livello regionale (scadenza peraltro lontana) dato che è così facile e comodo vincere e continuare a governare insieme.

Nell’altro campo ci si leccano le ferite. L’illusione del segretario del PD Letta (“siamo tornati in sintonia con il paese”) in Veneto ha ricevuto una secca smentita. Il Partito Democratico ha perso praticamente dappertutto: persino dove era stato sindaco il proprio segretario regionale, che pure ha avuto una buona affermazione personale. E comincia a sentire una discreta sindrome da accerchiamento anche laddove governa, ma si andrà ad elezioni a breve, come a Padova: niente è più garantito, neanche quella che fino a ieri poteva sembrare la facile rielezione di un sindaco uscente.

A livello nazionale la novità per ovvie ragioni più visibile, trattandosi della capitale, è stata l’operazione tentata da Carlo Calenda a Roma: uscita sconfitta nel suo obiettivo primario (arrivare al ballottaggio per conquistare il Campidoglio), ma vincente nel far diventare la sua lista civica di sostegno il primo partito a Roma, lanciando il segnale forte dell’esistenza di un’area liberale pragmatica e moderata, capace di pescare sia da destra che da sinistra, più interessata a programmi e competenze che a ideologie e schieramenti, non rappresentata dai partiti tradizionali, né di destra né di sinistra. In Veneto in realtà il civismo è già diffuso, e in buona parte già fagocitato da liste governiste e sostanzialmente ‘zaiane’: ma dato il personale successo di preferenze di Calenda alle elezioni europee proprio nel collegio Nordest, qualche carta si potrebbe rimescolare all’interno di questo mondo, con riflessi possibili sulla politica locale, meno probabilmente su quella regionale.

Detto questo, lo scenario che emerge da questa tornata elettorale – ancora una volta – è quello di una diversità, verrebbe da dire una insularità sostanziale del Veneto rispetto al panorama nazionale. Un mondo a sé, a parte, lontano, incompreso da chi sta altrove, che vive con regole e su presupposti propri, e tendenze politiche non collegate o in sintonia con quelle nazionali. In sé, non è né un vantaggio né uno svantaggio. Accade da anni, ed è stato sia un punto di forza che un elemento di debolezza, a seconda dei fenomeni a cui guardiamo (e dei governi succedutisi a livello nazionale). Che diventi l’uno o l’altro in futuro dipenderà dalla capacità – culturale prima che politica, e che riguarda gli attori economici e sociali prima ancora che i partiti – di restare in sintonia con le grandi tendenze nazionali, incarnate in questo momento dalle scelte del governo Draghi. Che quest’ultimo sia sostenuto da una maggioranza dalla configurazione completamente diversa diventa a questo punto incidentale. Come giusto che sia.

 

L’anomalia veneta alle urne, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 7 ottobre 2021, editoriale, p.1

Senza limiti energetici

Siamo una società senza limiti: li superiamo uno per uno. Anche quelli fisici: quelli che fino a ieri consideravamo insuperabili. L’aspettativa di vita si allunga, puntando all’in(de)finito. La disponibilità e la varietà di cibo (per chi può permetterselo: e questo è un altro discorso, anche se forse dovrebbe diventare il discorso), senza quasi più distinzione tra naturale e artificiale, punta anch’essa all’indefinito. Finora il limite principale all’infinità – oltre naturalmente a quello della quantità di superficie utilizzabile, aria e acqua presenti sul pianeta – è stato la disponibilità e il costo dell’energia. Ma se anche questo dovesse cadere?

Le tecnologie legate alle energie rinnovabili – che non consumano direttamente risorse finite, e che quindi possono riprodursi illimitatamente – stanno conoscendo uno sviluppo impressionante. Energia solare, eolica, marina, idroelettrica, geotermica, ma anche quella ricavata dalle biomasse, aggiungendoci la grande scommessa potenziale dell’idrogeno, e persino le nuove tecniche di fusione oggi allo studio, aprono effettivamente a questa possibilità. Certo, hanno comunque un costo produttivo, consumano risorse per essere costruite, hanno come tutto dei costi di gestione, mantengono il problema rilevante dello smaltimento. Ma, potenzialmente, una volta imparato a stoccare l’energia prodotta – e anche qui i progressi sono impressionanti e rapidissimi – potrebbe essere possibile immaginare un mondo in cui l’energia, per la prima volta nella storia, possa essere una risorsa virtualmente inesauribile, indefinitamente riproducibile, non inquinante o quasi (l’inquinamento potrebbe limitarsi alla fase della produzione della tecnologia necessaria, appunto, ma per il resto non ci sarebbe produzione di CO2, responsabile in buona parte del riscaldamento atmosferico), e quasi gratuita (certo, per chi dispone delle tecnologie necessarie, e qui si apre un’altra faglia e un altro tipo di diseguaglianze, e di conflitti potenziali: come sempre tra chi può, chi non può e chi vorrebbe). O, almeno, si potrebbe ipotizzare una quasi totale disponibilità di energia a costi molto ridotti per la maggior parte degli usi ordinari – anche lavorativi e di trasporto – e l’utilizzo transitorio di risorse non rinnovabili (fino a che la tecnologia stessa non troverà altri modi di superare questo problema) per gli usi attuali maggiormente energivori (un’acciaieria, per fare un esempio): ma un paese potrebbe scegliere se e in che misura investire in settori altamente energivori, o al contrario investire per superarne la necessità.

Diciamo tutto ciò da inesperti in materia tecnologica, che vogliono solo provare a delineare gli scenari futuribili che si aprono. Con quali effetti tutto ciò accadrebbe? Proviamo ad andare a tentoni, senza disporre di tendenze o linee guida: si tratta di immaginare il non ancora immaginato.

Due scenari possibili, all’ingrosso – come sempre, quando si parla di futuro, e ci si divide inevitabilmente tra apocalittici ed edenici, tra catastrofisti e costruzionisti, banalmente tra pessimisti e ottimisti. Da un lato spreco ulteriore, iperproduzione, superconsumismo, iperaccumulazione, più diffuse e più profonde diseguaglianze – dentro e tra paesi, città, quartieri – che ci costringerebbero in prospettiva a cercare altri mondi, non (solo) per umana curiosità e desiderio di scoperta, ma per eccesso, sovrabbondanza, occupazione ipertrofica di tutti gli spazi, illimitatezza di rifiuti prodotti, scarti e discariche (come in un bel film di animazione di qualche anno fa, Wall-E), paradossale diminuzione delle (altre) risorse proprio a seguito della disponibilità di una risorsa illimitata. Dall’altro liberazione dal bisogno, minore sfruttamento della terra, riduzione radicale dell’inquinamento e conseguente diminuzione dei rischi da climate change, pratiche di condivisione locale come effetto di politiche di razionalizzazione, investimento in beni relazionali e comunicativi, maggiore disponibilità di tempo per la socialità e le attività di cura, di trasmissione di conoscenze e di cultura – pratiche oggi vagamente alternative come potenzialità di massa.

Ecco, il fatto che non sappiamo che direzione prenderemo, che non abbiamo alcuna idea di quello che succederà – ma che nell’inconscio prevalgano i timori (che la fantascienza si incarica di portare alla luce) – è precisamente il problema: l’inesistenza di questi temi nella politica politicante, il disinteresse culturale che circonda questi dibattiti, avvertiti solo da piccole cerchie di interessati o da grandi interessi in gioco. È qui che si fa chiaro che non dobbiamo lavorare solo sui limiti esterni, ma soprattutto su quelli interiori: che siamo noi a non saper scegliere tra il meglio e il peggio di noi. A dimostrazione che il problema non è fuori, ma dentro di noi.

 

In “Confronti”, n. 10, ottobre 2021, rubrica “Il mondo se…”, p. 37

Le due Leghe

All’assemblea di Confindustria Vicenza il presidente Zaia ha ammesso, con più chiarezza che in passato, l’esistenza di due componenti diverse nella Lega, “che possono coesistere”, pur specificando che alla fine la Lega è una sola. La cosa è evidente da tempo, ma è importante che tale constatazione venga da chi ne incarna una delle due – l’ala governista e moderata – ma ha sempre evitato accuratamente ogni polemica interna o accenno di contrapposizione.

Non c’è niente di strano né tanto meno di scandaloso: in ogni partito ci sono linee diverse, posizioni contrapposte, e questo è il sale della politica e della democrazia interna – serve, anzi, a far maturare il dibattito, a evolvere. Solo che di solito le posizioni diverse si incarnano anche in leadership esplicitamente contrapposte: si pensi allo storico dualismo tra Renzi e Bersani nel PD. E questo invece nella Lega è sempre stato un tabù: formalmente doveva prevalere l’unità intorno al capo, anche quando si è passati dalla Lega nordista di Bossi a quella sovranista di Salvini, attraverso l’intermezzo di Maroni.

C’è però un limite alla diversità tollerabile: che il dibattito tra posizioni diverse non diventi ambiguità, e l’ambiguità doppiezza. Limite oltre il quale nei partiti ci sono le scissioni, o un livello di ipocrisia tale che diventa indigesto anche per l’elettore minimamente informato.

Il rischio nella Lega di questi ultimi anni c’è stato. Da un lato il consenso ottenuto con la pancia, gli slogan divisivi, i capri espiatori, l’esposizione mediatica eccessiva e dai toni spesso grevi (esemplificata dalla ‘Bestia’ creata da Morisi di cui si parla in questi giorni per altri non commendevoli motivi, peraltro legati al problema politico di predicare in un modo e razzolare in un altro), dall’altro la fiducia spesa nella Lega di governo, moderata, più incline all’essere che all’apparire, che tesse rapporti proficui con il territorio e i corpi intermedi anziché lacerare il tessuto sociale. Un conto è il gioco delle parti, la dinamica “poliziotto buono, poliziotto cattivo”, che può essere una tattica di successo: un altro tenere insieme obiettivi inconciliabili e linguaggi incompatibili facendone una strategia comunicativa. Prima o poi la corda si spezza. Non si possono tenere insieme troppo a lungo i comunisti padani (di cui, ai tempi di Bossi, il giovane Salvini era il leader) e i pasdaran dell’estremismo sovranista, i no euro e i sì Europa, i no vax e i ceti dei produttori. Un minimo di coerenza tra dichiarato e perseguito va mantenuto: come diceva Gandhi (e lo prendiamo qui come un esercizio di metodologia politica, non come un auspicio morale), “il fine sta nei mezzi come l’albero nel seme”. Alla lunga, se non c’è rapporto tra i due, tutto si sfalda.

Per questo è utile che si faccia chiarezza. E che proponga di farla, in particolare, chi incarna da molto tempo una delle due linee contrapposte, quella governista e pragmatica, appunto: capace di ragionare laicamente di Europa e di promuovere una campagna vaccinale efficace senza ambiguità, che comincia a pensare che la cittadinanza per i figli di immigrati nati in Italia sia una cosa positiva, e non vede contrasti tra affermazione identitaria e integrazione, magari promuovendole entrambe.

Il Veneto, per la sua storia politica recente, incarnata da Zaia, ma anche per essere stato la culla antica della Liga delle origini, potrebbe essere il laboratorio anche intellettuale oltreché politico di questa Lega. Il processo è già innescato: anche per il crescente fastidio dell’elettorato consapevole di fronte a una discrasia non più sostenibile. Servono ancora due cose, che cominciano appena a delinearsi: la volontà di teorizzarlo esplicitamente, e il coraggio personale di farne pratica e battaglia politica interna.

 

La Lega davanti a un bivio, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 1 ottobre 2021, editoriale, p.1

Femminicidi: il lavoro culturale da fare sui maschi

Se è uno, è un fatto isolato, una notizia, che merita un commento. Se sono una sequenza, ripetuta nel tempo, sono un fatto sociale, che merita un’inchiesta e un approfondimento. Se sono uno stillicidio (oltre 70 da inizio anno, secondo i dati del Viminale, di cui più di 50 per mano del partner o dell’ex-partner), diventano un allarme civile, che pretende un esame di coscienza approfondito. Stiamo parlando dei femminicidi, naturalmente.

Contrariamente a quello che molti pensano, non sono in aumento: al contrario, sono in progressivo ma costante calo, così come gli omicidi. Ma stridono ogni giorno di più con il cambiamento sociale, prendono a pugni una realtà che vorrebbe evolversi nella direzione opposta. Per questo, oltre che per il fatto in sé, fanno sempre più male, e se ne parla di più, con più rabbia, pretendendo con più forza giustizia. E giustizia va fatta. Non solo risarcendo – almeno con le sentenze – le vittime e i loro familiari, quando ormai è troppo tardi. E nemmeno solo proteggendo con maggiore efficacia le vittime potenziali, troppo spesso abbandonate alla mercé degli stalker. Ma discutendo, prevenendo, combattendo su questo tema una battaglia culturale profonda: perché di questo si tratta – di incrostazioni culturali, di assunzioni di ruolo perverse, di meccanismi di potere non affrontati e mal gestiti. Anche quando al femminicidio non si arriva. È un problema di rapporti tra uomini e donne: la base della società. Che ha bisogno di una seria manutenzione straordinaria: e dunque di un dibattito pubblico aperto e onesto.

I cambiamenti nei ruoli femminili, l’indipendenza, l’autonomia, misurate nella scuola (dove le donne riescono meglio degli uomini), conquistate lentamente nel mercato del lavoro, ma ancora faticosamente affrontate nella sfera privata, sono non la causa, ma il segno visibile di una rimessa in discussione dei ruoli di potere tradizionali, maschili. La causa sono gli uomini: è tra loro che bisogno individuare il problema e le sue possibili soluzioni. La violenza del caso individuale, come la logica del branco nel caso dello stupro, hanno origini profonde e lontane: nel maschilismo volgare dei dialoghi a proposito di donne tra amici, a scuola, al bar, al lavoro e negli spogliatoi, nel modo di atteggiarsi, nella complicità quasi omertosa rispetto alle sopraffazioni anche piccole, nella mancanza di critica e di dissociazione interna.

Occorre una ecologia del linguaggio all’altezza del tema. Inaccettabile sentire ancora parlare di amore malato, di gelosia. L’amore non c’entra niente, il potere moltissimo. Ancora più grave la derubricazione al gesto di follia, al raptus: quando tutto è premeditato in maniera minuziosa, fin da quando si decide di mettersi un’arma in tasca per andare a un appuntamento. Eppure lo si sente ancora: in bocca ai giudici e nelle sentenze, dove naturalmente è più grave, sui giornali e tra i cittadini comuni, magari i vicini chiamati a dire la loro davanti a una telecamera.

C’entra uno squilibrio di genere ancora troppo accentuato nelle professioni: troppi maschi tra giudici, poliziotti e giornalisti – che non hanno maturato loro stessi una consapevolezza di ciò di cui parlano. Lo dimostrano le frange negazioniste, ancora molto presenti: quelli che dicono che il femminicidio non esiste, o è fortemente esagerato. Probabilmente, se esistesse un fenomeno a parti invertite, della stessa entità, se fossero i maschi a morire di maschicidio, vittime delle loro partner, se ne parlerebbe molto di più.

C’è dunque un problema di educazione al genere, e di educazione ai sentimenti, all’amore in primo luogo, molto più urgente dell’educazione sessuale o della generica accettazione della diversità. Che spetta alla società, e alla scuola, affrontare. Prima ancora che alla famiglia, essa stessa invischiata più fortemente in ruoli tradizionali, malamente messi in discussione. E ci vuole personale specializzato per farlo: che racconti le trasformazioni della sessualità e della famiglia, la possibilità di fare esperienze e quindi di scegliere, di dire dei no. Che bisogna imparare ad accettare, e a gestire. Il nuovo cameratismo tra sessi che vediamo nei più giovani, la maggiore accettazione della diversità, non solo di orientamento sessuale, la messa in questione dei ruoli, sono il segnale incoraggiante che le cose possono cambiare. Ma se ne riconosciamo l’importanza, non possiamo lasciare a sé stessi questi processi.

 

La battaglia culturale che serve, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 17 settembre 2021, editoriale, p.1

I prof contro il green pass: sull’appello dei trecento

Il comico americano John Oliver, in una puntata di qualche anno fa del suo show Last Week Tonight, per mostrare le storture mediatiche del dibattito sul cambiamento climatico – che spesso vedeva intervistati un interlocutore a favore e uno che lo negava – ha inscenato una rappresentazione realistica del dibattito. E poiché oltre il 99% degli scienziati sostiene che il processo stia avvenendo e sia causato dall’uomo, ha riempito lo studio di 99 camici bianchi a favore, e uno contro.

Ci piacerebbe che fosse così anche per il dibattito sui vaccini, ma purtroppo i media continuano a riprodurre la stessa logica. Per cui le posizioni antivacciniste, o contrarie alle misure prese per contrastare la diffusione del Covid, ricevono inevitabilmente un’attenzione spropositata. È avvenuto per le manifestazioni no vax davanti alle stazioni, in cui il numero di manifestanti era largamente inferiore a quello di giornalisti e poliziotti (a Padova due persone, tra cui un ex docente del Bo oggi in pensione). Sta avvenendo per gli appelli e i manifesti contro il green pass in università (ma vale anche altrove): come attesta il rumore che sta facendo l’appello dei 300 docenti (su oltre 64.000 professori e ricercatori, esclusi i docenti a contratto: lo 0,46%), e in scala locale i suoi firmatari dell’università in cui insegno, il Bo (17, di cui 10 di ruolo, su quasi 2300: lo 0,43%).

Certo, tra i docenti critici ci sono nomi famosi, come quelli di Cacciari e Barbero. Peccato che la lista dei nomi famosi favorevoli al green pass sarebbe lunga molte pagine, se venisse stilata, ma semplicemente non compare. E forse è anche sorprendente che le voci critiche vengano da una categoria che al momento in cui è stata vaccinata – tra le prime, per indubbio privilegio, nonostante i rischi più modesti corsi rispetto ad altre professioni – pare non aver alzato la voce con la stessa foga contro la corsia preferenziale accordatale. Anzi, in molti abbiamo comunicato della nostra vaccinazione via social, proprio come incentivo anche per gli altri a vaccinarsi.

Quando l’università ha non solo subìto, ma richiesto l’obbligatorietà del green pass, ha fatto una scelta coerente con la sua vocazione scientifica: a molti rifiutare la logica del vaccino apparirebbe altrettanto folcloristico quanto un astrofisico che fosse contrario alla gravità. E infatti non è contro di esso che si scagliano i docenti di cui parliamo, che si limitano a contestare l’obbligatorietà del documento che lo attesta. Che però è coerente con un altro principio, che è quello della tutela della salute pubblica. Suona pretestuoso criticare l’obbligo del green pass per poi accusare di ipocrisia (come fa Barbero, tra gli altri) il decisore pubblico perché non ha il coraggio di imporre direttamente l’obbligatorietà del vaccino. Poiché il green pass è un passo significativo in quella direzione, basterebbe che si ottemperasse al primo per evitare il secondo, che ha implicazioni maggiori, anche al di là della sfera lavorativa, conculcando maggiormente le libertà personali (per non parlare della maggiore complessità politica dell’imposizione del secondo, che i firmatari fanno finta di ignorare). Sembra di sentire il disco rotto di quelli – ci sono sempre – contrari a una riforma in nome di una riforma più radicale, secondo loro facilissima da approvare, e che puntualmente non si farà mai (e contro la quale probabilmente protesterebbero).

Peraltro, poiché come noto la libertà individuale non è assoluta, ma limitata da quella altrui (ci si ricordi delle discussioni sul divieto di fumo, poi accettato e introiettato come misura persino banale di civiltà), stupisce che nell’appello si parli per l’appunto solo della libertà dei non vaccinati, e non di quella altrui (e senza mezza riga di considerazione sulla vaccinazione come atto altruistico di costruzione del bene comune, per evitare non solo di infettare gli altri, ma anche di costringerli a lockdown o didattiche a distanza). E suona semplicemente vergognoso, tanto è implausibile (tanto più da parte di un docente di storia), il richiamo a “precedenti storici che mai avremmo voluto ripercorrere”, peraltro senza nemmeno il coraggio di nominarli per la fondatissima paura di sprofondare nel ridicolo. La parola stessa scelta per rifiutare l’obbligo – discriminazione, con cui si conclude il testo  – ha un suono, in questo quadro, contraddittorio e fastidiosamente unilaterale.

L’unica cosa condivisibile dell’appello è l’auspicio dell’avvio di un serio dibattito sul tema. È vero: c’è molto da discutere, intorno alla vicenda della pandemia e delle misure prese per contrastarla. Ci pare che l’appello non sia propriamente la base migliore per avviare la discussione, ma siamo certi che si troveranno altri modi.

 

L’ipocrisia corre in ateneo, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 9 settembre 2021, editoriali, p. 1

L’ipocrisia dei prof no pass, in “Corriere di Bologna”, id.

Il problema della scuola non è solo il vaccino

Riaprono le scuole. Speriamo per sempre, senza future interruzioni. Ma non ne siamo tanto sicuri. Cosa è stato fatto davvero perché non si sia costretti a nuove chiusure? Cosa è cambiato rispetto, diciamo, a un anno fa? Purtroppo non moltissimo, per quel che riguarda le scuole. Tutto o quasi, per fortuna, nel mondo là fuori. Perché nel mondo là fuori c’è stata una campagna vaccinale di massa che ha funzionato abbastanza bene, e molto bene anche nella scuola stessa: dove in assenza di un obbligo vero, che nessuno ha avuto il coraggio di imporre anche se sarebbe stato opportuno e probabilmente doveroso, la gran parte del corpo docente si è vaccinata (come la quasi totalità – salvo percentuali da prefisso telefonico – dei professori universitari, ambito in cui il green pass obbligatorio è stato richiesto e sollecitato, senza resistenze o indecenti coperture sindacali). Non solo: hanno risposto molto bene alla campagna vaccinale anche i giovani e i ragazzi sopra i 12 anni, che pure non avevano nessun obbligo di farlo e correndo soggettivamente meno rischi; mostrando una coscienza civica superiore a quella di oltre tre milioni di over 50 che ancora si sottraggono alla campagna vaccinale, continuando a occupare in larga maggioranza reparti di terapia intensiva che avrebbero invece altro da fare, e altri malati da curare.

Tutto questo, per fortuna, è successo, e riguarda le persone che nelle scuole lavorano o le frequentano. Ma nelle scuole, dentro le scuole, che cosa è cambiato? Ecco, vorremmo saperlo. Ci piacerebbe che la trasparenza che abbiamo imparato ad esigere sui dati vaccinali, la richiedessimo (meglio ancora, ci piacerebbe emergesse senza sollecitazioni) rispetto alle misure adottate dalle scuole: installazione, manutenzione o rinnovo degli impianti di ventilazione meccanica; impianti di di purificazione con filtri Hepa; sensori di rilevazione CO2; organizzazione di più frequenti attività all’aperto; modifiche nell’impostazione delle aule e nella numerosità delle classi; orari d’ingresso e di uscita differenziati; ecc. (disponibilità di gel e mascherine e tentativi di rispetto del distanziamento spaziale nelle mense e negli spazi comuni li diamo per scontati, anche se non siamo particolarmente ottimisti sulla loro fattibilità, in particolare per quel che riguarda questi ultimi). Dalle notizie che arrivano, di circolari scolastiche o di linee guide dagli uffici scolastici regionali e provinciali, poco emerge: si parla delle misure ovvie, ci si affida a raccomandazioni generiche, si aggiungono considerazioni sulla ventilazione naturale (che poi vuol dire finestre sempre aperte: sì, ma fino a quando?). Manca una rilevazione di quel che si è fatto scuola per scuola: una onesta operazione trasparenza di fronte al cittadino utente, che si tratti dei genitori o degli alunni. Così come manca rispetto ai piani trasporti e al loro potenziamento reale: di cui si dice qualcosa (il meno possibile, perché è il settore più difficile da organizzare, e presuppone costi maggiori e soprattutto una capacità logistica che finora non si è vista).

E forse sarebbe il caso di richiederla, invece, questa trasparenza: e che magari anche i media locali indirizzassero la loro attenzione su questo tema. Il timore infatti, in assenza di piani trasporti efficaci e di lavori reali nelle scuole, è che prima o poi, in presenza di cluster monitorati (il tracciamento e le sue modalità all’interno delle scuole è un altro dei temi su cui si sa poco), si sia comunque costretti a un ritorno alla didattica a distanza (DAD), che a parole nessuno vuole, ma che sempre più si mostra come l’ultima opzione disponibile: il capolinea inesorabile che la mancanza di fermate intermedie, di misure d’altro genere, rende inevitabile raggiungere. E qui, naturalmente, si renderebbe necessario un altro approfondimento. Su quello che si è fatto – o non si è fatto – nel frattempo, in caso ci si dovesse arrivare, per aggiornare i docenti e per compensare le diseguaglianze socio-culturali (di disponibilità di computer e tablet, di accesso alla banda, di supporto e di doposcuola per le famiglie che non ce la fanno da sole, anche in accordo con l’associazionismo, specie nelle scuole e nelle zone in cui la presenza di famiglie più povere o con minori risorse culturali è maggiore). Perché la sensazione è che anche in quest’ambito si sia rimasti all’anno scorso…

 

Ma nelle scuole cos’è cambiato?, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 2 settembre 2021, editoriale, p.1