Le emozioni al tempo del Coronavirus

Non sono solo i luoghi dell’arte, della cultura e del divertimento chiusi, o a scartamento ridotto, le strade quasi deserte (ieri ero a Roma, per l’ultima conferenza dal vivo di questo periodo: meravigliosa senza quasi traffico…). Non è solo che vediamo meno gente. E’ che ci sta proprio cambiando la socialità, questo signore dal nickname innocuo: Covid-19. Ne cambia le forme: ma incidendo profondamente sui suoi contenuti. Continua a leggere

Coronavirus: la nuova distopia

Fosse un romanzo di fantascienza, potrebbe essere esattamente così: come la distopia sociale che stiamo vivendo, l’utopia negativa che stiamo costruendo proprio in questi giorni con le nostre mani. Del resto, è un classico, come topos letterario e cinematografico: il pericolo sconosciuto, le relazioni sociali che di conseguenza diminuiscono, la paura che dilaga in maniera irrazionale, la chiusura nei bunker (ma anche la ricerca del capro espiatorio, il potere concentrato in poche mani, totalitario nelle sue logiche restrittive…). Continua a leggere

Senza più patria. In cerca di comunità.

Lo stato-nazione è in crisi. Come ogni cosa, vive dei cicli: nasce, cresce, si sviluppa, muore. Anche le istituzioni. Noi ci eravamo abituati a considerarlo eterno: perché in nome dello stato nazione abbiamo vissuto intensamente gli ultimi due secoli, in suo nome si sono prodotte emozioni individuali e collettive che hanno lasciato il segno nel nostro immaginario e nella nostra cultura (letteratura, filosofia, musica, poesia, pittura, cinema: tutto si è mobilitato in suo nome, non solo la politica), in suo nome abbiamo lottato, compiuto sacrifici immani, ucciso. La sua storia si intreccia con la storia stessa della modernità: anche attraverso la sua paradossale universalizzazione. Fino alla nemesi che ci ha portato a inventare una Società delle Nazioni, e poi una Organizzazione delle Nazioni Unite, con lo scopo – non raggiunto, probabilmente irraggiungibile – di mettere pace tra di esse, dopo tanti anni di guerre: prima per instaurare gli stati nazionali, poi per farli combattere tra loro. Continua a leggere

Senza identità?

La fortuna della parola identità è relativamente recente. La sua diffusione di massa è in qualche modo il segno di una crisi: è probabilmente dalla fine degli anni ’60 che è giustappunto cominciata ad andare di moda l’espressione “crisi di identità”. Ma è soprattutto nell’ultimo ventennio che si sono moltiplicati libri, saggi e articoli su questo tema: segno che, se prima era semplicemente un dato, col tempo è diventata un problema; se prima era una risposta, in qualche modo autoevidente, col tempo è diventata una domanda senza alcuna precisa risposta, e come tale spesso anche angosciante. Continua a leggere

Il termometro, la febbre, la malattia. Sulle elezioni in Emilia-Romagna

“Per chi è crocefisso alla sua razionalità straziante, / macerato dal puritanesimo, non ha più senso / che un’aristocratica, e ahi, impopolare opposizione”. Sono versi del più impegnato dei poeti civili, il più citato e il meno letto, Pier Paolo Pasolini. Per caso, o forse non del tutto, mi sono ricapitati tra le mani proprio nel giorno della conclusione della peggiore delle campagne elettorali possibili (e, lo so, mi sorprendo a dirlo dopo ogni campagna elettorale, ormai: a testimonianza del fatto che riusciamo sempre a migliorarci nel nostro peggiorare, raggiungendo abissi impensabili, dicendo cose che si pensavano indicibili, ascoltando parole che si pensavano inaudite e inudibili). Continua a leggere

2000-2020: Bilancio di un ventennio

Non è facile tracciare un bilancio di questo ventennio. Ma la tentazione della cifra tonda è forte: in fondo ricordiamo i ’60 come gli anni del boom, i ’70 come quelli della protesta, gli ’80 del riflusso, i ’90 non lo so più. Proviamo quindi ad analizzare insieme gli anni 2000, che sono quelli della pervasività tecnologica, e gli anni ’10, che ricorderemo come quelli della grande crisi (iniziata prima, è vero) da cui non ci siamo più ripresi. Continua a leggere

Se gli schei entrano in Borsa. Trasformazioni del sistema produttivo in Veneto.

Capitale. Cioè soldi? Non solo. Capitale, dal latino caput, significa che riguarda, appunto, il capo: che è importante, dunque, essenziale. Così tanto che è questione di vita e di morte. Come nella pena capitale. E che assurge al ruolo principale: come la capitale di uno stato. I derivati della parola, tra cui capitalismo, hanno la stessa origine. Il capitalista, che possiede capitali, ha dunque un ruolo cruciale. E tutti noi, che cerchiamo di capitalizzare i nostri vantaggi acquisiti, o le nostre qualità, di fatto vorremmo fare altrettanto, legittimamente. Avere un ruolo. Essere importanti. Se possibile, essere tra i capi: tra coloro che muovono le cose nel mondo, che hanno potere su di esso.
Al capitale, cruciale per il funzionamento del capitalismo, sono state dedicate opere monumentali: anche in chiave critica, da Marx a Piketty. Perché la sua funzione è effettivamente centrale, fondativa. Senza di esso l’impresa non funziona. Ne ha bisogno come dell’ossigeno. E’ la più preziosa delle merci, se vogliamo, e dei fattori di produzione: perché li rappresenta tutti.
Ora, il capitale non è solo denaro, schei. E soprattutto non è solo possesso proprio. Il capitale è fluido: circolante, per definizione. Ma assume anche varie forme. I depositi in banca, certo; le proprietà (quando va bene anche le idee e le capacità innovative) trasformabili in capitale corrente, attraverso fidi, prestiti, garanzie e fideiussioni. Un ruolo che avevano le banche, e che in teoria dovrebbero avere ancora. Ma che – soprattutto negli ultimi anni, soprattutto nel Nordest, in particolare con i crac delle banche venete – hanno mostrato di non saper svolgere appieno, e spesso di svolgere malissimo.
Ci sono però anche altri luoghi, e altri soggetti, che possono fornire capitali. I fondi di investimento, magari il venture capital. E naturalmente la Borsa: parola che deriva dal significato di sacca, di contenitore; ma che più probabilmente, nel suo significato di Borsa valori, deriva dal nome di una famiglia nobile di Bruges, i Van der Beursen, che aveva nel suo stemma tre borse, da cui presero il nome il palazzo e poi la piazza in cui localmente si riunivano i mercanti, che poi chiamarono borse le altre piazze con funzioni analoghe in altre città, e dove si svolgevano fiere, scambi.
La quotazione di borsa è un tipico mezzo contemporaneo per acquisire capitali. La sua caratteristica più interessante, sociologicamente (e localmente, per il Veneto) è che presuppone l’uscita dal provincialismo, delle relazioni personali tra simili, dal dialetto e dalle strette di mano, e anche dalla logica del “faso tuto mi”, per aprirsi alla navigazione nel grande mondo del capitalismo globale. Di fatto per le piccole e medie imprese, che rappresentano gran parte del tessuto produttivo del Nordest, è certamente una grande opportunità, ma anche un atto di coraggio culturale, e di innovazione psicologica: in fondo l’apertura a capitali che vengono da fuori (letteralmente da non si sa dove, e detenuti da sconosciuti) presuppone una parziale e utilissima cessione di sovranità, che fa felicemente a pugni con il sovranismo (psicologico, e culturale, prima ancora che politico) di tanta mentalità locale. Non solo: la quotazione in borsa presuppone meccanismi di trasparenza e di controllo esterno (perché bisogna rendere conto al mercato di ciò che si fa) che, anch’essi, sono spesso culturalmente ostici. E’ dunque significativo che cominci a diffondersi maggiormente, anche tra imprese di scala minore, non solo tra i colossi globali, per cui è già la norma: una tendenza preziosa, originale rispetto al contesto, foriera di ulteriore innovazione.
Il passo successivo è comprendere che “capitale” ha anche altri significati, non meno importanti: tra cui quello di capitale culturale. Il possesso di conoscenze, competenze e titoli di studio. Sulla cui valorizzazione il Veneto – e l’impresa veneta – è ancora indietro. Ma questa è un’altra storia.
Aprire il capitale significa uscire dal provincialismo, in “Corriere della sera – Corriere Imprese Nordest”, 9 dicembre 2019, rubrica “Le parole del Nordest”, p.3

Immigrati e espulsioni. Quello che si dovrebbe fare e non si fa.

Ma prevenire, mai? E’ la prima e più ovvia questione che dovremmo porci, quando si parla di devianza – o delle espulsioni di immigrati che delinquono. E invece è sempre l’ultima. Con il risultato che non capiamo cosa sta succedendo, figuriamoci trovare delle soluzioni sensate. Facciamoci qualche domanda. Continua a leggere

Pietre d'inciampo e cittadinanze onorarie. Le cose serie e le pratiche inutili.

La disfida delle cittadinanze onorarie mostra tutta la miseria del dibattito politico odierno. Quella delle pietre d’inciampo è anche peggio. Modi diversi di giocare politicamente con la memoria. Cominciamo inciampando. Continua a leggere

La memoria è una cosa seria. Sulle cittadinanze onorarie a Liliana Segre

La disfida delle cittadinanze onorarie e delle pietre d’inciampo mostra tutta la miseria del dibattito politico odierno. Con elementi di strumentalità evidenti, polemiche inutili, esiti scoraggianti. Continua a leggere