Se i parlamentari sono più uguali degli altri. Il caso Sara Cunial.

La deputata veneta no vax Sara Cunial, ex M5S, potrà accedere al Parlamento senza green pass, seppure dalle tribune e seguendo un percorso predefinito (e, immaginiamo, con il vuoto intorno, visto che la deputata non è solitamente propensa nemmeno all’uso della mascherina). Questo, in attesa di una decisione definitiva, che dovrebbe essere presa l’1 dicembre, sulla richiesta di sospensiva del divieto di accesso, richiesta appunto dalla deputata. La decisione è stata presa dal collegio dei questori della Camera dei Deputati, ed è un modo per mettere una pezza al decreto del presidente del consiglio di appello, anch’egli un ex grillino e anch’egli su posizioni anti green pass, che, con una solitaria decisione, ha sostenuto il diritto della deputata ad assistere ai lavori in ottemperanza al suo mandato parlamentare.

Non ce l’abbiamo con la deputata, i cui destini personali sono ininteressanti, e che probabilmente non avrà alcun futuro nelle istituzioni: è una delle tante miracolate della politica appartenenti a quella corte dei miracoli – più ampia di altre – che è stato il Movimento 5 Stelle nel momento del suo maggiore fulgore, che gli ha fatto portare nelle istituzioni la classe dirigente più pittoresca e incompetente di sempre. Nel caso di specie, è stata espulsa persino dallo stesso M5S per le sue posizioni antiscientifiche e anti vaccini, ed è incline a combattere tutte le cause di questo universo subculturale, dalla lotta contro il 5G all’abbraccio dei più disparati complottismi: ciò che l’ha portata anche all’occupazione del Consiglio regionale del Lazio con l’altrettanto pittoresco consigliere ex M5S Davide Barillari, e ha portato alla chiusura della sua pagina Facebook per il suo contributo alla diffusione di fake news.

Il segnale mandato dalle decisioni prese in parlamento va tuttavia oltre il suo caso personale. E getta una luce inquietante sullo stesso principio di autodichia, in nome del quale il Parlamento può prendere decisione giuridiche su sé stesso e i suoi membri in deroga ai principi giuridici che valgono per i comuni cittadini. Una decisione che fa molto casta, anche perché probabilmente non varrà per i dipendenti delle camere, non parlamentari, che, pure essi, stanno facendo obiezione al green pass.

Tra le motivazioni addotte per consentire l’ingresso della deputata c’è infatti anche quella, abbastanza surreale, per cui è giusto dare visibilità a tutte le posizioni presenti nel paese. Se anche fosse, non si capisce perché ciò debba essere fatto violando le leggi vigenti nel paese: che impongono l’esibizione del green pass nei luoghi di lavoro, quale anche il parlamento è, o dovrebbe essere. I parlamentari sono lì, nel caso, per modificare le leggi ed approvarne di nuove, se vogliono, ma non certo prendendosi la libertà di violare quelle in vigore.

L’esempio che viene dato ai cittadini con questa decisione – speriamo solo provvisoria – è che la legge non è uguale per tutti, e che tutti i cittadini sono uguali ma alcuni sono più uguali degli altri, come nel “1984” di George Orwell: ed è solo un’ulteriore ironia che questo avvenga proprio da parte di chi sproloquia di dittatura sanitaria e lamenta disparità di trattamento invocando la propria libertà di scelta, a spese di quella altrui (per inciso, ricordiamo di passaggio che stiamo per decidere di vaccinare anche i bambini per compensare la non volontà di vaccinarsi di alcuni adulti, a loro volta surclassati dalle percentuali di vaccinazione dei giovani: il che la dice lunga su un’altra guerra in corso, generazionale, di cui non parla nessuno, e che attraversa tutta la vicenda del Covid).

Ecco perché speriamo che la Camera, il primo dicembre, saprà rovesciare la decisione adottata. Perché sarebbe un’onta e una vergogna per la sua autorevolezza e per la sua credibilità, oltre che un ulteriore schiaffo per noi, cittadini comuni. Che non meritiamo. E che non meritano, soprattutto, quelli che sono in prima fila nella lotta contro il Covid, negli ospedali e nelle terapie intensive.

 

La cittadina più uguale degli altri. Il caso Cunial, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 20 novembre 2021, editoriale, p.1

È giusto porre dei limiti alle manifestazioni no vax?

Il problema dei limiti alle manifestazioni dei ‘no green pass’, ‘no vax’, e qualche altro ‘no qualunque cosa’ che si mischia alle medesime, è mal posto. In una società democratica e civile, le norme non sono e non dovrebbero mai essere ‘ad personam’, o rivolte ad alcune specifiche categorie di persone, ma sempre universali. La questione dunque si pone come segue: è legittimo porre dei limiti, nella situazione attuale, al diritto di manifestare? Di chiunque e per o contro qualunque cosa?

La risposta credo che possa e debba essere affermativa. Fatto salvo il diritto legittimo a manifestare le proprie opinioni, quali che siano – che non si tocca, non solo perché è costituzionalmente garantito, ma perché la sua valenza è anteriore alla stessa costituzione: sta nei principi e diritti fondamentali cui la nostra costituzione si ispira, ma che la precedono, e di molto – si può e si deve discutere delle modalità con cui è lecito farlo, in questa fase. Intanto, e dovrebbe essere ovvio, nel rispetto delle leggi, incluse le normative specifiche approvate in funzione della pandemia, a tutela della salute pubblica: quindi sì, ma rispettando le norme, e cioè chiedendo i permessi relativi, rispettando le indicazioni e i percorsi concordati, accettando gli spazi assegnati in funzione della diminuzione del rischio di contagio, rispettando le forze dell’ordine, non aggredendo giornalisti, e ovviamente mettendosi la mascherina (prevista in caso di assembramento: e le manifestazioni lo sono) e rispettando le norme di distanziamento. In questo senso è legittima anche la richiesta di un servizio d’ordine autorganizzato (di steward, come si dice ora), incaricato di far rispettare le norme: che, storicamente, nei movimenti che più hanno fatto ricorso alla modalità della manifestazione di piazza (partiti, sindacati, ma anche movimenti degli studenti e molti altri), c’è sempre stato, senza neanche bisogno di chiederlo. Se un gruppo non è capace di controllare sé stesso, forse non deve assumersi le responsabilità di una protesta pubblica che non sa come e dove possa degenerare. Se tali basiche norme non vengono rispettate, è lecito (dopo aver dato il permesso di far svolgere le manifestazioni), interromperle, e nel caso – so che la parola spiace, ma ogni norma è tale solo se la sua violazione presuppone una sanzione – reprimerle: dall’ammenda in su.

Naturalmente, dal punto di vista di chi è favorevole tanto al vaccino quanto al green pass (la stragrande maggioranza dei cittadini), si comprende che faccia ancora più rabbia la motivazione delle manifestazioni, ma questo non giustifica una repressione specifica, visto che il diritto di manifestare nasce soprattutto per tutelare le minoranze. Giustifica però un ragionamento specifico: chi non si vaccina contribuisce alla diffusione del virus, le manifestazioni (senza protezioni, come visto finora – troppo a lungo: si sarebbe dovuto intervenire prima, data la plateale violazione delle norme) sono un eccellente veicolo di contagio, come mostrano le impennate di casi e ricoveri nelle città dove si sono svolte. E chi si contagia, se ricoverato, toglie tempo, medici, cure e urgenze ad altri malati, incolpevoli delle loro malattie, che avrebbero altrettanto e forse maggiore bisogno di cura e protezione, e se le vedono togliere, e rinviate le visite e gli interventi, perché si torna a dirottare personale medico e infermieristico, e risorse, per le emergenze, in parte evitabili (con un vaccino messo a disposizione gratuitamente), dovute al Covid.

Crediamo sia legittimo anche un ragionamento riguardante la frequenza stessa delle manifestazioni. Se continue, sempre negli stessi luoghi, comportano un oggettivo disturbo delle attività dei cittadini (non dei soli commercianti, come si tende a sottolineare). È legittimo dunque, senza conculcare il diritto a manifestare, immaginare dislocazioni alternative e rotazioni.

Detto questo, sono così favorevole al diritto di manifestare, che vorrei vedere in piazza, per una volta, i pro vax, pro green pass, pro terza dose, pro scienza, pro salute. Per ricordare che, oltre alle minoranze, esiste anche una maggioranza, in questo paese. E forse è il caso che si veda…

 

In piazza sfilino i sì vax, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, “Corriere del Trentino”, “Corriere dell’Alto Adige”, “Corriere di Verona”, “Corriere di Bologna”

Cittadinanza onoraria a Bolsonaro: ne valeva la pena?

Ma ne valeva davvero la pena? Ma chi gliel’ha fatto fare, al comune di Anguillara, di dare la cittadinanza onoraria a un personaggio discutibile e discusso, non per le sue qualità, ma solo perché è famoso e potente? Certo, Jair Bolsonaro è il presidente eletto del Brasile, e la sua carica merita rispetto. Ma davvero questo basta a far finta di non vedere come la carica viene incarnata? Perché il problema è lì: una visita privata, per incontrare i discendenti del bisnonno emigrato, non si nega a nessuno, tanto meno a un presidente. Magari poteva essere il modo per ricordare il dramma delle migrazioni, che unisce il Veneto e il Brasile, per le partenze di allora, e i tentativi di recuperare ascendenze italiane per ottenere un prezioso passaporto europeo degli italo-brasiliani di oggi. Ma onorare con una cittadinanza è altra cosa. Onore sta per dignità, reputazione, valore morale, considerazione, rispettabilità: attesta cioè del come si è esercitato un ruolo, non del fatto che lo si è ottenuto. Di quale onore è portatore il Bolsonaro autoritario, militarista, machista, misogino, omofobo, sprezzante delle minoranze, delle popolazioni indigene, della gente di colore, in ottimi legami col peggior establishment finanziario e fazendeiro, nepotista (tre dei suoi figli sono sotto inchiesta per scandali e malversazioni varie), no vax, no mask, complottista, negazionista del Covid al punto che il suo stesso Senato gli imputa 400mila dei 600mila morti brasiliani a causa della pandemia, soprattutto tra i più poveri, che si sarebbero potuti evitare prendendo qualche misura di contenimento?

Certo, si può derubricare il tutto a un atto di banale provincialismo. Il piccolo comune dimenticato che grazie al pronipote di emigranti locali diventato presidente conquista un insperato quarto d’ora di celebrità: peccato veniale e comprensibile. Ma ci si poteva accontentare di un incontro coi lontani parenti e col sindaco. La cittadinanza onoraria presuppone un onore, appunto, un merito: nel caso specifico, dov’è?

Soprattutto, si poteva evitare la strumentalizzazione politica. Ci sarà un motivo per cui l’intero mondo democratico ha preso le distanze da Bolsonaro (rispettandone il ruolo ma evitando qualsiasi omaggio alla persona), evitandolo al G20 e isolandone le posizioni alla Cop 26, la conferenza sul clima alla quale non si è nemmeno presentato (e dove, da responsabile dell’aumento degli incendi e delle deforestazioni in Amazzonia, sarebbe stato discretamente fuori luogo). E così in Italia, l’hanno evitato accuratamente il presidente del consiglio, il ministro degli esteri, il presidente della regione, tutti i leader politici (tranne uno), e a livello locale persino la diocesi di Padova si dichiara ufficialmente – testuale – in “forte imbarazzo, stretti tra il rispetto per la principale carica del caro paese brasiliano e le tante e forti voci di sofferenza che sempre più ci raggiungono, e non possiamo trascurare, gridate da amici, fratelli e sorelle”, rifiutandosi di incontrarlo. Solo la Lega ha voluto omaggiarlo, da Salvini suo capo politico agli esponenti locali del Carroccio, passando per una manciata di europarlamentari. E questo forse ci dice di più su Salvini (e un pezzo della Lega) che su Bolsonaro stesso: con l’ansia di visibilità che spinge verso il distinguersi nell’abbracciare posizioni estreme e personaggi discutibili, ostentandolo, che fa aggio sulla capacità di sostenere una scelta di campo esplicita in favore dell’Europa e della democrazia liberale – causando pesanti mal di pancia all’altra Lega, che invece questi dubbi non li ha, ma non ha il coraggio di discutere apertamente le compatibilità di una Lega con l’altra, di Orban con von der Leyen, e appunto di Bolsonaro con la civiltà.

 

Ma ne valeva la pena?, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 3 novembre 2021, editoriale, p. 1

Immigrazioni, pluralismo, islam: come cambia il paesaggio religioso in Europa

Pluralismo religioso in Europa: novità ed elementi di continuità

 

Come cambia il paesaggio religioso in Europa

Il paesaggio religioso in Europa sta cambiando con una rapidità sorprendente, e tuttavia tale cambiamento appare pressoché impercepito, in sé e nelle sue conseguenze. Non è tanto e solo l’aumento dell’offerta religiosa che va rilevato, ma le implicazioni che il pluralismo religioso ha sulle società. Non è tanto importante quindi vedere, paese per paese, numeri e differenze quantitative (in quale paese si manifesta maggiormente questa o quella minoranza, o quanto sta calando l’appartenenza alle antiche maggioranze) che è rilevante: quanto capire le tendenze lunghe in atto.

Per l’Europa il rapporto tra autodefinizione religiosa e stato ha origine almeno dal trattato di Vestfalia (1648), dopo il quale lo stato si è identificato con una religione particolare. È così che la Baviera e Colonia divennero cattoliche, mentre Hannover e il Brandeburgo protestanti, la Danimarca e la Svezia luterane, e la Francia cattolica. Per arrivare a oggi c’è, in mezzo, una lunga storia, in cui, citati alla rinfusa, troviamo Illuminismo, Rivoluzione industriale, capitalismo, sviluppo scientifico e tecnologico, secolarizzazione, progressiva separazione tra la sfera politico-giuridica e quella religiosa, privatizzazione del religioso.

L’Europa di oggi non è dunque più quella di Vestfalia: ma questa identificazione tra stato e (una sola) religione non è sparita dall’orizzonte culturale dell’Europa, dalla sua autodefinizione. Ce lo suggeriscono innanzitutto le diffuse ‘incrostazioni’ istituzionali delle rispettive religioni maggioritarie, che anche se non sempre sono definibili come chiese di stato, sono comunque profondamente inscritte nel patrimonio giuridico-politico, ma anche economico e sociale, dei rispettivi paesi (la regina capo della Chiesa d’Inghilterra, le chiese di stato luterane dei paesi nordici, i concordati in Italia e Spagna, il legame tra ortodossia e nazione in Grecia, ecc.). Non si tratta tuttavia solo di una eredità culturale: un fatto di tradizione, senza conseguenze evidenti sull’oggi. Anche un certo ritorno dell’argomento religioso e del suo rilievo culturale nella definizione della nazione, e anche dell’Europa, sembra mostrare che questa identificazione è tutt’altro che un reperto del passato. Dal finanziamento delle scuole religiose al dibattito sulla bioetica, da certe posizioni politiche neo-conservatrici al recupero di una simbolica pubblica che potremmo considerare una forma di ri-tradizionalizzazione dall’alto, i segni di visibilizzazione istituzionale della religione, talvolta di reinvenzione di forme di civil religion, non mancano. Questo ritorno inoltre deve probabilmente qualcosa, oltre che a dinamiche interne, proprio alla nuova presenza di tradizioni considerate alloctone, tra cui, in primo luogo, l’islam.

Nell’Europa dell’ovest si credeva di aver risolto il problema della separazione tra stato e chiesa grazie alla secolarizzazione, ma alcune dinamiche interne, e la presenza delle minoranze immigrate, creano qualche problema a questa immagine a tinte troppo definite. Nell’est si credeva invece di averlo risolto eliminandolo alla radice, e si nota invece oggi il suo ritorno, dalla Polonia e dall’Ungheria alla Serbia, passando per la Russia.

Non possiamo tuttavia dedurre troppo facili linee di tendenza: assistiamo infatti sia a forme diffuse di privatizzazione del religioso (o di sua esplicita negazione: l’ateismo e l’agnosticismo sono in crescita e costituiscono in molti paesi la seconda ‘religione’), sia, in particolare nella sfera politico-rappresentativa, a forme di politicizzazione e anche di neo-istituzionalizzazione della religione, che progressivamente includono anche le minoranze.

 

Mobilità e pluralità

La mobilità delle religioni è legata, e del resto lo è sempre stata, anche alla mobilità umana. È dunque parte di quella più generale “rivoluzione mobiletica”, che coinvolge il movimento di informazioni, merci, denaro, idee, oltre che uomini e donne, e che è parte a sua volta del più problematizzato processo di globalizzazione. Uno dei suoi effetti è la progressiva maggiore com-presenza sul medesimo territorio di una pluralità culturale e religiosa sempre più ampia, che si sta delineando, pur tra resistenze e reazioni in direzione opposta, nei processi di cambiamento che stanno investendo l’Europa.

Da un lato abbiamo le presenze religiose abituali che costituiscono le costanti: assai più presenti, non fosse che per motivi inerziali, tanto in termini di radicamento sociale e culturale quanto per incardinamento istituzionale, di quanto l’enfasi sul cambiamento, sulle nuove mode religiose o sulla secolarizzazione riesca a comprendere. Dall’altro vi è precisamente il cambiamento, i dinamismi che, più che agitare le acque, ne modificano la composizione.

Il “momento religioso” attualmente vissuto dall’occidente è caratterizzato da due fenomeni concomitanti, e talvolta vissuti, dagli attori sociali che li interpretano, come tra loro concorrenti.

Il primo. Insieme alle religioni tradizionali della vecchia Europa (le varie famiglie cristiane, la presenza ebraica, qualche sopravvivenza che una volta si sarebbe definita pagana), troviamo oggi, sempre più articolati e visibili, altri attori: i nuovi movimenti religiosi che in Europa nascono o che vengono importati da altri fiorenti produttori (gli Stati Uniti, ma anche non pochi paesi asiatici: dall’India al Giappone alla Corea, e altri); un’ampia produzione di spiritualità new age; sette religiose più o meno legate, magari anche solo per opposizione, al vecchio ceppo cristiano; nobili tradizioni altrui da noi importate per iniziativa soprattutto di occidentali e a modo loro (è il caso del buddhismo).

Il secondo. Con l’arrivo di nuove popolazioni immigrate quello che in sociologia è invalso chiamare, con una metafora di derivazione economica forse discutibile ma efficacemente descrittiva, il mercato dei beni religiosi, si è ulteriormente complessificato. L’offerta di beni religiosi, già ampia e in aumento per sue proprie logiche, ha trovato un’ulteriore, feconda nicchia di mercato in cui espandersi, ma anche nuovi imprenditori sociali del sacro, diverse modalità di consumo, e si sono aperti nuovi canali di import-export religioso. Nel concreto, significa che vi è una sempre più marcata presenza di tradizioni religiose vecchie e nuove che sono arrivate insieme agli immigrati: dall’induismo all’islam, passando per le religioni ‘etniche’ (lo shinto, i sikh), l’animismo, forme sincretiche come le cosiddette ‘nuove chiese’ africane, ecc., oltre che nuovi membri, allogeni, di tradizioni religiose già presenti, percepite come indigene (cattolici, denominazioni protestanti, ortodossi, ebrei, ma anche membri stranieri di comunità religiose recenti, come i pentecostali e i testimoni di Geova).

Questi due fenomeni non sono separati e per così dire impermeabili: si intrecciano, si compenetrano, si influenzano reciprocamente, e retroagiscono sulla società in cui si inseriscono (che a sua volta retroagisce su di loro). Queste nuove presenze religiose non sono infatti neutre. E non hanno conseguenze solo per sé stesse. La presenza di questi nuovi ‘inquilini’ è suscettibile di influenzare, e di fatto sta già influenzando, anche i vecchi ‘padroni di casa’: le istituzioni, i sistemi sociali, e, cosa su cui si riflette molto meno, le religioni stesse.

Oggi la com-presenza di svariate entità religiose, resa ancora più visibile e in un certo senso drammatizzata dalla presenza di cospicue comunità di immigrati che si richiamano a religioni più o meno estranee alla storia europea, o almeno percepite come tali, ci costringe a fare i conti con quella che diventa pertinente chiamare, mutuando l’espressione dal dibattito filosofico recente, una diversa “geo-religione” dell’Europa.

 

Immigrati e religioni

 

La presenza di un numero sempre maggiore di immigrati in Europa non è solo un fatto quantitativo, con svariate conseguenze sociali, economiche e culturali. Insieme producono e creano nuove problematiche, nuovi processi di interrelazione: in una parola, un cambiamento qualitativo – niente di meno di un nuovo tipo di società. Alquanto diverso dal modello di stato-nazione come noi lo conosciamo, e dai suoi principi fondatori, che non a caso sono oggi in crisi. Si pensi agli elementi stessi dello stato: un popolo, un territorio, un ordinamento – tutti e tre, per motivi diversi, attualmente in crisi, sotto pressione, in perdita di capacità definitoria e dunque di efficacia. Per non parlare di quell’altro elemento, implicito ma ben reale nella nostra comprensione della società, che si aggiunge ai tre precedenti: una religione.

La pluralizzazione avviene e aumenta già per dinamiche interne alle nostre società. Ma, in più, la presenza di immigrati non è culturalmente né religiosamente neutra. Gli immigrati non arrivano “nudi”: portano con sé, nel loro bagaglio, anche visioni del mondo, tradizioni, credenze, pratiche, tavole di valori, sistemi morali, immagini e simboli. E prima o poi sentono il bisogno, se mai l’hanno perduto, di richiamarsi ad esse come ad indispensabili nuclei di identità; spesso per identificazione, talvolta anche solo per opposizione. Essi spesso giustificano e confermano una specificità e anche una sensibilità religiosa, che una modernità superficiale nelle apparenze e nello stesso tempo profonda e radicale nella sua capacità di scalfire gli stili di vita tradizionali e i convincimenti su cui si basano, apparentemente fa di tutto per cancellare. In una parola, la religione, e ancora di più la religione vissuta collettivamente e comunitariamente, ha un suo spazio e un suo ruolo nella costruzione dell’identità individuale e collettiva di nuclei significativi di immigrati.

Non c’è più, insomma (semmai c’è stata in maniera così totale: in realtà anche questa unitarietà è un mito di origine romantica), un popolo con una propria fede che abita un determinato territorio; ma assistiamo al progressivo prodursi di una realtà molto più articolata, in cui su un medesimo territorio si mischiano (o non si mischiano, ma comunque co-abitano) popoli, religioni, etnie diverse. La pluralità, insomma, da patologia che era si è fatta fisiologia: è diventata, o sta diventando, normale – e progressivamente anche normata. Un effetto anche questo, e tra i meno percepiti, della globalizzazione.

La pluralizzazione avviene dunque su tutti i piani. E non è solo un fatto (ad esempio, la maggiore offerta culturale, sociale, ecc. disponibile). È un processo. Che cambia la società, e dunque ci cambia. Cambia noi, e cambia gli altri attori in gioco, in primo luogo gli immigrati stessi: trasformando le identità individuali e collettive tanto degli immigrati quanto degli autoctoni (e dei nuovi immigrati che progressivamente si autoctonizzano).

 

L’islam come catalizzatore

 

Il caso dell’islam è spesso considerato quello maggiormente problematico, ma non è il solo. Anche se, non foss’altro che per questioni numeriche, nonché a seguito del retaggio storico che il rapporto tra islam e occidente porta con sé, per finire con l’incalzare dell’attualità (il terrorismo e il nuovo ruolo geopolitico dei paesi musulmani), offre notevoli spunti di riflessione, inglobando al suo interno provenienze etniche differenziate, un certo numero di autoctoni (i convertiti), e delle seconde generazioni nate sul suolo europeo e progressivamente inglobate nel mainstream; nonché un’ampia serie di ambiti in cui si propone e ‘fa’ immagine, talvolta suo malgrado: dal rinascere dei fondamentalismi ai rapporti di genere, passando per le relazioni tra stato e comunità religiose.

Ma l’islam non è né più diverso né più ‘estremo’ di altre presenze religiose, concettualmente oltre che geograficamente più lontane dalle derive del cristianesimo europeo (a sua volta fortemente differenziato, oltre che storicamente diverso dalla sua immagine e ruolo passato). Semplicemente, per motivi statistici (è la principale tra le nuove minoranze) e d’attualità, ha inevitabilmente assunto il ruolo di sostituto discorsivo, di oggetto transizionale, rispetto a quello che è il cambiamento vero: la pluralizzazione stessa delle società, appunto. L’impossibilità di comprendere l’Europa, o i singoli stati nazione, in una dimensione di omogeneità, ormai irrimediabilmente perduta. Che è ciò che fa problema, e produce reazioni e rivendicazioni nostalgiche. È così che emergono identità reattive e pulsioni conflittuali che presumono una coerenza interna alle identità religiose non più riscontrabile sul piano empirico, e dissensi e conflitti valoriali attraversano le identità prima ancora che separarle tra di loro. E, soprattutto, non tengono conto delle sempre più rapide trasformazioni in atto. Per tornare al nostro esempio: l’islam in Europa (del resto diversissimo per provenienze e costumi) cambia. Ma, europeizzandosi, diventando un attore sociale interno, cambia anche l’Europa. In più, non essendo solo interno, ma anche – attraverso legami personali e network organizzati, come pure attraverso i media vecchi e nuovi – transnazionale (potendo essere insomma qui e altrove), i musulmani che vivono in quella che potremmo chiamare la parte europea della umma, attraverso numerosi effetti di feedback influenzano anche le zone d’origine dell’islam, e comunque quelle di provenienza delle prime generazioni di immigrati. E al contempo, i nuovi arrivi fanno ricominciare da capo il ciclo. In un processo trasformativo che include forme di sincretismo soggettivo e di mixité (da quella culturale a quella matrimoniale) che sono esse stesse fattori ulteriori di trasformazione. Difficile, dunque, parlare delle entità religiose in astratto: esse vanno sempre osservate nel contesto e nel concreto dei loro dinamismi.

 

Pluralismo religioso in Europa: novità ed elementi di continuità, in Centro Studi Idos, “Dossier Statistico Immigrazione 2021”, Roma, novembre 2021, pp.77-80

Corpi senz’anima, anime senza corpo: verso il transumanismo, tra cyborg e paralimpiadi

Siamo alla vigilia di un mondo in cui, oltre a corpi senz’anima (ma attivi e più performanti della nostra fragile carne), potremo vedere anime o cervelli senza corpo? O almeno con corpi potenziati, trasformati?

Come sempre, è la fantascienza a prefigurare nell’immaginario scenari che la scienza ha già tracciato, e l’impetuoso sviluppo tecnologico rende possibili. L’intelligenza artificiale applicata alla robotica ci mostra già il primo scenario, e le sue applicazioni. Nel suo ultimo romanzo, Klara e il sole, il premio Nobel 2017 Kazuo Ishiguro racconta la storia di una sensibile ‘amica’ artificiale, disponibile nella vetrina di un negozio, oggetto/soggetto di compagnia per adolescenti, che acquistata da una giovane un po’ problematica e bisognosa di affetto, fa di tutto per prendersi cura della sua giovane protetta. Già nel precedente e meraviglioso Non lasciarmi Ishiguro prefigurava un mondo in cui, ad ogni umano sano che possa permetterselo, corrisponde una copia biologica da utilizzare come collezione di organi, pezzi di ricambio da sfruttare in caso di bisogno, man mano che organi e parti del corpo deperiscono o si ammalano. In quest’ultimo romanzo si è passati dalla biologia clonata e riprodotta alla totale artificialità. Inizialmente, come detto, con una creatura artificiale capace di immedesimarsi così tanto nella sua amica reale, da cui è stata acquistata, da amarla e imitarla alla perfezione: al punto da far immaginare alla madre, di fronte alla morte incombente a seguito di malattia della fanciulla reale, che il robot intelligente, dopo averla conosciuta così bene, possa, imitandola, assumerne le fattezze, ricostruite tecnologicamente, e continuare così a vivere con la madre stessa, lenendone il dolore, in uno straordinario incrociarsi di prospettive.

L’altro scenario, quello dei corpi trasformati o potenziati, è quello delineato con la forza dell’immaginario cinematografico in film come RoboCop di Paul Verhoeven, risalente all’ormai lontanissimo 1987, e riprodotto nel genere cyberpunk. È l’idea del cyborg, il corpo potenziato all’estremo, una specie di ibrido tra uomo e macchina, grazie non solo all’aggiunta ma all’innesto di protesi tecnologiche direttamente dentro il corpo umano. Se ne parla dagli anni ’60, immaginando il bisogno del corpo umano di adattarsi a condizioni di vita estreme – pensando soprattutto alle esplorazioni spaziali. La tuta dell’astronauta, come per altri versi lo scafandro di un palombaro, mostrano il potenziamento aggiungendo sopra il corpo le protesi necessarie: il cyborg è il salto evolutivo successivo. E quanto non sia per niente un orizzonte lontano, ma anzi già parte della nostra vita quotidiana, aspetto ormai perfino banale, ce lo hanno mostrato con plastica efficacia – appena a un passo dal cyborg – le paralimpiadi del 2021, con l’enorme varietà di potenziamenti e di innesti aggiungibili a un corpo umano: da carrozzine multiperformanti a gambe bioniche con cui guadagnare un record di velocità, ad altri arti e capacità posticce. L’innesto di chip sottopelle con password e carta di credito è già pronto e sperimentato, sensi potenziati (vista, udito…) grazie ad aggiunte meccaniche nel corpo (altro che realtà aumentata grazie ad occhiali e visori aggiunti al di fuori!) sono in arrivo. Il resto verrà, prima di quanto pensiamo.

In mezzo c’è un mondo: oggetti meccanici parlanti già presenti nelle nostre case o nei nostri cellulari (Alexa, Siri…), capaci di comunicare autonomamente con altri oggetti e guidarli (elettrodomestici e quant’altro), prefigurando un mondo in cui tutto potrà essere connesso con tutto, fino ai cani meccanici da compagnia già disponibili in Giappone per gli anziani, ai robot da compagnia per bambini che già si vedono in alcuni ospedali pediatrici, alle bambole parlanti e sessualmente attive che potranno soddisfare altri piaceri, o vere e proprie intelligenze artificiali dotate di propria volontà, come la Klara del romanzo di Ishiguro da cui siamo partiti, ma che risalgono ai Terminator dell’omonima saga, altri celebri ribelli all’uomo come il terribile HAL 9000 di 2001 Odissea nello spazio, capostipite di un genere, o in maniera ambivalente potenziali ribelli o potenziali alleati e amanti, come ci ha ben mostrato un altro imprescindibile capolavoro rimasto nel nostro immaginario, Blade runner.

È il transumanismo, bellezza. L’incredibile mondo in cui tutto si collega con tutto in forme imprevedibili e inusitate: dopo il quale sappiamo che niente sarà più come prima. Probabilmente nemmeno Dio.

 

Senza corpo, in “Confronti”, anno XLVIII, n. 11, novembre 2021, p. 38

La fase adulta dell’autonomia

Il presidente Luca Zaia, nel quarto anniversario dalla celebrazione del referendum, dice giustamente che l’autonomia si conquista passo dopo passo, con un approccio pragmatico: non strepitando nelle piazze. Bene, forse è il segnale che sancisce l’uscita dalla fase puerile della richiesta di autonomia (vogliamo tutto, vogliamo di più – magari vogliamo anche l’indipendenza, come in uno dei quesiti a suo tempo cassati dalla Corte Costituzionale) per entrare nella fase adulta: vediamo cosa si può fare, come, con chi, per arrivare dove.

È un utile contributo. Finalmente, verrebbe da dire. Ma anche un ripensamento non dichiarato, una resipiscenza non ammessa, e un giudizio implicito sulla fase precedente.

Lo stesso referendum è stata una legittima forzatura: una ragionevole pressione nella direzione dell’autonomia come obiettivo politico generico, quando ancora non la si era delineata nei suoi contenuti specifici. Come lo è stata la richiesta – a differenza delle altre regioni che più hanno spinto nella direzione dell’autonomia, con o senza celebrazione di referendum (la Lombardia con, l’Emilia-Romagna senza) – di volerla su tutte le 23 materie e competenze concorrenti: anche quelle in cui palesemente non sarebbe possibile né sensato, o addirittura non conveniente e controproducente. Quelle, effettivamente, erano richieste adolescenziali: tipiche del periodo in cui si vuole appunto maggiore autonomia dalla famiglia, ma non si sa ancora per farne cosa, e per andare dove – e non si hanno ancora veramente i mezzi per fare da soli.

Però, va detto, se siamo rimasti a lungo allo stadio infantile del dibattito, è perché qualcuno ha spinto in questa direzione. Perché è facile e comodo, dare sempre la colpa agli altri, come i bambini: in Veneto non solo la politica, ma gran parte dei media, e molti cittadini, sono permeati di questa narrazione deresponsabilizzante e forse liberante ma, appunto, infantile; secondo la quale se l’autonomia non c’è ancora è colpa solo dello Stato che non ce la dà.

In effetti in questi quattro anni – e prima, nel periodo che ha alimentato la campagna referendaria – non si è fatto altro che spingere sull’emotività del desiderio, lasciando da parte la razionalità del processo: tanto che se chiedessimo, a chi è favorevole all’autonomia, in che cosa ‘esattamente’ dovrebbe esplicarsi, quali sarebbero i vantaggi e svantaggi rispettivi nei diversi ambiti, la maggior parte non saprebbe cosa rispondere e come articolare un’opinione. Forse anche tra coloro che la materia la dovrebbero maneggiare.

Il motivo è semplice: gli adulti sono costretti a fare i conti, ad analizzare costi e benefici, a mediare con interessi diversi – anche perché per ottenerla, l’autonomia, bisogna conquistare una solida maggioranza in parlamento, ovvero convincere anche gli altri. Inoltre bisognerebbe discutere su che cosa si vuole farne. E un dibattito largo e aperto, con i contributi solidi dei corpi intermedi, in regione, su questi temi, non si è veramente mai aperto. L’altro problema è che per diventare adulti, usciti dalla fase adolescenziale, e per assumere una responsabilità maggiore nel mondo, occorre formarsi, prepararsi, studiare. Dove sono i luoghi di formazione della classe dirigente dell’autonomia? Su quali dossier si sta veramente preparando? Nella fase puberale ci si può accontentare degli slogan e delle parole d’ordine: voglio l’autonomia. La fase adulta presuppone la risposta a domande sul come, sul chi è in grado di perseguirla, e anche sul perché, per andare dove.

La sensazione è che finora la vaghezza dei contenuti sia stata precisamente la garanzia del più vasto consenso trasversale: per cui si è volutamente rimasti lì. Ora, a prendere sul serio Zaia, è il momento di affrontare responsabilmente i contenuti: il che vuol dire avere il coraggio – che finora non c’è stato – di discutere nel merito, coinvolgendo il meglio della società civile, e di dividersi su ricette e modalità di preparazione. È questa la vera svolta, il vero cambio di passo. Che è giunto il momento di perseguire, se davvero vogliamo raggiungerla, la nostra maggiore autonomia.

 

Autonomia: la fase “adulta”, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 27 ottobre 2021, editoriale, p. 1

Il voto, le piazze, l’astensionismo

Se c’è una notizia dirompente di questa tornata elettorale, non è tanto la vittoria del centrosinistra nei municipi più importanti, quanto l’aumento spropositato dell’astensionismo.

Si illude chi pensa che il vento sia cambiato, e favorevole ai partiti che hanno sostenuto i candidati vincenti. La destra perde le sfide simbolicamente più significative con candidati sbagliati, tra l’inetto e l’inutile, come Michetti a Roma (cui Gualtieri ha dato venti punti di distacco) e Bernardo a Milano, addirittura doppiato da Sala fin dal primo turno. Eppure se si votasse oggi alle elezioni politiche nazionali, il centrodestra – seppure sonoramente bastonato nelle contese locali –  godrebbe ancora del favore dell’elettorato, superando di gran lunga il centrosinistra.

Il vento dell’astensionismo non è invece cambiato per nulla: viene da lontano, e promette di andare ancora più lontano, verso una perdita progressiva di rappresentanza sempre più visibile – in Italia ma anche altrove. Segno di una tendenza lunga che non può non preoccupare chi ha a cuore i destini delle democrazie. Che non significa necessariamente i partiti: che, invece, dall’astensionismo hanno in un certo senso da guadagnare, dato che facilita loro il compito. I posti da occupare sono sempre i medesimi, e con meno votanti, costa meno e si fa meno fatica a raggiungere gli elettori, e a indirizzare il voto verso i rappresentanti dell’apparato che meglio garantiscono controllo, carriere  e clientele.

Tra le tante spiegazioni dell’aumento dell’astensionismo c’è la progressiva perdita di capacità dei partiti di fare da collegamento tra i cittadini e le istituzioni. Un po’ perché sono scomparsi dai territori: tra tutti, solo Lega e Partito Democratico hanno ancora sezioni e circoli locali abbastanza diffusi: ma hanno una vita interna che arranca, abitata soprattutto da pensionati, poco attrattiva per le generazioni più giovani (che, infatti, in proporzione, votano meno degli anziani), poco vivace, poco collegata persino alle dinamiche territoriali, per lo più ridotta a riprodurre su scala locale messaggi e diatribe nazionali – più simili a stanchi megafoni che a vitali produttori di energia e attivismo. E per il resto la politica si fa altrove, in altro modo, senza intercettare la vita dei partiti.

Dovrebbe interrogare questa separatezza assoluta tra la militanza e il desiderio di impegno, pur esistenti sotto forme anche inedite, e la capacità della politica di rappresentarli, di veicolarne le istanze e le proposte. Quali sono le piazze più significative viste negli ultimi tempi, anche in Italia? Quelle dei giovani impegnati per i Fridays for future, in lotta per la salute del pianeta e un futuro migliore: eppure, in Italia, senza un partito ecologista di riferimento, e nemmeno una corrente di pensiero organizzata e magari trasversale all’interno degli schieramenti politici. O le piazze no vax (o no qualunque cosa), mobilitate intorno a egoismi individuali, che non riescono nemmeno loro a farsi partito, pur trovando orecchie strumentalmente condiscendenti in alcune forze politiche, che tuttavia è arduo ipotizzare si trasformino in consenso, per giunta minimamente stabile. Sì, è vero, ci sono le piazze sindacali: esse stesse sempre più distaccate dai tradizionali partiti di rappresentanza, non più cinghie di trasmissione ma nemmeno strumenti di collegamento tra le lotte per il lavoro (sempre più rituali nelle loro forme, e oltre tutto portate avanti da organizzazioni in cui la maggioranza degli iscritti e di coloro che si mobilitano dal mondo del lavoro sono già fuori, essendo pensionati) e la rappresentanza politica allargata. O le piazze dei diritti civili, dei pride: anche queste, se ci si pensa, legate a diritti e bisogni interpretati più come individuali che come esigenza collettiva. Che in politica si traducono più in carriere per rappresentanti monotematici di queste istanze che come parte di un disegno politico più complessivo.

Ecco allora che l’astensionismo diventa fatto sempre più significativo, addirittura dominante (non più solo il primo ‘partito’, ma maggioranza assoluta del corpo elettorale), ma tuttavia irrilevante, capace di mandare un segnale confuso di disagio, ma incapace di dare un produttivo scossone all’edificio malcerto della democrazia rappresentativa.

Le piazze e il primo partito, “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 20 ottobre2021, editoriale, p. 1

Urbino. All’inaugurazione dell’anno accademico, imprevedibilmente, fa capolino un libro…

 CORRIERE ADRIATICO

Cipolletta all’inaugurazione dell’anno accademico dell’università di Urbino:
«Innovazione dalla pandemia»

 

Mercoledì 20 Ottobre 2021 di Eugenio Gulini

URBINO – Con la sollecitazione “They call us dreamers but we are the ones who never sleeps” (“Ci chiamano sognatori ma siamo quelli che non dormono mai”) si è aperto ieri, al Teatro Sanzio, l’anno accademico 2021 – 2022 dell’università Carlo Bo di Urbino al 516esimo anno dalla fondazione. Ospite d’onore, con la sua personale lectio magistralis, Innocenzo Cipolletta. Il tema dello statistico ed economista, già direttore generale di Confindustria, era attualissimo e a lui molto caro: “La fatica di innovare”.

La ripartenza
Prima di lui il rettore Giorgio Calcagnini si è rivolto agli studenti con «l’augurio che ci si possa avviare verso una normalizzazione che consenta di accogliervi in aule confortevoli piuttosto che in un dialogo a distanza che, pur utile in determinate circostanze, è sicuramente meno rispondente alla mission di una Università come luogo di relazioni. Il nostro obiettivo prefigura una speranza: ripartenza. Forniti di una consapevolezza nuova, di nuove precauzioni, di nuove forme di socialità, dobbiamo essere pronti, con progetti sostenibili, a ripartire per nuove destinazioni, facendo emergere le difformità dei contesti in cui viviamo, annullando le distanze culturali e sanando le disuguaglianze sociali ed economiche. Magari, in questo viaggio, saremo ancora costretti ad esibire un passaporto sanitario piuttosto che uno anagrafico – ha concluso Calcagnini – ma sicuramente, per esemplificare il titolo di un recente e fortunato saggio del sociologo Stefano Allievi , “torneremo a percorrere le strade del mondo”».

Il personale amministrativo
Alessandro Gambarara, in rappresentanza del personale tecnico amministrativo, ha evidenziato come quest’ultimo «è sempre stato ed è tuttora in prima linea per profondere le proprie capacità per un proficuo funzionamento dell’istituzione universitaria, rappresentando un collante fondamentale tra docenti e studenti per tornare a vivere, in condivisione, gli spazi e le attività». Federica Titas, presidente del Consiglio degli studenti, ha auspicato «che si rafforzi sempre più l’attenzione dei docenti nei nostri riguardi, essendo noi l’anima di questa città. E, nel contempo, vorrei dai miei colleghi una maggiore partecipazione alla vita universitaria e cittadina, che è molto più dinamica di quel che ci si immagina».

Il progresso tecnologico
Infine Innocenzo Cipolletta con una risposta alla domanda “dove andremo”: «Un mondo aperto, collaborativo, retto da regole condivise, inclusivo e attento ai più deboli, ma favorevole al progresso tecnologico e sociale è la risposta ai molti quesiti che stanno sorgendo a fronte dei cambiamenti sociali e climatici che caratterizzano la nostra epoca. Sta a noi, anche a noi contribuire a costruirlo, se sapremo guardare con spirito aperto ai grandi cambiamenti che ci attendono e se sapremo volgerli a vantaggio di tutti, senza rimanere centrati sui nostri interessi di breve termine e senza cedere alla paura del nuovo e di ciò che ci è straniero».

I costi e la fatica
«Non sono un accademico di professione pur avendo svolto attività didattica per alcuni periodi – così ha esordito Innocenzo Cipolletta – Ho passato gran parte della mia vita ad osservare l’economia partendo dai numeri. In effetti, sono uno statistico che ha iniziato a lavorare sulla congiuntura economica, ossia studiando come evolve l’economia nel breve termine. Ma avendola osservata ormai per quasi 60 anni, alla fine ho finito per avere sotto gli occhi una storia lunga, di evoluzioni e di cambiamenti previsti e non previsti. La pandemia che ci ha colpiti ha generato un processo di reazione che spinge verso nuovi e più profondi cambiamenti. Investire nell’innovazione rappresenta la via principale per crescere. Ma l’investimento nell’innovazione è costoso e faticoso».

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

L’Italia al voto: l’anomalia veneta

“Le città premiano il centrosinistra”. “Veneto fortino di Lega e centrodestra”. Sono questi, rispettivamente, i titoli post-elettorali del Corriere della sera, edizione nazionale, e del Corriere del Veneto. E fotografano perfettamente l’anomalia veneta, o la sua diversità strutturale, non contingente, non episodica.

La regione resta in linea rispetto alle tendenze nazionali solo con la sostanziale sparizione del M5S: con la differenza che in Veneto non aveva mai veramente attecchito, e la sua breve fiammata stagionale, con i suoi fasti e i suoi sindaci, è stata in ogni caso molto meno intensa che altrove. Anche i dati sulla partecipazione al voto sono in linea con il dato nazionale: un po’ più alta che altrove, ma pur sempre in calo.

Senza sorprese, vince nettamente la Lega, in qualche caso con percentuali da emirato, o se si vuole da plebiscito: ma questa è quasi una non notizia, visto che la Lega in Veneto governa da quando esiste, indifferente alle sue stesse trasformazioni interne. Cresce anche Fratelli d’Italia, il che fa prospettare al Veneto una concorrenza molto più forte che in passato nel campo del centro-destra, per ora comunque più unito che a livello nazionale, dove l’ossessiva corsa per la leadership tra Salvini e Meloni ha prodotto, anche nella scelta delle candidature, più veti incrociati che obiettivi comuni: la differenza, naturalmente, sta nel fatto che qui in Veneto i due partiti governano insieme, a livello regionale e in moltissimi comuni, mentre a livello nazionale stanno l’uno al governo (per ora) e l’altro all’opposizione. Al limite, si potrebbe prefigurare un derby tutto interno alla coalizione in alcune delle prossime tornate elettorali comunali (a partire già dal prossimo anno): mentre è difficile immaginare scenari simili a livello regionale (scadenza peraltro lontana) dato che è così facile e comodo vincere e continuare a governare insieme.

Nell’altro campo ci si leccano le ferite. L’illusione del segretario del PD Letta (“siamo tornati in sintonia con il paese”) in Veneto ha ricevuto una secca smentita. Il Partito Democratico ha perso praticamente dappertutto: persino dove era stato sindaco il proprio segretario regionale, che pure ha avuto una buona affermazione personale. E comincia a sentire una discreta sindrome da accerchiamento anche laddove governa, ma si andrà ad elezioni a breve, come a Padova: niente è più garantito, neanche quella che fino a ieri poteva sembrare la facile rielezione di un sindaco uscente.

A livello nazionale la novità per ovvie ragioni più visibile, trattandosi della capitale, è stata l’operazione tentata da Carlo Calenda a Roma: uscita sconfitta nel suo obiettivo primario (arrivare al ballottaggio per conquistare il Campidoglio), ma vincente nel far diventare la sua lista civica di sostegno il primo partito a Roma, lanciando il segnale forte dell’esistenza di un’area liberale pragmatica e moderata, capace di pescare sia da destra che da sinistra, più interessata a programmi e competenze che a ideologie e schieramenti, non rappresentata dai partiti tradizionali, né di destra né di sinistra. In Veneto in realtà il civismo è già diffuso, e in buona parte già fagocitato da liste governiste e sostanzialmente ‘zaiane’: ma dato il personale successo di preferenze di Calenda alle elezioni europee proprio nel collegio Nordest, qualche carta si potrebbe rimescolare all’interno di questo mondo, con riflessi possibili sulla politica locale, meno probabilmente su quella regionale.

Detto questo, lo scenario che emerge da questa tornata elettorale – ancora una volta – è quello di una diversità, verrebbe da dire una insularità sostanziale del Veneto rispetto al panorama nazionale. Un mondo a sé, a parte, lontano, incompreso da chi sta altrove, che vive con regole e su presupposti propri, e tendenze politiche non collegate o in sintonia con quelle nazionali. In sé, non è né un vantaggio né uno svantaggio. Accade da anni, ed è stato sia un punto di forza che un elemento di debolezza, a seconda dei fenomeni a cui guardiamo (e dei governi succedutisi a livello nazionale). Che diventi l’uno o l’altro in futuro dipenderà dalla capacità – culturale prima che politica, e che riguarda gli attori economici e sociali prima ancora che i partiti – di restare in sintonia con le grandi tendenze nazionali, incarnate in questo momento dalle scelte del governo Draghi. Che quest’ultimo sia sostenuto da una maggioranza dalla configurazione completamente diversa diventa a questo punto incidentale. Come giusto che sia.

 

L’anomalia veneta alle urne, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 7 ottobre 2021, editoriale, p.1

Senza limiti energetici

Siamo una società senza limiti: li superiamo uno per uno. Anche quelli fisici: quelli che fino a ieri consideravamo insuperabili. L’aspettativa di vita si allunga, puntando all’in(de)finito. La disponibilità e la varietà di cibo (per chi può permetterselo: e questo è un altro discorso, anche se forse dovrebbe diventare il discorso), senza quasi più distinzione tra naturale e artificiale, punta anch’essa all’indefinito. Finora il limite principale all’infinità – oltre naturalmente a quello della quantità di superficie utilizzabile, aria e acqua presenti sul pianeta – è stato la disponibilità e il costo dell’energia. Ma se anche questo dovesse cadere?

Le tecnologie legate alle energie rinnovabili – che non consumano direttamente risorse finite, e che quindi possono riprodursi illimitatamente – stanno conoscendo uno sviluppo impressionante. Energia solare, eolica, marina, idroelettrica, geotermica, ma anche quella ricavata dalle biomasse, aggiungendoci la grande scommessa potenziale dell’idrogeno, e persino le nuove tecniche di fusione oggi allo studio, aprono effettivamente a questa possibilità. Certo, hanno comunque un costo produttivo, consumano risorse per essere costruite, hanno come tutto dei costi di gestione, mantengono il problema rilevante dello smaltimento. Ma, potenzialmente, una volta imparato a stoccare l’energia prodotta – e anche qui i progressi sono impressionanti e rapidissimi – potrebbe essere possibile immaginare un mondo in cui l’energia, per la prima volta nella storia, possa essere una risorsa virtualmente inesauribile, indefinitamente riproducibile, non inquinante o quasi (l’inquinamento potrebbe limitarsi alla fase della produzione della tecnologia necessaria, appunto, ma per il resto non ci sarebbe produzione di CO2, responsabile in buona parte del riscaldamento atmosferico), e quasi gratuita (certo, per chi dispone delle tecnologie necessarie, e qui si apre un’altra faglia e un altro tipo di diseguaglianze, e di conflitti potenziali: come sempre tra chi può, chi non può e chi vorrebbe). O, almeno, si potrebbe ipotizzare una quasi totale disponibilità di energia a costi molto ridotti per la maggior parte degli usi ordinari – anche lavorativi e di trasporto – e l’utilizzo transitorio di risorse non rinnovabili (fino a che la tecnologia stessa non troverà altri modi di superare questo problema) per gli usi attuali maggiormente energivori (un’acciaieria, per fare un esempio): ma un paese potrebbe scegliere se e in che misura investire in settori altamente energivori, o al contrario investire per superarne la necessità.

Diciamo tutto ciò da inesperti in materia tecnologica, che vogliono solo provare a delineare gli scenari futuribili che si aprono. Con quali effetti tutto ciò accadrebbe? Proviamo ad andare a tentoni, senza disporre di tendenze o linee guida: si tratta di immaginare il non ancora immaginato.

Due scenari possibili, all’ingrosso – come sempre, quando si parla di futuro, e ci si divide inevitabilmente tra apocalittici ed edenici, tra catastrofisti e costruzionisti, banalmente tra pessimisti e ottimisti. Da un lato spreco ulteriore, iperproduzione, superconsumismo, iperaccumulazione, più diffuse e più profonde diseguaglianze – dentro e tra paesi, città, quartieri – che ci costringerebbero in prospettiva a cercare altri mondi, non (solo) per umana curiosità e desiderio di scoperta, ma per eccesso, sovrabbondanza, occupazione ipertrofica di tutti gli spazi, illimitatezza di rifiuti prodotti, scarti e discariche (come in un bel film di animazione di qualche anno fa, Wall-E), paradossale diminuzione delle (altre) risorse proprio a seguito della disponibilità di una risorsa illimitata. Dall’altro liberazione dal bisogno, minore sfruttamento della terra, riduzione radicale dell’inquinamento e conseguente diminuzione dei rischi da climate change, pratiche di condivisione locale come effetto di politiche di razionalizzazione, investimento in beni relazionali e comunicativi, maggiore disponibilità di tempo per la socialità e le attività di cura, di trasmissione di conoscenze e di cultura – pratiche oggi vagamente alternative come potenzialità di massa.

Ecco, il fatto che non sappiamo che direzione prenderemo, che non abbiamo alcuna idea di quello che succederà – ma che nell’inconscio prevalgano i timori (che la fantascienza si incarica di portare alla luce) – è precisamente il problema: l’inesistenza di questi temi nella politica politicante, il disinteresse culturale che circonda questi dibattiti, avvertiti solo da piccole cerchie di interessati o da grandi interessi in gioco. È qui che si fa chiaro che non dobbiamo lavorare solo sui limiti esterni, ma soprattutto su quelli interiori: che siamo noi a non saper scegliere tra il meglio e il peggio di noi. A dimostrazione che il problema non è fuori, ma dentro di noi.

 

In “Confronti”, n. 10, ottobre 2021, rubrica “Il mondo se…”, p. 37