Diversamente credenti. La religione al tempo della pandemia

Non sarà solo questa Pasqua, a cambiare: con le chiese aperte ma vuote, i sacerdoti a celebrare online, il popolo di Dio disperso nelle proprie case, ciascuno solo alla sua maniera. Come per tante altre cose, Covid-19 è destinato a segnare una cesura anche nel modo di essere religiosi, e quindi anche nelle istituzioni religiose, che avrà effetti anche in futuro. Continua a leggere

Di imam, di conflitti culturali e d'altro ancora

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Dopo Christchurch: Le parti invertite del terrore

Christchurch: che tristezza, un nome così, per una strage di musulmani in moschea… Ma è un’ironia che non dispiacerebbe al suo autore, e forse perfino inconsapevolmente cercata. Lui, che nel suo improbabile pantheon ha messo di tutto: perfino il doge veneziano Sebastiano Venier, o il condottiero Marcantonio Bragadin, di cui probabilmente tutto ignora, salvo forse il fatto che è stato martirizzato dai Turchi. Questi rimandi alla storia lontana, come alla contemporaneità, a terroristi anti-islamici come Anders Breivik e delinquenti xenofobi come Luca Traini, o a vittime innocenti del terrorismo islamico in Europa, poco ci spiegano, tuttavia, di quanto accaduto, e ancora meno sono in grado di spiegare le ragioni – per quanto di ragioni si possa parlare – di una voglia di rivincita identitaria contro innocenti e pacifiche famiglie musulmane che stavano pregando, portata fino alla strage. Continua a leggere

Farah e le altre: ciò che serve, ciò che non serve

La vicenda di Farah, la ragazza diciannovenne di Verona appena tornata dal Pakistan, dove era stata portata dalla famiglia, e da dove ha chiesto di essere riportata in Italia, ci è utile, per parlare di vicende che non sono la norma, ma sono gravi, si ripetono, e vanno affrontate. Continua a leggere

Colore della pelle, religione: le incomprensioni che rendono difficile l'integrazione

Due storie per capire chi siamo. O meglio, chi non siamo ancora: chi non riusciamo ad essere. Continua a leggere

Perché gli immigrati se ne vanno

I dati ufficiali sulle presenze di stranieri in Veneto, riproposti dal Dossier statistico sull’immigrazione del 2017, parlano di 485.477 immigrati, quasi il 10% della popolazione: più della media nazionale (8,3%), meno di quella del Nord-Est (10,4%). Il Veneto è la quarta regione per numero di immigrati, dopo Lombardia, Lazio e Emilia-Romagna. Ai regolari bisogna aggiungere una quota non facilmente stimabile di irregolari, tali per diversi motivi: giunti come tali, trattenutisi oltre la durata del visto, inottemperanti ai provvedimenti di espulsione, o infine non riconosciuti aventi titolo di richiedenti asilo, ma rimasti in regione. Continua a leggere

Dopo Barcellona: Il nichilismo islamico contemporaneo e i suoi obiettivi

Non è finita. Anche se siamo in periodo di vacanza, e pensavamo ad altro. Non poteva esserlo. Non lo sarà, a breve. Anche se l’ISIS fosse sconfitto sul suo terreno, in Iraq e in Siria, l’ideologia che lo sorregge, questa inquietante forma di nichilismo islamico contemporaneo, che ne è al contempo l’incubatrice e il prodotto, non finirà. Perché le disragioni su cui si fonda sono tuttora in circolazione, con immutata capacità propagandistica: non hanno ancora esaurito, per riprendere quanto si diceva della Rivoluzione d’Ottobre, la loro terribile spinta propulsiva. Che funge da motivazione – per quanto sia possibile parlare di motivazioni, di fronte a gesti che non possono ottenere altro scopo che il terrore fine a se stesso. E da detonatore di un esplosivo ideologico che è ampiamente in circolazione. Continua a leggere

"Il burkini come metafora" a Fahrenheit – Radio 3 RAI

Fahrenheit, RAI, Radio 3
Puntata del 9 agosto 2017

Da Capaci a Manchester, passando da casa

Ieri sera, guardando la TV, mia moglie ed io cercavamo di spiegare a nostro figlio Alessandro, 11 anni, la strage di Capaci, Falcone e Borsellino, che cos’è un eroe civile, e che cos’è, da dove viene, la violenza che li ha abbattuti, insieme ad altri servitori dello stato, che li proteggevano.
Ne parlavamo, avevamo le parole per dirlo: e lui capiva.
Stasera faremo più fatica a dare un senso alle nostre parole. A spiegare perché, come, bambini poco più grandi di lui sono morti, uccisi da una violenza senza senso, senza interessi da proteggere, nemmeno loschi, senza ragioni, nemmeno malvagie.
Mi direte che tutti i giorni, in Siria, in Iraq, in posti ancora più lontani dall’Europa, muoiono bambini, e adulti, nella stessa maniera insensata, vittime di armi simili, di comportamenti simili, di violenza simile. E avrete ragione.
Mi direte che tutti i giorni, ovunque nel mondo, bambini, e adulti, muoiono di fame, di un lavoro troppo più grande di loro, di fatica, di cattiveria, di tortura. E avrete ragione.
Mi direte che da noi, nel silenzio, senza sufficiente emozione, per molti anni, e ancora oggi, bambini, e adulti, morivano e muoiono per la violenza delle mafie, nelle strade delle camorre, nelle vendette trasversali delle ’ndrine. E avrete ragione.
Mi direte che anche noi abbiamo vissuto violenze e stragi terroristiche insensate, che colpivano innocenti. Tutti i giorni, rientrando da scuola, passavo per piazza Fontana. Altri saranno stati nei paraggi di piazza della Loggia, della stazione di Bologna, su un treno che faceva lo stesso percorso dell’Italicus, o magari su un volo che passava nei cieli di Ustica. E avrete ragione.
Mi direte che in fondo si muore senza ragione, a tutte le età, nelle strade, nei pronto soccorso, nei reparti dei malati terminali, peggio se pediatrici, e anche lì è difficile spiegare, anche lì non ci sono ragioni. Perché lui, perché non io, perché suo figlio, perché non mio figlio. E avrete ragione.
Mi direte tutto questo. E vi darò ragione. Eppure oggi, anche io, che di queste cose mi occupo, da anni, cercando di spiegare a mio figlio, farò fatica a trovare le parole.
Le parole che non troverò, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 24 maggio 2017, editoriale, p.1

Le norme e i valori: la sentenza sul kirpan

Una sentenza della Cassazione ha vietato l’utilizzo del Kirpan, un pugnale portato alla cintura dai sikh come simbolo di lotta contro l’ingiustizia. Il Kirpan è considerato dai sikh un simbolo e un obbligo religioso, parte delle 5 K della religione sikh: le altre sono Kesh, i capelli lunghi raccolti in un turbante portato obbligatoriamente dagli uomini, Kangha, il pettine di legno per raccogliere i capelli in modo ordinato, a differenza della crescita libera e disordinata degli asceti induisti, Kara, un braccialetto di ferro che rappresenta il controllo morale nelle azioni e il ricordo costante di Dio, e Kacha, delle sottovesti di tipo allungato simbolo di autocontrollo e di castità. Continua a leggere